Abu Farchi alza una bandierina e mezza Italia si scopre esperta di armi da fuoco

Abu Farchi alza una bandierina e mezza Italia si scopre esperta di armi da fuoco
Un gol, una bandierina, un gesto da biliardo scambiato per un fucile. E mezza Italia che non guarda una partita da anni si scopre esperta di armi. Vi spiego perché è solo indignazione a comando.

Sayed Abu Farchi segna, corre verso il corner, stacca la bandierina, si inginocchia e la punta davanti a sé come se stesse per tirare una carambola. Succede al 55esimo di Austria-Israele, gara valida per la Nations League. Prima ammonizione già presa al 52esimo, secondo giallo immediato per quel gesto, rosso, doccia anticipata. Fin qui la cronaca sportiva, quella vera, quella che si limita a raccontare cosa è successo su un campo da calcio a Linz.

Poi, come sempre in questi casi, arriva la seconda partita. Quella che si gioca sui social, dove nessuno ha bisogno di aver visto l’azione per avere un’opinione definitiva e strillata. E lì il gesto smette di essere quello che chiunque abbia mai tenuto in mano una stecca da biliardo riconoscerebbe all’istante, e diventa un fucile. Uno sparo. Un cecchino. La rappresentazione plastica, secondo migliaia di persone digitalmente indignate, di quello che Israele sta facendo da mesi a Gaza.

Io il video l’ho visto. L’ho visto più volte, proprio perché sapevo che avrei dovuto scriverne e non avevo alcuna intenzione di parlare a vanvera come fanno in tanti. E quello che si vede, con tutta la chiarezza di questo mondo, è un ragazzo che si inginocchia, punta la bandierina davanti a sé con due mani sovrapposte e fa un movimento avanti e indietro, il classico gesto da sala giochi, quello di chi mima un colpo di stecca su una palla immaginaria. Non punta nulla verso una tribuna. Non simula un rinculo. Non fa il gesto di premere un grilletto. Fa il gesto di tirare una carambola, punto.

Il fucile lo vedono solo quelli che il calcio non l’hanno mai seguito

Ecco il primo dato interessante di questa storia, quello che nessuno ha il coraggio di dire chiaramente: la gran parte di chi si è scandalizzato online non ha la minima idea di chi sia Abu Farchi, non sa cosa sia la Nations League, probabilmente non saprebbe indicare l’Austria su una cartina se non fosse per Sissi e il Wiener Schnitzel. Gente che il calcio non lo guarda mai, non lo segue mai, non ne parla mai, che improvvisamente diventa arbitro internazionale di esultanze sospette nel momento esatto in cui c’è di mezzo la parola Israele.

Perché diciamocelo con chiarezza, se lo stesso identico gesto, la stessa identica mimica da biliardo, l’avesse fatta un giocatore norvegese dopo un gol qualunque in un’amichevole qualunque, quel video sarebbe rimasto dentro le bacheche di qualche appassionato di calcio e basta. Nessuno avrebbe scomodato tribunali social, nessuno avrebbe parlato di istigazione, nessuno avrebbe scritto post sconvolti con tre punti esclamativi e l’emoji della bomba. Il problema non è il gesto. Il problema è chi lo ha fatto, e questo lo sanno benissimo anche quelli che fingono indignazione tecnica per la coreografia del festeggiamento.

Il quoziente intellettivo e il bisogno di sentirsi dalla parte giusta

Chi si è detto sconvolto da quella scena, e lo scrivo senza mezzi termini perché non ho alcuna voglia di indorare la pillola, ha semplicemente dimostrato di non avere gli strumenti minimi per leggere un’immagine in movimento. Non parlo di ignoranza calcistica, che sarebbe anche perdonabile. Parlo proprio di incapacità di distinguere un movimento orizzontale da uno di puntamento, un gesto ludico e goliardico da una simulazione di violenza. È un problema di lettura, prima ancora che di intenzione politica, ed è desolante vedere quanta gente affronti la realtà con questo livello di superficialità pur di potersi schierare, pur di potersi sentire dalla parte giusta della storia.

E qui arriviamo al cuore vero della faccenda, quello che a molti farà storcere il naso ma che va detto con la stessa brutalità con cui certi hanno pubblicato quei post. C’è un esercito di persone che vive di indignazione a comando. Gente che aspetta il pretesto giusto per ricordare a tutti da che parte sta, non perché gli importi davvero della sorte di chicchessia, ma perché il like, la condivisione, il commento sotto al post di sdegno sono diventati la nuova moneta sociale. Succede questo? Devo parlarne. Devo far vedere che ho capito, che sono sensibile, che sono dalla parte dei civili, che non sono complice. E se non lo faccio, poi c’è il rischio che qualcuno mi accusi di essere filoisraeliano, e quindi meglio prevenire, meglio cavalcare subito l’onda prima che ti travolga.

