Il post arriva sempre la domenica mattina, verso le undici, cioè esattamente all’ora in cui chi lo pubblica non si trova a messa. Sfondo azzurro cielo, un crocifisso scontornato male da qualche immagine pescata chissà dove, la scritta in Impact bianco bordato di nero: IO NON RINNEGO LE MIE RADICI CRISTIANE, CONDIVIDI SE NON TI VERGOGNI. Sotto, quattromila condivisioni e una processione di commenti fatta di “amen”, bandierine tricolori, mani giunte in emoji e qualche “finalmente qualcuno che lo dice”, come se dirlo fosse un atto di coraggio e non la cosa più comoda del mondo da scrivere col telefono in una mano e il cornetto nell’altra.
Poi uno fa l’errore di aprire il profilo di chi l’ha rilanciato, e lì si trova davanti la liturgia completa. Il santino di Padre Pio coi cuoricini che pulsano. Il buongiorno con la tazzina fumante e il gattino. La foto di un barcone carico di persone con la didascalia “affondateli”. La Madonna di Medjugorje. Un video sgranato di tre ragazzi in tuta che litigano davanti a un kebab, spacciato per “l’invasione che i telegiornali non vi mostrano”. E di nuovo Padre Pio, stavolta con la frase motivazionale. Tutto nello stesso pomeriggio. Tutto con lo stesso pollice.
Ho passato su queste bacheche più tempo di quanto sia salutare, e ne sono uscito con una certezza che nessuno mi schioderà: non stiamo assistendo a un risveglio della fede. Non c’è nessuna rinascita spirituale, nessuna stagione di rinnovata devozione popolare. C’è un’operazione identitaria in cui il cristianesimo è stato svuotato come una zucca di Halloween: gli hanno intagliato una faccia cattiva, ci hanno infilato un lumino dentro e l’hanno piazzato sul davanzale per spaventare i vicini. La croce è rimasta. La sostanza è finita nell’umido.
Cattolici per differenza, come lo yogurt senza lattosio
Il cristianesimo di questi crociati funziona come i prodotti del banco frigo che si definiscono per quello che non contengono. Senza zuccheri aggiunti, senza lattosio, senza olio di palma, senza musulmani. È un’identità che esiste soltanto per sottrazione: non so bene cosa sono, ma so benissimo cosa non sono, e tanto mi basta per mettere la croce nella foto profilo accanto al logo della squadra.
Provate a chiedere a uno di loro cosa significhi, concretamente, essere cristiano. Vi parlerà del presepe a scuola, del crocifisso in aula, del maiale nelle mense, del Natale che “vogliono abolire” (non lo vuole abolire nessuno, ma la notizia gira da quindici anni ogni dicembre, puntuale come il pandoro in offerta). Neanche una parola sulla grazia, sul perdono, sulla resurrezione, sul prossimo. Il contenuto della fede non pervenuto, l’etichetta invece sempre in bella vista, grande e colorata come il prezzo sulla confezione.
La comodità di un’appartenenza del genere è totale, e secondo me è proprio questo il suo segreto commerciale. Non costa niente, non ti chiede di alzarti presto la domenica, non ti chiede di confessarti, non ti chiede di rinunciare a nulla, di perdonare nessuno, di dare qualcosa a chi ha meno di te. Ti chiede solo di avere un nemico e il nemico, guarda caso, ha sempre un’altra faccia, un altro nome, un altro modo di vestire e un’altra direzione verso cui pregare. Che poi lui, a differenza tuo, preghi davvero cinque volte al giorno è un particolare che nessuno ha voglia di approfondire, perché rovinerebbe lo schema.
Le chiese vuote non le hanno svuotate i musulmani
C’è un dato che questi difensori delle radici non condividono mai, e non perché i telegiornali lo nascondano: lo ha pubblicato l’Istat, lo hanno ripreso i giornali cattolici, basterebbe leggerlo. Nel 2001 gli italiani che andavano a messa almeno una volta a settimana erano più di un terzo della popolazione. Oggi siamo sotto il diciotto per cento, tra i giovani si scende intorno all’otto. Nel giro di una generazione la pratica religiosa si è dimezzata, e il crollo più forte è arrivato negli ultimi anni.
