Venti euro e un concerto: il listino delle ragazzine e il silenzio delle case

Venti euro e un concerto: il listino delle ragazzine e il silenzio delle case
Un quarantenne arrestato, ragazzine con un prezzo addosso e genitori che non si accorgono di niente. Dopo la lettura di Repubblica dico la mia sul cocco, sui concerti e sui telefoni lasciati aperti.

Una ragazza di quindici anni scrive a un’amica per chiederle un favore vecchio come il mondo: se chiamano i miei, tu dì che stanotte dormo da te. Il pigiama party, l’alibi dei secoli, quello che ha funzionato con le nostre madri e con i nostri padri e che funziona benissimo ancora oggi, perché i genitori hanno un unico difetto strutturale, quello di credere ai figli. Solo che la ragazza dall’amica non ci andava. Andava a casa di un uomo di quarant’anni, salvato nei telefoni sotto un nome che sembra preso da una serie in streaming, “Sugar daddy”. E nella stessa chat dice senza giri di parole che quell’uomo le sta antipatico da morire, ma che l’importante è il contante, perché ha bisogno di comprarsi la cocaina.

Ecco, io questa frase l’ho letta tre volte, e a ogni lettura mi sono fatto la stessa domanda: ma dove vivono i genitori di questa ragazzina?

Intendo proprio dove, in quale stanza, davanti a quale schermo, con quale grado di attenzione. Perché una quindicenne che si procura la droga, la paga con i soldi di un adulto che la sfrutta e si inventa gli alibi per raggiungerlo non è una ragazza che ha deciso di farlo in un pomeriggio. È una ragazza che ha costruito per mesi una vita parallela dentro casa, sotto gli occhi di persone che le davano da mangiare, le lavavano i vestiti e le chiedevano come era andata a scuola. E nessuno ha visto niente.

Ho letto l’approfondimento che Repubblica ha pubblicato sul suo sito, quello costruito sulle chat acquisite dai carabinieri del Nucleo investigativo, e da lì nasce tutto quello che sto per scrivere. Il quadro che ne esce è allarmante su due fronti che si tengono insieme, e se dovessi scegliere quale dei due mi fa più paura farei fatica.

Un quarantenne con due nomi e un telefono

Partiamo dai fatti, perché almeno quelli vanno messi in fila senza frizzi e senza lazzi. Il 2 ottobre i carabinieri hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal gip di Roma su richiesta della procura, nei confronti di un uomo di quarant’anni. Le accuse sono prostituzione minorile, pornografia minorile, detenzione e accesso a materiale pedopornografico, con l’aggravante di aver agito ai danni di ragazze con meno di sedici anni. Secondo quanto riportato dalle agenzie, ci sono state otto perquisizioni, alcune a carico di altri indagati a piede libero, altre nelle case delle ragazze coinvolte.

L’inchiesta non è partita da un’intuizione geniale né da un algoritmo. È partita da dei genitori che nell’ottobre del 2024 hanno preso in mano il telefono della figlia di quattordici anni, ci hanno trovato dentro qualcosa che non avrebbero mai voluto trovare e hanno fatto la cosa giusta, cioè denunciare. Da quel telefono sono usciti i messaggi su Telegram, WhatsApp e Signal con il contatto “Sugar daddy”, e da quei messaggi un filo che portava ad altre ragazze.

Repubblica aggiunge che l’uomo è un ex ricercatore universitario romano che oggi lavora come consulente in ambito giuridico, e che si faceva chiamare Kaiser. Adescava su Instagram, spostava la conversazione su Telegram, usava la geolocalizzazione per cercare ragazze che abitassero vicino a lui, nella zona di Torre Angela. Pagava piccole somme per foto e video, cifre più alte per gli incontri. Il pm gli contesta dieci episodi in un arco di anni che le fonti riportano in modo non del tutto coincidente: Repubblica parla di un periodo dal 2018 al 2025, altre testate di dieci anni a partire dal 2015. Prendo atto della differenza e non mi ci metto a litigare, perché non cambia di una virgola il senso della storia.

Una cosa però va detta e la dico, perché sono uno che pretende onestà intellettuale prima di tutto da se stesso: si tratta di una misura cautelare, di un’ipotesi accusatoria, di un procedimento che dovrà fare il suo corso. Detto questo, quando leggo i messaggi che gli investigatori hanno messo agli atti non mi vengono in mente molti modi di leggerli diversi da quello che sembra evidente a chiunque.

