Un tasto, una foto e la vita di una ragazza che finisce in cento gruppi Telegram

Un tasto, una foto e la vita di una ragazza che finisce in cento gruppi Telegram
Un tasto, una foto presa da Instagram e un'intelligenza artificiale che spoglia chiunque. La notizia è vecchia, il vero scandalo sono i commenti di chi dice "se l'è cercata". Ecco perché non è libertà, ma violenza con la grafica pulita.

Una ragazza pubblica una foto al mare, costume intero, sorriso storto, il bicchiere di spritz in mano e la sdraio dello stabilimento sullo sfondo. Dopo qualche ora quella stessa foto gira su un sito dal nome in italiano, ospitato chissà dove, in una versione in cui il costume non c’è più. Nessuno ha fotografato niente, nessuno ha rubato niente di quello che lei ha davvero mostrato. È stato premuto un tasto, uno solo, e un algoritmo ha fatto il resto.

Questa è la notizia che una nota influencer ha scoperto qualche giorno fa e raccontato ai suoi follower, e che i giornali hanno rilanciato con la solita sequenza di titoli scandalizzati. Io non scriverò il nome del sito. Lo conosco, lo conoscete in molti, ma citarlo significa regalargli una riga in più su Google, e le righe in più su Google sono esattamente il carburante di cui vive. Chi lo vuole trovare lo troverà, e proprio questo è il problema più grosso di tutta la faccenda.

La notizia è vecchia, quello che è nuovo è lo stupore

Chi frequenta la rete da più di dieci anni sa che questa pratica non nasce oggi. Prima c’è stato il forum dove si scambiavano le foto delle mogli, delle fidanzate, delle colleghe, delle cognate, quel luogo che per anni è stato un mercato rionale della dignità altrui finché la polemica non è diventata troppo rumorosa per essere ignorata. Poi i gruppi Facebook, quello delle “mogli” su tutti, dove uomini adulti, con nome e cognome e foto profilo con i figli in braccio, postavano immagini intime delle compagne ignare, accompagnate da commenti che nemmeno riporto. Ogni volta lo stesso copione: scandalo, indignazione, chiusura, sollievo collettivo, e tre mesi dopo tutto da capo su un’altra piattaforma, con un altro nome e un’altra grafica.

La novità vera è che oggi non serve più nemmeno il furto. Prima, per avere un’immagine intima di qualcuno, qualcuno doveva averla scattata, o consegnata, o rubata. Adesso basta una foto qualunque, presa dal profilo pubblico, e la macchina inventa il resto. Il corpo che vedi non è il suo, ma il volto sì, e il nome sotto pure, e quando l’immagine comincia a circolare nessuno ha voglia di spiegare la differenza tra “autentico” e “generato”. Chi guarda vede lei. Chi la conosce vede lei. Sua madre, se arriva fin lì, vede lei.

Questa è la parte che mi fa venire il nervoso: che ci sia chi scopre l’acqua calda con tre anni di ritardo e si stupisce, e che ci sia chi arrivato in ritardo preferisca comunque schierarsi dalla parte sbagliata.

“Ma come stai sul tuo profilo?”

Sono andato a leggere i commenti. Tutti, pazientemente, sotto più articoli e più testate, perché i commenti sono l’unica radiografia onesta di un paese che a parole è sempre schierato dalla parte giusta. La notizia dice una cosa, i commenti ne dicono un’altra, e quella che dicono i commenti è la verità sul sentimento popolare.

Centinaia di persone, in forma quasi identica, che scrivono lo stesso concetto con le stesse parole: ma se posti foto in perizoma su Instagram di cosa ti lamenti. Se ti metti in mostra poi non fare la vittima. Se ti vesti così te la cerchi. La versione 2026 di una frase che nel 1976 si diceva in tribunale a una donna violentata, con la minigonna al posto del perizoma e lo smartphone al posto del Pretore.