Ora, io vorrei sapere quale imam ha sbarrato il portone della parrocchia sotto casa e chi ha impedito fisicamente a questi custodi della tradizione di entrare in chiesa alle dieci e mezza. Le chiese italiane non le hanno svuotate i musulmani: le hanno svuotate il pranzo dalla suocera che comincia a mezzogiorno, il centro commerciale aperto la domenica, il calcetto, il letto fino a tardi e la gita al lago. Le abbiamo svuotate noi, con le nostre mani e i nostri piedi, che la domenica prendono sempre un’altra strada.
E il catechismo? Vissuto come un servizio a pacchetto, una specie di abbonamento in palestra con scadenza incorporata. Si iscrive il bambino perché “si fa così”, lo si porta fino alla prima comunione, che nel frattempo è diventata un evento da organizzare con la stessa logica di un matrimonio: il ristorante con la sala riservata, le bomboniere, il fotografo, il vestitino, a volte l’animatore. Si tiene duro fino alla cresima, e lì la parabola si chiude. La cresima, in Italia, è il sacramento dell’addio: il giorno dopo il ragazzino sparisce dalla parrocchia e ci tornerà, forse, per sposarsi, e più probabilmente per il funerale di un nonno.
Fate una prova, se avete stomaco. Chiedete al più agguerrito dei commentatori, quello che scrive “difendiamo la nostra fede” con tre punti esclamativi, di recitarvi il Credo fino in fondo. Arriverà a “Dio Padre onnipotente” e poi comincerà a mugugnare, come quando alla festa di paese parte l’inno e tutti fanno finta di sapere la seconda strofa. Chiedetegli i dieci comandamenti: ne tirerà fuori quattro, di cui uno sarà “non rubare”, un altro “non uccidere”, un terzo quello sulla donna d’altri detto con un sorrisetto, e il quarto, con buona probabilità, sarà “prima gli italiani”. E se nominate il “porgi l’altra guancia”, vi guarderà come si guarda uno che propone di lasciare la porta di casa aperta la notte. Roba da buonisti, roba da deboli. Che quella frase non l’abbia inventata un collettivo di sinistra ma l’abbia pronunciata il fondatore della religione che sta difendendo, è un’informazione che non ha mai raggiunto la sua bacheca.
Ero straniero e mi avete segnalato
Il Vangelo, per chi avesse voglia di aprirlo, su questo punto non è ambiguo anzi, è di una chiarezza quasi imbarazzante. Nel venticinquesimo capitolo di Matteo, Gesù descrive il giudizio finale, cioè il momento in cui secondo la fede cristiana si decide il destino eterno di ciascuno. E il criterio non è la tessera, non è il presepe in salotto, non è il rosario appeso allo specchietto della macchina. Il criterio è: avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto. Ero straniero, non è una nota a margine, non è un’interpretazione progressista di qualche teologo con la barba, é il metro su cui, stando al testo, verrà misurata un’intera vita.
Mettete quella frase accanto ai commenti che accompagnano ogni notizia di sbarco. “Rimandateli a casa loro.” “Chiudete le moschee.” “Ci vorrebbe una bella ruspa.” “Affondate i barconi.” spesso con la croce nell’immagine profilo, a volte con un “Dio benedica l’Italia” in chiusura, come una firma. Lo scarto tra le due cose non è una sfumatura: è un precipizio. E il bello è che nessuno di loro sembra accorgersene, perché il Vangelo, per accorgersene, bisognerebbe averlo letto almeno una volta al di fuori di un meme.