Il cocco, la borsa e il biglietto

Veniamo alle ragazze, che è la parte che mi interessa di più e che il dibattito di solito liquida in due righe. Dentro le chat c’è un’adolescente che chiede a una coetanea se “Sugar daddy” le sta simpatico, perché lei ci vuole uscire. E la risposta della coetanea, che Repubblica ha scelto come titolo, è “basta che ci dà il cocco”. Il cocco, cioè la cocaina, nel gergo di chi ha quindici anni e se la procura. Non una battuta, non un modo di dire: una valutazione commerciale. Lui sta simpatico o no? Non importa, basta che paghi.

Poi c’è la contabilità. Una delle ragazze, nel ragionare sui concerti dell’estate a Roma, mette in fila i biglietti e fa la somma a voce alta, per iscritto: servono ottantacinque euro, quindi bisogna fare quattro uscite per mettere insieme i soldi di tutti i concerti. Quattro uscite. Si fa il conto in appuntamenti, come un rappresentante che calcola quante visite deve fare per chiudere il mese. Un’altra scrive di essere felicissima, perché ha guadagnato trenta euro e una cena al sushi.

Mi fermo un attimo su questo, perché è il dettaglio che mi toglie l’aria. Il sushi. Non ha detto “mi ha fatto un regalo”, ha detto “ho guadagnato”. Il lessico del lavoro, della prestazione, dello scambio, applicato a un corpo di quattordici o quindici anni da una ragazzina che ha già assorbito, non so da dove e non so da chi, l’idea che quel corpo abbia un tariffario. Venti euro per un bacio, trenta per qualcosa in più, cento per l’incontro, di più se porti un’amica. Hanno persino un sistema di provvigione, perché Repubblica racconta che l’uomo pagava di più chi gli presentava altre ragazze. Il capo che premia chi porta clienti, solo che i clienti sono altre compagne di scuola.

Quando uno scrive che il quadro è allarmante non sta esagerando. Non siamo davanti a una ragazza fragile che cade in un tranello isolato. Siamo davanti a un linguaggio condiviso, a un mercato interno a un gruppo di amiche, a una normalità costruita in comune.

Eroina, Roma e il vecchio alibi del margine

Qualcuno adesso mi dirà che non è una novità, e io sono il primo a dirlo. Chi era adolescente negli anni Ottanta a Roma ricorda benissimo quando l’eroina girava per le strade, nei parchi, davanti alle stazioni, e ricorda altrettanto bene che molte ragazze e molti ragazzi si vendevano per una dose. Chi ha vissuto quegli anni non ha bisogno che un giornale gli spieghi che la disperazione ha sempre trovato la sua moneta di scambio. Quell’eroina, per inciso, a quanto si sente dire da più parti sta tornando, e questa è una notizia che dovrebbe far venire i brividi a chiunque abbia memoria.

Ma c’era una differenza che non possiamo far finta di non vedere. Quello era un fenomeno di margine, nel senso più brutale del termine. Riguardava ragazzi che erano già ai bordi della società, famiglie sfasciate, periferie dimenticate, storie in cui la droga era l’ultimo anello di una catena di abbandoni. Era orribile, ma era leggibile: sapevi dove cercarlo, sapevi chi c’era dentro.

Quello che emerge oggi è un’altra cosa, ed è proprio qui che mi sembra giusto mettere il dito. Accanto a chi cerca i soldi per la droga, nelle stesse chat, nello stesso circuito, ci sono ragazze che lo fanno per una borsa, per un accessorio, per il biglietto del concerto del cantante preferito. Gente che il pomeriggio dopo si siede a tavola con mamma e papà come se niente fosse. Non sono ai margini. Sono al centro, sono dappertutto, sono trasversali, e questo non è normale.

Non è normale perché toglie l’ultima consolazione che ci raccontavamo. Il margine ci tranquillizzava: succede agli altri, a quelli che non hanno avuto fortuna, a quelli che non hanno una famiglia come la nostra. Adesso scopriamo che può succedere alla figlia di chiunque, a quella che ha il telefono nuovo, che va a scuola, che prende voti decenti, e a cui basta un messaggio privato su Instagram per scivolare in un mondo che i genitori non sanno nemmeno che esista.

Chi ti compra il biglietto del concerto

C’è una domanda che mi sono fatto io e che immagino si stiano facendo in molti. Come è possibile che una ragazzina di quattordici anni acquisti delle cose, e non una caramella, ma una borsa, dei biglietti, della roba che costa, senza che a casa qualcuno faccia una domanda.