Qui bisogna fermarsi e capire dove si inceppa il ragionamento, perché si inceppa in un punto preciso e quel punto è questo: chi scrive quei commenti non distingue tra ciò che una persona sceglie di mostrare e ciò che qualcun altro decide di mostrare al posto suo. Sono due cose che non hanno niente a che vedere, eppure nella testa di molti diventano la stessa. Una ragazza che posta una foto in costume ha fatto una scelta. Ha deciso lei il costume, la posa, la luce, il filtro, il pubblico a cui destinarla e persino la didascalia. Quella foto è un messaggio che lei ha scritto, e lo ha scritto in un linguaggio chiaro: guardatemi così. Non ha scritto: guardatemi in qualunque altro modo vi venga in mente di fabbricarmi.

Chi apre un profilo OnlyFans, e nessuno qui ha niente da ridire, sta facendo un lavoro. Decide il prezzo, il contenuto, i limiti, i confini. Lo fa col suo corpo, con la sua faccia, con il suo consenso. Sacrosanto. Chi posta un reel in bikini lo fa con lo stesso diritto. Il corpo è suo, la rappresentazione è sua, e l’unico a poterla modificare è lei. Questa non è una posizione ideologica, è la definizione stessa di consenso, la stessa che ci sembra ovvia in ogni altro ambito della vita. Se entri in un bar con una giacca bellissima, nessuno ha il diritto di strappartela di dosso perché “tanto la indossi in pubblico”.

Eppure nei commenti funziona così: l’esposizione volontaria diventa una licenza universale. Hai mostrato una gamba, dunque hai mostrato tutto, dunque tutto è nostro. Un ragionamento che a ben guardare non è nemmeno un ragionamento, è una scusa con la grammatica a posto.

30 secondi di lavoro e una vita da riparare

Poi c’è l’altro argomento, quello che mi ha fatto davvero sorridere amaro: ma queste cose si facevano anche prima, con Photoshop.

Certo. Anche prima si poteva attraversare l’Atlantico, ma c’era una bella differenza tra una caravella e un Boeing. Chi ha mai davvero provato a fare un fotomontaggio credibile, uno di quelli che reggono a un secondo sguardo, sa cosa significa. Serve il programma (e costa), serve un computer che regga i livelli, servono ore di maschere, correzioni di luce, raccordi di pelle, grana dell’immagine da uniformare, ombre da ricostruire. Serviva una competenza che non aveva il compagno di classe di tua figlia né il collega fissato né l’ex rancoroso. Photoshop selezionava per fatica: pochi ci riuscivano, e quei pochi ci mettevano un pomeriggio.

Oggi c’è un tasto. Un tasto che può premere un tredicenne dal telefono, un quarantenne frustrato dal bagno dell’ufficio, un ex che ha ancora la password del cloud e non ha ancora elaborato niente. Non serve capire, non serve saper fare, non serve nemmeno vergognarsi, perché la macchina non ti guarda in faccia. La barriera che prima proteggeva le persone, cioè la fatica, è stata cancellata. Quando un danno diventa gratuito, istantaneo e anonimo, la quantità dei danni non cresce: esplode. Questa non è filosofia, è aritmetica da bar.

E la differenza non è solo di scala ma di natura. L’immagine falsa, una volta in giro, non si distingue più dalle altre. Quando la ragazza dirà “è un falso”, le risponderanno “e chi lo dice?”, e la domanda si ritorcerà su di lei per sempre, perché provare che una cosa non è mai successa è il lavoro più ingrato del mondo. Il danno non sta nell’immagine, sta nel dubbio che l’immagine lascia attaccato addosso.

I dodici anni di qualcuno

Se tutto questo non basta, esiste un punto in cui ogni discussione sulla libertà, sulla censura e sul medioevo europeo dovrebbe fermarsi di colpo.

Prendi una foto di una ragazzina di dodici o tredici anni. Una di quelle che i genitori, spesso in buona fede, lasciano pubbliche: la recita di fine anno, il compleanno, lo sport. Una foto qualunque, con il sorriso e l’apparecchio ai denti. Ora immagina che quella foto finisca in uno di quei sistemi e ne esca un’immagine di nudo, e che quell’immagine cominci a girare in gruppi dove nessuno ha il minimo interesse a chiedersi quanti anni abbia la persona ritratta.