Poi c’è la parabola del buon Samaritano, che tutti citano e quasi nessuno ha capito. Un uomo viene aggredito e lasciato mezzo morto sulla strada, passa un sacerdote e tira dritto, passa un levita, cioè un uomo del tempio, e tira dritto anche lui. Chi si ferma a soccorrerlo è un samaritano: per un ebreo di quel tempo, uno straniero, uno che pregava nel posto sbagliato, un eretico da tenere alla larga. Gesù non sceglie a caso il suo eroe, lo sceglie apposta tra quelli che il suo pubblico disprezzava, per mettere in imbarazzo le persone perbene e osservanti. Se volessimo raccontarla oggi, con i personaggi aggiornati, il protagonista positivo sarebbe l’imam della moschea ricavata in un capannone di periferia, e quelli che tirano dritto sarebbero il consigliere comunale col rosario al collo e l’amministratore della pagina “Difendiamo le nostre tradizioni”. Provate a condividere questa versione in uno di quei gruppi e contate quanti secondi passano prima di venire bannati.
Il Papa comunista e i fedeli più papisti del Papa
La prova definitiva che la guida di questi fedeli intransigenti non sia il Vangelo arriva ogni volta che il Papa apre bocca sui migranti. Lì la maschera cade in diretta, per anni Bergoglio è stato chiamato, dagli stessi che si dichiaravano difensori della cristianità, comunista, buonista, traditore, “non è il mio Papa”, perfino antipapa. Gente che non saprebbe distinguere un’enciclica da un volantino del supermercato si sentiva autorizzata a scomunicare il vescovo di Roma dal divano di casa. E il copione, statene certi, è pronto a ripartire identico contro chiunque sieda su quella cattedra, alla prima parola sull’accoglienza.
Fermiamoci un attimo su questa scena, perché è di una comicità che meriterebbe un teatro. Un cattolico che si proclama tale, anzi che si proclama l’ultimo baluardo del cattolicesimo contro l’invasione, e che però considera il capo della Chiesa cattolica un pericoloso sovversivo, perché ripete quello che c’è scritto nel libro su cui quella Chiesa è fondata. È come un tifoso che difende la maglia ma vorrebbe cacciare l’allenatore, i giocatori, il presidente e cambiare pure lo stadio. A quel punto viene da chiedersi cosa stia difendendo, esattamente. La risposta è semplice: sta difendendo la sua parte politica, e il crocifisso gli serve come gadget, come la sciarpa per lo stadio.
Il comizio col rosario baciato sul palco, la Madonna invocata tra un attacco alle ONG e un applauso, hanno fatto scuola. Hanno insegnato a milioni di persone che si può usare l’iconografia religiosa come un amplificatore, senza portarsi dietro nessuno degli obblighi che quella iconografia comporterebbe. E una volta imparata la lezione, la bacheca di Facebook è diventata un palco per chiunque.
Condividi prima che lo cancellino
Vorrei invitarvi a guardare la macchina da vicino, perché il rancore non nasce spontaneo come i funghi dopo la pioggia. Viene prodotto, confezionato e spedito. Ci sono pagine e gruppi con nomi da ordine cavalleresco e una grafica da volantino della sagra della porchetta, che sfornano ogni giorno la loro razione di esche emotive. Il video di una rissa avvenuta anni fa in un altro paese, rilanciato come se fosse successa ieri sera in via Padova. La notizia della scuola che “ha tolto il presepe per non offendere gli islamici”, che quando vai a controllare si rivela la scelta di una singola maestra di dieci anni prima, oppure una cosa mai accaduta. La foto del “migrante che rifiuta il cibo italiano”, che era un altro episodio, in un altro contesto e con un’altra spiegazione.
Il meccanismo è sempre quello, e funziona perché fa leva su due debolezze che abbiamo tutti: la voglia di sentirci dalla parte giusta e la pigrizia di verificare. Le formule sono sempre le stesse, e ormai le riconoscerei a occhi chiusi. “I telegiornali non lo dicono.” “Condividi prima che lo cancellino.” “Scommetto che nessuno avrà il coraggio di condividere.” “Se sei fiero di essere cristiano, scrivi amen.” È una catena di Sant’Antonio aggiornata al secolo dei social, e il fatto che porti il nome di un santo mi pare perfino appropriato. E non apriamo il discorso sull’avvento dell’intelligenza artificiale e le centinaia di foto fake che purtroppo sembrano vere e vengono condivise come fatti reali.