Vorrei capire in che mondo viviamo, davvero. Un biglietto per un concerto di un artista famoso non è un acquisto che passa inosservato: costa, richiede una carta o un pagamento, un accompagnatore, spesso un orario di rientro. Una borsa nuova si vede, il giorno dopo è appesa alla spalla e sfila in corridoio. Una dose è più difficile da vedere, certo, ma ha altri segnali che ogni genitore con un minimo di attenzione dovrebbe saper riconoscere: lo sguardo, gli orari, gli umori, il denaro che sparisce e quello che compare.

E allora la domanda è semplice, brutale, e nessuno ha voglia di farla ad alta voce. Da dove arriva quella roba? Quando tua figlia torna con qualcosa che non potrebbe permettersi, quando ha i soldi per andare al concerto senza che tu glieli abbia dati, quando cambia abitudini, quando ha un amico che non ti ha mai presentato, che cosa fai? Chiedi? Controlli? O pensi che sia un’adolescente, che a quell’età si ha diritto alla propria privacy, che è meglio non soffocarla, che alla fine se avesse un problema lo direbbe?

Ecco, lo dico senza girarci intorno. Quel “se avesse un problema lo direbbe” è la frase più pericolosa che un genitore possa pronunciare nel 2026. Perché una quindicenne che sta dentro quel meccanismo non lo dice, e la prova è nelle chat stesse. Una delle ragazze, parlando con l’amica, definisce l’uomo un pedofilo, capisce benissimo che quel che succede non è normale, e continua. Un’altra ammette di essersi lasciata manipolare, di averlo fatto per drogarsi e di farsi schifo per averlo fatto. Sanno. Sanno tutto, e dentro non c’è nessuno a cui dirlo.

“Era lei che lo sfruttava”, la favola preferita di chi vuole dormire tranquillo

Passiamo a un’altra cosa che mi ha fatto salire il sangue al cervello, ed è la quantità di commenti che girano in questi giorni, sotto gli articoli e sui social, che cercano di alleggerire la posizione dell’uomo. Il refrain è sempre lo stesso: se lo cercavano, lui dava i soldi e loro li prendevano, erano loro a sfruttarlo, in fondo era un patto tra le parti.

Il ragionamento si regge su un’illusione ottica, quella che la stessa chat con le ragazze contribuisce a costruire. Una di loro scrive, convinta, che ogni volta che le servono soldi lui le manda venti euro, e pensa di avere in mano la situazione. Ma pensare di sfruttare un adulto che ti paga non è sfruttare, è la definizione scolastica di essere sfruttati. Lei crede di avere il coltello dalla parte del manico, lui sa benissimo che il coltello ce l’ha solo lui.

Qualunque psicologo, e non serve nemmeno scomodarne uno di quelli blasonati, può confermare che a quattordici anni sei corruttibile in un modo che a trenta non puoi nemmeno ricordare. Hai il cervello in costruzione, il bisogno di essere approvato che ti divora, la fame di sentirti grande, il desiderio di avere quello che hanno le altre. Un adulto che usa tutto questo, che lo sa e lo sfrutta con metodo, non sta stipulando un accordo: sta facendo esattamente quello che per la legge e per qualsiasi persona sana di mente si chiama approfittarsi di un minore.

Ancora più rivelatore è un dettaglio che Repubblica riporta quasi di sfuggita: lui è intelligente, e questa intelligenza la usa per certe cose. Lo dice una ragazzina, non lo dice un profiler. Una persona che ha un dottorato o un percorso di ricerca alle spalle, che oggi fa il consulente giuridico, che sa benissimo dove sta la linea e perfettamente il peso delle parole, e che sceglie di andare a cercare quelle ragazzine lì, in quel modo, con quel metodo. Con la geolocalizzazione, con le app, con un sistema di premi per chi porta nuove ragazze.

A chi vuole difenderlo dico di provare a immaginare la propria figlia al posto di una di quelle. Poi ne riparliamo.

Il mantra che nessuno vuole sentire

Veniamo al punto che più mi sta a cuore, e che mi sentirete ripetere finché ne avrò fiato, perché deve diventare un mantra. I genitori devono capire che cosa c’è in rete.

