Alle nove e venti di venerdì mattina, in una terza media dell’istituto Giovanni Verga a Centocelle, un ragazzino di tredici anni entra in classe con un casco da ciclista in testa e un paio di occhiali con telecamera incorporata. Non bussa, non dice niente. Nella mano sinistra ha una bomboletta di spray al peperoncino, nell’altra un coltello con una lama di almeno venti centimetri, seghettata. Prima di entrare è passato dal bagno per vestirsi, per prepararsi, come si fa prima di una gara o di una diretta che deve andare bene. Il cellulare è collegato a un canale Telegram, la videochiamata è aperta, dall’altra parte qualcuno guarda. Spruzza lo spray in faccia alla sua professoressa di lettere, sessantasei anni, Isabella Marsilio, quaranta di carriera alle spalle e un solo anno alla pensione. Poi la colpisce tre volte. Non parla mai, né prima né dopo. Lei racconta di aver pensato di morire, a fermarlo è un compagno di classe, che gli si getta addosso da dietro e lo blocca.
Questo è il fatto. Tutto il resto, tutto quello che è successo nelle ventiquattro ore seguenti, è la fotografia perfetta di come questo paese non sappia più stare davanti a un fatto senza smontarlo, tingerlo, deformarlo fino a farlo diventare altro.
Un tredicenne si veste da carnefice e la notizia dura mezza giornata
Fermiamoci un attimo su quello che è successo davvero, perché nel giro di poche ore è diventato un dettaglio, quasi un pretesto per parlare d’altro. Un ragazzo di tredici anni pianifica un’aggressione a scuola. Non è un raptus, non è la reazione istintiva a un torto subito nell’immediato è una scenografia. Il casco per proteggersi, gli occhiali per filmare in soggettiva, lo spray per neutralizzare la vittima, il coltello per colpire, il canale Telegram aperto perché qualcuno, da qualche parte, potesse vedere in tempo reale. Il movente, a quanto emerge dalle ricostruzioni e dal racconto della stessa insegnante, sarebbe un debito scolastico in storia, un voto insufficiente maturato a fine anno e mai digerito, covato per un’intera estate fino a diventare, nelle parole della professoressa, un odio vero e proprio nei suoi confronti.
Un tredicenne ha organizzato la messa in scena di un’aggressione a mano armata contro un’insegnante, con tanto di pubblico in diretta, per un voto, e questo è quello che sappiamo. Se questo non basta a far accendere una luce rossa enorme su cosa sta succedendo dentro le teste di certi ragazzini oggi, allora io non so più cosa debba succedere perché ci si allarmi sul serio. E badate, non sto parlando di un evento isolato piovuto dal nulla: c’erano stati segnali nei mesi precedenti, la stessa Marsilio lo ha detto, segnali che qualcuno avrebbe dovuto leggere meglio, prima. Ma di questo, di come la scuola italiana continui a non avere strumenti reali per intercettare il disagio prima che diventi violenza organizzata e filmata, si è parlato pochissimo. Troppo poco rispetto a quello che è venuto dopo.
Il ragazzo del Congo che ha salvato la prof della remigrazione
Perché quello che è venuto dopo ha un impatto narrativo molto più forte del fatto in sé, e infatti se lo sono contesi tutti. A salvare Isabella Marsilio è stato un suo studente, di origini congolesi, che ha bloccato alle spalle l’aggressore prima che la cosa potesse degenerare. Un gesto di un coraggio che a quell’età non è affatto scontato, un riflesso di protezione istintivo verso un adulto in pericolo, in una classe dove tutti gli altri, terrorizzati, sono rimasti fermi. Questo ragazzo meriterebbe una prima pagina tutta sua, un encomio, una medaglia, qualunque cosa la scuola italiana sappia ancora inventarsi per dire grazie a chi si comporta da eroe.
E invece è diventato una comparsa in una storia diversa, quella dei post sui social della professoressa che ha salvato. Perché è saltato fuori, e qui arriviamo al secondo livello della vicenda, che sui profili di Isabella Marsilio ci sono foto profilo con il volto di Giorgio Almirante, meme dal sapore apertamente nostalgico, post a favore della remigrazione, contenuti vicini a una destra radicale che guarda con simpatia a fenomeni come l’ascesa di AfD in Germania e che in altri momenti si è espressa con toni sospettosi sulle misure di controllo adottate durante la pandemia. Nell’intervista rilasciata subito dopo le dimissioni dall’ospedale, alla domanda se provasse disagio per essere stata salvata proprio da un ragazzo originario del Congo, la professoressa ha risposto con una lucidità quasi disarmante: non c’è nulla di incongruente tra un’idea politica che esprimo sui social e la gratitudine verso chi mi ha salvata, le mie idee non cambiano, quel ragazzo ha tutto il diritto di stare qui e dovrebbero dargli una medaglia.
“A me questa non mi fa pena”, ovvero il livello più basso del dibattito pubblico italiano
Ed è qui che la macchina si è messa in moto. Non parlo dei giornali seri che hanno raccontato la storia nella sua interezza, con tutte le sue contraddizioni, lasciando al lettore il compito di farsi un’idea. Parlo di quello che ho visto scorrere nelle stesse ore sui social, di quel genere di post firmati da persone che si autodefiniscono giornalisti ma che io continuo a chiamare, con tutto il disprezzo tecnico che il termine merita, influencer dell’informazione. Gente che pubblica in tempo reale, dalla poltrona di casa, la sentenza morale sull’accaduto. Ho letto testualmente frasi del tipo “a me questa non mi fa pena”, buttate lì in risposta a chi provava anche solo a esprimere solidarietà per una donna accoltellata tre volte da un ragazzino di tredici anni.