Ed ecco dove arrivano i pecoroni, perché non trovo una parola migliore e non ho nessuna intenzione di cercarla. Il cristianesimo, curiosamente, ha una passione per le pecore. Il gregge, il buon pastore e la pecorella smarrita. Questi signori il gregge lo hanno formato davvero, compatto, disciplinato, pronto a muoversi in massa al primo fischio il problema è il pastore non è quello del Vangelo, che lascia le novantanove pecore per andare a cercare quella perduta. È l’amministratore di una pagina che monetizza le interazioni, o lo stratega di partito che misura la temperatura del web prima di scrivere il tweet del giorno. Il gregge c’è, é il pastore a essere quello sbagliato, e le pecore non se ne sono ancora accorte perché sono troppo impegnate a condividere.
Il rosario come manganello
C’è un aspetto di tutto questo che, lo ammetto, mi irrita più di ogni altro, ed è quello simbolico. Il crocifisso è l’immagine di un uomo innocente giustiziato come un criminale, che fino all’ultimo ha rifiutato la violenza. Nel momento dell’arresto, quando uno dei suoi tira fuori la spada, lui gli ordina di rimetterla nel fodero. Non esiste, in tutta la storia delle immagini religiose, un simbolo più radicalmente contrario all’idea di colpire qualcuno. Eppure i crociati del copia-incolla sono riusciti nell’impresa di trasformarlo esattamente in quello: un oggetto da agitare contro qualcun altro. Un manganello digitale, con il Cristo appeso sopra come un adesivo.
Lo stesso vale per il rosario, che nella tradizione cattolica è una preghiera lenta, ripetitiva, quasi meditativa, fatta apposta per spegnere l’agitazione. Oggi lo si vede sventolato nelle foto profilo con la stessa energia con cui un ultras agita il fumogeno in curva. Non c’è niente di contemplativo, niente di raccolto. C’è la rivendicazione, la sfida, il “questo è casa mia e tu no”. La croce diventa un confine, il rosario una recinzione. E chi si azzarda a far notare la contraddizione viene liquidato come nemico della fede da gente che, di quella fede, non saprebbe recitare nemmeno l’Atto di dolore.
Io non credo che ci sia qualcosa di più blasfemo di questo, non la bestemmia del camionista in tangenziale, che almeno è un’imprecazione sincera e senza pretese. Blasfemo è prendere l’immagine del perdono e usarla per legittimare l’odio. È appendere il volto di chi diceva di amare i nemici sopra un commento che augura a una famiglia di annegare.
Il nemico ha la fibra ottica
Se un giorno il cristianesimo in Italia dovesse spegnersi del tutto, non sarà per colpa della famiglia che il venerdì va a pregare nel capannone in fondo alla zona industriale, né della signora col velo che fa la spesa al discount. Quelle persone la loro fede la vivono, magari a modo loro, magari in un modo che non condivido, ma la vivono. Il cristianesimo italiano, se morirà, morirà di condivisioni. Morirà di immagini profilo con la croce e di chiese in cui nessuno entra. Morirà di gente che lo difende con la bava alla bocca e non gli regala nemmeno un’ora alla settimana.
Intanto, la domenica mattina, mentre il post con il crocifisso scontornato supera le cinquemila condivisioni, nella parrocchia all’angolo ci sono sette signore anziane, un paio di bambini trascinati dai nonni e, sempre più spesso, un prete arrivato dall’Africa o dall’India a tenere in piedi quello che gli italiani hanno abbandonato. Lo straniero, alla fine, la messa la dice. I crociati la mettono in condivisione.