Questo non è impegno civile. È opportunismo travestito da coscienza, ed è molto più diffuso di quanto la gente voglia ammettere.

Israele gioca la Nations League, non la guerra

C’è poi un dettaglio che va ricordato con freddezza, perché la freddezza in questi casi è l’unica arma davvero civile che abbiamo. Israele sta giocando una partita ufficiale di calcio, sotto l’egida della UEFA, con arbitri, regolamento, cartellini, VAR. Non ci sono fucili in campo. Non ci sono cecchini appostati dietro la porta. C’è un ragazzo di ventitré anni che gioca a pallone per la sua nazionale, segna un gol, e sceglie un’esultanza scellerata dal punto di vista dell’opportunità ma del tutto innocua nel contenuto. Confondere quel gesto con la rappresentazione di un conflitto reale, con morti reali, con una tragedia umanitaria vera, significa svilire sia il gioco che il dramma, mescolando due piani che non hanno alcun rapporto tra loro se non nella testa di chi cerca la scintilla per accendere l’ennesima rissa social.

E qui viene il paradosso più amaro di tutta questa storia. Chi si straccia le vesti per un gesto mal interpretato non spende mai un decimo di quella energia per capire davvero cosa sta succedendo nel mondo, per informarsi, per approfondire, per distinguere. Preferisce la scorciatoia dell’indignazione facile, quella che costa zero fatica e produce il massimo del consenso di bacheca. È la logica del social giudice, quello che condanna in trenta secondi sulla base di un fotogramma tolto dal contesto, convinto di essere illuminato mentre in realtà sta solo urlando più forte degli altri per non passare inosservato.

Il regolamento, questo sconosciuto

Poi c’è il dato tecnico, quello che dovrebbe chiudere ogni discussione e che invece viene sistematicamente ignorato da chi preferisce la polemica alla precisione. Il calciatore è stato espulso a prescindere da cosa quel gesto rappresentasse. La regola 17, quella relativa al calcio d’angolo, vieta di spostare l’asta della bandierina dalla sua postazione. Non è una norma pensata per punire le esultanze provocatorie in senso politico, è una norma tecnica che punisce chi tocca un elemento del terreno di gioco che non deve essere toccato. Che Abu Farchi l’avesse impugnata per mimare una stecca da biliardo, un fucile, un microfono o una chitarra elettrica, il risultato sportivo sarebbe stato identico: giallo, secondo giallo, rosso.

Lo stesso commissario tecnico israeliano, Ben Shimon, lo ha detto senza mezzi termini, ammettendo che l’espulsione era corretta secondo il regolamento e derubricando l’episodio a errore di un ragazzo giovane che imparerà dai propri sbagli. Non un moto di rabbia, non una difesa a spada tratta, semplicemente il riconoscimento che la regola è la regola. Quanti tra gli indignati di professione conoscono anche solo vagamente questo dettaglio prima di scrivere i loro post con vena da opinionista internazionale?

Chi vince davvero questa storia

Israele quella partita l’ha persa, e l’ha persa male, tre a uno, complice proprio l’uomo in meno lasciato in campo dopo l’espulsione. L’Austria ha ribaltato il risultato nei minuti di recupero, approfittando della superiorità numerica per chiudere la gara con due gol nel finale. Questo, del risultato sportivo, nessuno ne parla, perché non fa notizia, non fa indignazione, non fa scroll infinito di commenti rabbiosi. Fa notizia solo il fotogramma giusto al momento giusto, quello che permette a chiunque di sentirsi per un pomeriggio giudice morale del pianeta senza muoversi dal divano.

Io non sto difendendo Abu Farchi sul piano dell’opportunità. Fare quel gesto in questo momento storico, con la sensibilità collettiva così esposta su tutto ciò che riguarda Israele, è stata una scelta stupida, ingenua, evitabilissima. Un ventitreenne che gioca a livello internazionale dovrebbe avere la lucidità di capire che ogni sua esultanza verrà sezionata al millimetro e proiettata su uno schermo enorme fatto di pregiudizi già pronti all’uso. Ma tra la stupidità di un’esultanza mal calibrata e l’accusa di aver mimato un’esecuzione ci passa un oceano, e chi non riesce a vedere quell’oceano ha un problema che non riguarda il calcio, riguarda la propria capacità di distinguere la realtà dalla proiezione delle proprie ossessioni.

E allora tenetevi pure la vostra indignazione facile, tenetevi pure i vostri fucili immaginari puntati contro un ragazzo che stava solo mimando un colpo di stecca. Io continuo a vedere quello che c’è davvero: una bandierina rubata al corner, un rosso meritato dal regolamento, e una partita persa tre a uno. Il resto, tutto il resto, è solo il rumore di chi ha bisogno di gridare per sentirsi vivo.