Fermatevi un secondo a pensare a cosa significa scrivere una frase del genere. Significa dire che le idee politiche di una vittima possono attenuare, giustificare, quasi meritare la violenza subita. Significa mettere sullo stesso piano un post su Facebook e un coltello di venti centimetri. Significa, soprattutto, aver perso completamente la capacità di distinguere due piani che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro: da una parte il giudizio politico e morale sulle idee di una persona, che è legittimo, sacrosanto, doveroso persino quando quelle idee sono discutibili o respingenti; dall’altra la gravità oggettiva, indiscutibile, di un tentato omicidio premeditato contro un’insegnante dentro un’aula scolastica. Non sono la stessa cosa. Non lo sono mai state. E il fatto che oggi ci sia bisogno di scriverlo nero su bianco la dice lunga su dove siamo arrivati.
Due piani diversi, e chi non li sa più separare
Io le idee di Isabella Marsilio non le condivido, e lo dico senza mezzi termini perché questo è uno spazio dove non fingo equidistanza quando non la sento. La remigrazione, così come viene proposta da certi ambienti, è una scorciatoia ideologica travestita da soluzione politica, e la simpatia dichiarata per un partito come AfD in Germania non è un dettaglio da derubricare a opinione personale innocua. Su questo si può e si deve discutere, anche duramente, anche senza sconti. Ma discutere delle idee di una persona è un esercizio che si fa mentre quella persona è viva, in salute, capace di rispondere, non mentre è appena uscita da un pronto soccorso con tre ferite da taglio.
Il punto, ed è un punto che moltissimi commentatori delle ultime ore sembrano incapaci di afferrare, è che un fatto gravissimo resta gravissimo indipendentemente da chi lo subisce. Un tredicenne che pianifica per settimane un’aggressione armata contro un adulto, che si traveste per l’occasione, che vuole trasmetterla in diretta ad un pubblico su Telegram, è un problema enorme che riguarda tutti noi, indipendentemente dal fatto che la vittima sia una professoressa di sinistra, di destra, cattolica, atea, vegana o qualunque altra cosa. Se iniziamo a modulare l’indignazione in base alle opinioni politiche della vittima, abbiamo smesso di parlare di violenza e abbiamo iniziato a fare tifo. E il tifo, quando si applica a un accoltellamento, è una delle cose più oscene che io abbia visto negli ultimi tempi su questo genere di piattaforme.
I mercati rionali, le parole sbagliate e la generazione che se ne va
Detto questo, e lo dico perché la mia onestà intellettuale vale in entrambe le direzioni, capisco anche da dove nasce una parte di quella rabbia sui social, pur condannandone la forma. C’è una generazione, quella dai sessantacinque anni in su, la stessa a cui appartiene Isabella Marsilio, che porta ancora con sé un bagaglio linguistico e culturale che oggi definiremmo, giustamente, inaccettabile. Basta fare un giro in un mercato rionale qualsiasi di questo paese per sentire ancora parole che non dovrebbero più esistere nel linguaggio pubblico, quel genere di epiteti razzisti o omofobi che vengono pronunciati con la stessa naturalezza con cui si chiede il prezzo del pane, senza percepire nemmeno lontanamente la violenza che portano dentro. È una generazione, per usare un termine sportivo che rende bene l’idea, ormai a fine carriera (perdonate il paragone) che si porta dietro pregiudizi radicati, difficili da scardinare, e su questo non c’è sconto che tenga: vanno chiamati con il loro nome, vanno contestati, vanno raccontati per quello che sono.
Ma segnalare questo, portarlo alla luce, è un lavoro giornalistico serio che richiede di uscire di casa, parlare con le persone, capire i contesti. Non è quello che stanno facendo gli influencer dell’informazione di cui parlavo prima, che si limitano a scovare un post, incollarlo con un commento tranchant e godersi la ridistribuzione. C’è una differenza abissale tra fare un’inchiesta seria su un fenomeno culturale radicato e usare i post di una donna appena accoltellata come materiale per un post che raccoglie condivisioni.
Il vero tema che nessuno vuole guardare
E mentre tutti erano impegnati a scavare nel profilo Facebook della vittima, il tema vero, quello che avrebbe dovuto occupare le prime pagine, è rimasto ai margini. Un ragazzo di tredici anni ha pianificato per settimane un gesto di violenza estrema contro un adulto di riferimento, ha coinvolto una rete di persone pronte a guardarlo in diretta mentre lo faceva, e questo dovrebbe farci tremare. Non lo dico per minimizzare il tema delle idee politiche discutibili di una insegnante, lo dico perché in altri paesi, quando il disagio giovanile è stato ignorato abbastanza a lungo, quando la rabbia sociale, la solitudine, l’esposizione costante a contenuti violenti online si sono sommate senza che nessuno intervenisse, il risultato sono state tragedie che hanno cambiato per sempre il modo in cui quei paesi guardano alle proprie scuole. Columbine, Sandy Hook, più di recente la Robb Elementary School, sono nomi che in Italia continuiamo a considerare fenomeni lontani, americani, quasi esotici, come se la distanza geografica fosse una garanzia. Non lo è. Un ragazzino che si traveste per aggredire un’insegnante e vuole farlo vedere in diretta a un gruppo Telegram non è così distante da quella logica quanto vorremmo credere.
Continuiamo a discutere di remigrazione, di post vecchi, di chi merita pena e chi no, mentre il segnale più urgente resta lì, inascoltato, ad aspettare la prossima volta che qualcuno deciderà di trasformarlo in scenografia.