Non “dovrebbero”, non “sarebbe bene”: devono. Devono sapere come funzionano i social che usano i loro figli, come si controllano, cosa succede dentro un messaggio privato, quali sono le dinamiche con cui un adulto sconosciuto riesce a stabilire un contatto con una minorenne e a trascinarla fuori dallo schermo e dentro un appartamento. Non per diventare dei poliziotti, ma perché la rete non è un gioco e un telefono in mano a una quattordicenne non è una bambola.

E qui so già che si aprirebbe una diatriba senza fine. C’è chi dirà che il controllo capillare e totale è impossibile, che i ragazzi trovano sempre un modo, che alla fine conta il dialogo, che la fiducia viene prima di tutto. Tutto vero, e tutto abbastanza comodo. Perché il dialogo non esclude il controllo, e la fiducia non è un atto di fede cieca: è una cosa che si costruisce guardando che cosa succede, e non girandosi dall’altra parte per timore di sembrare invadenti. Si può fare l’uno e l’altro, e se uno dei due va sacrificato non è quello che impedisce a un quarantenne di scrivere a tua figlia alle undici di sera.

Il controllo non ha niente di militaresco. È sapere quali app ci sono sul telefono. È sapere con chi si parla. È accorgersi che sul display di una ragazzina di quattordici anni compare una chat su Signal, che è un’app che un genitore magari non conosce nemmeno, ma che serve proprio a far sparire le tracce. È chiedersi perché una ragazzina abbia bisogno di tre applicazioni di messaggistica diverse per parlare con le amiche.

“Io non ci capisco niente”, la frase che vale una denuncia

Ed eccoci alla frase che sento ripetere ovunque, e che mi fa venire l’orticaria. “Io non ci capisco niente di queste cose.”

Bene. Non ci capisci niente. Hai quarantacinque anni, un telefono, una carta di credito, un’app della banca, il registro elettronico, WhatsApp dove ti scrivi con tutti e Facebook dove metti il like alle foto dei cugini. E in tutto questo davvero non sei in grado di capire come funziona un messaggio diretto su Instagram?

Non si tratta di ignoranza, si tratta di rifiuto. Perché per capirlo bisogna aprire la porta, e dietro quella porta c’è la possibilità di scoprire una cosa che non vogliamo sapere. È molto più comodo dire che non ci si capisce niente, e così ci si assolve in anticipo da ogni responsabilità, come se la tecnologia fosse un fenomeno atmosferico, un uragano che arriva e porta via tutto senza che si possa fare nulla.

Quella frase non può essere una spiegazione, e non può essere nemmeno una giustificazione. Lasciare aperta una porta, un direct message su Instagram, un messaggio su Telegram, un’applicazione che nessuno controlla, è pericoloso sotto ogni punto di vista, e a dirlo non sono io ma le chat di un’inchiesta in cui decine di ragazzine si sono ritrovate dentro un meccanismo senza che nessuna, a quanto leggo, avesse accanto qualcuno in grado di accorgersene in tempo. Le uniche ad accorgersene sono state, e questo è l’aspetto che dà un po’ di speranza, due persone: dei genitori che hanno guardato nel telefono della figlia. Hanno fatto proprio quello che tanti considerano inopportuno, e grazie a loro oggi un uomo è in carcere.

Chissà quanti altri, in questo momento, hanno nel cassetto della scrivania di una camera da letto un telefono che nessuno ha mai avuto il coraggio di aprire.

La porta e il cocco

Ci sono due cose che non riesco a smettere di guardare insieme. La prima è un uomo adulto che ha costruito un sistema, con le sue tariffe, i suoi premi, la sua logistica, la sua lista di contatti, e che lo ha fatto per anni nel quartiere dove abita, a pochi chilometri da case in cui dei genitori preparavano la cena. La seconda è un gruppo di ragazzine che parlano di quel sistema come si parlerebbe di un lavoretto estivo, tra una borsa da comprare e un concerto da non perdere.

Il primo fatto è un crimine e merita la pena che la legge gli assegnerà. Il secondo è un sintomo, e di quello non risponde nessun tribunale: risponde la società che ha tirato su quelle ragazze, la scuola che le ha viste ogni mattina, le case in cui tornavano la sera, le cene durante le quali nessuno ha chiesto da dove venisse quel biglietto.

Un uomo ha bussato a una porta lasciata socchiusa, e dentro ha trovato quello che cercava. Quante altre ce ne sono, adesso, in questo preciso istante, con la maniglia che non scatta più da anni?