Qui non esiste più nessuna discussione sull’esibizionismo, sul perizoma, sulla responsabilità di chi si espone. Quella è una bambina. E il fatto che l’immagine sia “finta” non cambia niente di quello che conta: l’uso che se ne fa, la circolazione che ha, la violenza che esercita. Il nostro ordinamento, del resto, da tempo tratta come reato anche la rappresentazione virtuale di minori in contesti sessuali, e non per caso. Perché quello che si vuole proteggere non è solo il corpo ritratto ma il bambino come persona, e la sua intera esistenza futura.

Poi c’è l’altro scenario, quello di cui si parla ancora meno. L’immagine arriva ai coetanei, arriva ai compagni di scuola, magari a lei stessa. Una quattordicenne che trova la propria faccia attaccata a un corpo nudo che non è il suo, condivisa in una chat di classe, con sotto le risate e i commenti. Chi ha familiarità con cosa significhi quell’età nelle dinamiche di gruppo sa che esiste un confine oltre il quale un ragazzino non ce la fa più a stare in quel mondo. Non servono lunghe analisi psicologiche: basta ricordare cosa voleva dire a tredici anni essere preso in giro per un’idiozia. Adesso moltiplicalo per un’immagine che non si cancella, che nessuno controlla, che non ha scadenza.

A chi dice “è solo un gioco, è solo una foto finta” vorrei chiedere se sia disposto a dirlo davanti ai genitori di quella ragazzina. Ma non vorrei sentire la risposta.

Il medioevo è un’altra cosa

C’è poi la questione europea. La nuova normativa contro i deepfake a sfondo sessuale, a leggere i commenti, sarebbe l’ennesima prova della deriva censoria di Bruxelles, l’ennesimo “medioevo”. Una battuta che andrebbe bene se fosse una battuta, e invece viene scritta con serietà.

Vediamo cosa dice, in sostanza, quella legge: che fabbricare e diffondere un’immagine sessualmente esplicita di una persona reale, senza il suo consenso, è un illecito, e in molti ordinamenti un reato. In Italia, per esempio, la diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite è punita già dal Codice Rosso, e di recente è stata aggiunta una fattispecie specifica per i contenuti generati o alterati con l’intelligenza artificiale, con pene che arrivano a diversi anni di reclusione. Non si vieta di dire niente, non si vieta di criticare nessuno, non si vieta di pensare. Si vieta di costruire a tavolino il corpo nudo di una persona vera e di metterlo in circolazione.

Chiamare “censura” questo divieto è un trucco retorico di una pigrizia impressionante. La censura è impedire a qualcuno di esprimere un’opinione. Qui nessuno sta esprimendo un’opinione: si sta falsificando la realtà di una persona per consumarla. Se io dico che un politico è un incompetente, esprimo un’idea. Se fabbrico un video in cui quel politico confessa un crimine mai commesso, non esprimo niente, commetto una frode. Lo stesso vale, con una violenza in più, per il corpo di una ragazza.

E la verità è che i primi a invocare la “libertà” in questi casi sono quasi sempre quelli che non hanno mai avuto la loro faccia su un corpo fabbricato. È una libertà molto comoda, la libertà di fare cose agli altri.

Bahamas, mirror e raccomandate nel vuoto

Arriviamo al sito. E qui il racconto è di una desolazione quasi comica, se non fosse che dietro ci sono persone vere.

Il portale è scritto in un italiano perfetto, con le interfacce, i bottoni, i messaggi, ogni dettaglio studiato per dare l’impressione di una cosa di casa nostra, di un servizio come tanti. Non lo è. Chi lo gestisce non ha un nome: i dati di registrazione sono nascosti dietro i servizi di anonimato, il dominio, da quanto ho ricostruito, risulta intestato alle Bahamas, i server sarebbero a Nassau. L’Italia lo ha oscurato più di una volta, e ogni volta il sito è ricomparso su un altro indirizzo, perché dietro c’è un’architettura fatta apposta per non morire: decine di mirror, cloni identici, copie pronte a prendere il posto di quello spento. Un’idra, con la differenza che l’idra aveva almeno il pudore di non avere un servizio clienti in italiano.

