ArtCraft: la faccia di Photoshop, il motore di un’alpha

ArtCraft: la faccia di Photoshop, il motore di un'alpha
Il clone gratuito di Adobe manda in estasi montatori e grafici, ma su 256 file Photoshop ne riproduce identici soltanto 133. Sembra uguale, e il problema è tutto lì: la differenza sta nei dettagli che nessuno posta su TikTok.

Su 256 file creati con Photoshop, il clone gratuito di cui parlano tutti ne riproduce identici pixel per pixel 133, mentre gli altri 123 escono diversi. Il dato non viene da un nostalgico dell’abbonamento Adobe né da un fotografo con il dente avvelenato, ma dal nuovo test che il team di ArtCraft ha fatto girare il 10 ottobre su PhotoCraft contro Photoshop 2026, riportato da BigGo Finance. Nello stesso test le funzioni presenti in una qualche forma risultano circa il 76%, ma quando ci si chiede se un professionista possa davvero sostituire Photoshop con quel programma la valutazione interna scende a un 45% scarso, il che significa che a dirlo sono gli autori stessi, nel loro repository, e non i detrattori.

Eppure nei gruppi di montatori e di fotografi, tra i grafici che si scambiano screenshot a notte fonda e su TikTok, dove ogni profilo con la parola tech nella bio ha già girato il suo video, da giorni non si parla d’altro. Si tratta di una suite open source e gratuita che rifà Photoshop, Premiere, Lightroom, Illustrator, After Effects, InDesign e Acrobat, scritta in Rust da un’intelligenza artificiale e distribuita con licenze MIT e Apache, per giunta funzionante anche su Linux. Faccio fatica a capire tutta questa euforia, e prima di dirlo ho passato la mattinata a leggere cosa se ne scrive fuori dall’Italia, dove almeno qualcuno il programma lo ha aperto davvero.

Il ragazzo in cameretta non esiste

La storia che circola su TikTok racconta di un ragazzo che in cameretta avrebbe fatto il debug di Photoshop con l’aiuto dell’IA, lo avrebbe decompilato, rifatto in una settimana e regalato al mondo, ma è sbagliata due volte. La prima è che nessuno ha decompilato niente. Anthony Morganti, fotografo che ha provato le app e le ha raccontate, ammette di aver creduto anche lui alla versione della decompilazione, salvo scoprire poi che il modello ha studiato il comportamento dei programmi Adobe e ha scritto da capo codice nuovo in Rust, senza toccare una riga di quello proprietario. Resta aperta, semmai, la discussione sull’etichetta di clean room con cui il progetto si presenta, perché su Hacker News qualcuno ha fatto notare che il metodo classico prevede due squadre separate, una che studia il prodotto e una che scrive il codice senza averlo mai visto. Qui invece ci sono un solo sviluppatore e un modello addestrato su una montagna di codice e documentazione pubblici, e l’obiezione mi pare solida. Ars Technica, dal canto suo, ricorda che rifare le funzioni di un software senza copiarne il codice è in genere considerato lecito, e che i guai possono arrivare piuttosto da un’interfaccia troppo simile all’originale.

La seconda cosa sbagliata è la cameretta, perché Brandon Thomas fa l’ingegnere da quindici anni, è passato da Square, ha guidato Storyteller.ai e porta avanti ArtCraft da quasi un anno come studio per generare immagini e video con l’IA. Su Hacker News ha scritto di avere un team che costruisce software per filmmaker e di poter contare su costi già coperti. Il repository di PhotoCraft nasce il 30 settembre e, secondo i numeri del progetto ripresi da BigGo, in una decina di giorni ha accumulato oltre mille commit e circa mille pull request unite, con dieci o venti agenti al lavoro in parallelo in ogni momento e contributi da più di centocinquanta account GitHub. Quella che ne esce è una linea di montaggio con le luci accese tutta la notte, il che rende la storia più interessante di quella romantica e fa apparire piuttosto ingenuo il fascino del singolo contro Adobe, che regge soltanto finché nessuno guarda il contatore dei commit.