Provate a mettervi nei panni di una ragazza che scopre le sue foto lì dentro e decide di fare la cosa giusta: denunciare. Va in Polizia Postale, che fa quello che può ed è anche efficiente, ma la sua giurisdizione finisce dove finisce il confine italiano. Le richieste di collaborazione internazionale, le rogatorie, sono procedure lente, che richiedono anni, e quando c’è di mezzo un paradiso con interessi opposti ai nostri, spesso vengono semplicemente ignorate. La raccomandata dell’avvocato, la diffida, la richiesta di risarcimento: carta straccia. I gestori sanno perfettamente di essere al riparo dietro l’anonimato, e chi è al riparo non risponde.

Questo, per chi ha ancora dubbi, è il modello di business. Non un incidente, non un’imperfezione del sistema: la sede legale scelta per essere irraggiungibile è il prodotto. Si vende impunità a chi preme il tasto e si incassa dal traffico, dalla pubblicità, dagli abbonamenti, da tutto quel che si riesce a spremere da un utente convinto che nessuno lo vedrà mai. Per questo non nomino il sito: ogni click è un centesimo, e ogni centesimo finanzia la prossima copia.

E non è nemmeno uno, il sito. Questa è la parte che nelle interviste in prima serata si dimentica sempre. Quello nominato dall’influencer è soltanto quello che ha fatto rumore. Ne esistono decine, forse centinaia, sorelle e cugine, con la stessa tecnologia, lo stesso schema, la stessa nebbia societaria. Spegnere uno significa fare un favore all’altro. Indignarsi per un nome e basta equivale a prendersela con la febbre dimenticando il virus.

Esiste un modo legale di guardare, e costa qualche euro

A questo punto qualcuno mi dirà: ecco il solito moralista, vuole vietare tutto. No. Non mi interessa vietare niente a chi è adulto e consenziente, e il punto sta tutto in quella parola, consenziente.

Esistono piattaforme dove migliaia di persone, ragazze e ragazzi maggiorenni, decidono ogni giorno di monetizzare la propria immagine con contenuti più o meno sexy, più o meno spinti, tutti con un consenso scritto, esplicito, retribuito e revocabile. Esistono siti per adulti, esistono abbonamenti, esistono contenuti personalizzati su richiesta, dove paghi e ricevi esattamente quello che l’altra persona ha deciso di darti. Lì il corpo è uno strumento di lavoro, la persona è una professionista, il rapporto è un rapporto commerciale con regole chiare. Se qualcuno vuole vedere, quel mondo è aperto, legale, accessibile e perfino economico.

Quindi chi sceglie l’altra strada, quella del tasto che spoglia una persona che non ha detto sì, non lo fa per curiosità, non lo fa per bisogno e non lo fa perché non ha alternative. Lo fa perché il consenso gli sta antipatico. Perché la parte che gli interessa non è l’immagine ma la possibilità di prendersela senza chiedere. Questo è il nocciolo che nessuno dei commentatori da tastiera vuole vedere: il fascino di quel tasto sta proprio nel fatto che l’altra persona non lo sa.

Mi hanno insegnato che quando una cosa ti piace solo se l’altro non può dire di no, il problema non è la cosa. Sei tu.

La foto di tua figlia, tra cinque anni

Chiudo con una domanda a chi in questi giorni ha scritto “se la sono cercata” sotto un articolo con la propria foto profilo, quella con il sorriso, il cane e i figli.

Quando sarà la volta di qualcuna delle persone a cui vuoi bene, la figlia, la sorella, la compagna, la nipote che fa le storie con le amiche, quale parola userai? “Se l’è cercata” anche allora? O finalmente scoprirai che il confine tra lo scherzo e il crimine passa esattamente dove comincia la tua famiglia?