Dieci giorni bastano a far sembrare finito qualsiasi cosa

Per mettere in piedi una finestra con la barra degli strumenti, il pannello dei livelli, i menu e le scorciatoie al posto giusto servivano un tempo mesi di lavoro di un intero team, mentre oggi bastano pochi giorni, e sono proprio queste le parti che si vedono negli screenshot e nei video di presentazione. Il punto in cui un software sembra un prodotto finito si è spostato in avanti di colpo, mentre quello in cui lo è davvero è rimasto dov’era, e così chi guarda il video vede Photoshop, mentre chi ci lavora otto ore al giorno vede tutto il resto.

C’è poi un inganno mentale che l’IA regala a chi sviluppa: trovi un bug, lo segnali all’agente, nel giro di pochi minuti è sistemato e i test passano, e dopo qualche decina di cicli viene naturale pensare che ne bastino altri cinquanta e un po’ di token per arrivare in fondo. Si spiega anche così la promessa fatta su Reddit di una parità completa con Adobe in un mese, che pochi giorni più tardi su Hacker News era già diventata una parità del 99% da misurare in mesi e non in anni. Il guaio sta in tutto ciò che non compare in nessuna lista, cioè le eccezioni, i file strani, i casi che nessun repository elenca perché li scopri soltanto quando un cliente ti manda il suo, e che Adobe ha accumulato in decenni di segnalazioni degli utenti senza che si possano comprare a peso di token. Un direttore dell’ingegneria di Adobe, riporta ancora BigGo, ha scritto un paio di mesi fa che riscrivere Photoshop da zero è quasi impossibile oltre che inutile, e che la strada scelta è stata portare il vecchio codice dove serve.

Il filtro è nel menu ma il risultato è un altro

Si prenda il PSD che un cliente rimanda indietro dopo il terzo giro di correzioni, con i livelli di regolazione, le maschere, due smart object annidati e una sfocatura intelligente applicata sotto il livello: PhotoCraft quel file lo apre, ed è il dato che si sente sbandierare più spesso, ma aprirlo è la parte facile. Nei test del repository i filtri legati agli smart object vengono salvati e riletti correttamente, solo che quando si tratta di ricalcolare il risultato come lo calcola Photoshop coincidono appena 5 casi su 30, perché salvare l’istruzione «sfocatura gaussiana con questo raggio» non equivale a saperla eseguire come l’originale. Chi ha provato il programma segnala smart object che si aprono con anomalie e un file professionale nemmeno troppo complicato che si apre ma risponde con lentezza e con piccoli errori frequenti.

Mike Pearl di Gizmodo ha messo insieme un composito veloce e ha trovato ogni comando dove se lo aspettava, il che dice molto sulla fedeltà con cui l’interfaccia è stata copiata, ma la trasformazione libera si è comportata in modo imprevedibile e a tratti si è annullata da sola. Nel thread di lancio su Hacker News le lamentele più pesanti riguardavano proprio PhotoCraft, con ritardi, strumenti che si bloccano e scorciatoie da tastiera che non rispondono, e su Windows e Linux compaiono bug di interazione perfino nelle operazioni di base. Un file che si apre non è un file che funziona, e un annulla che scatta da solo sul lavoro di un cliente è il genere di incidente che a un freelance costa una consegna, ben più di una brutta recensione.

Montatori e fotografi, fate due conti con i vostri plugin

FilmCraft sa fare montaggio multitraccia, correzione colore ed esportazione, con moduli separati per codec, timeline, rendering e GPU, e ha più struttura di quanta ci si aspetterebbe da un clone di due settimane. Chi monta per mestiere sa però dove cade l’asino: alcuni effetti di uso comune e la correzione colore sul modello di Lumetri girano ancora sulla CPU a velocità preoccupanti, e non si possono caricare plugin di terze parti in formato VST3 o Audio Units. Per chi non monta, parliamo del de-esser che si usa su ogni voce, del compressore tarato in tre anni di lavoro, della catena di restauro che salva l’intervista registrata con il vento. Se ne può fare a meno, certo, come si va a Milano in Panda: si arriva, ma il cliente ha già chiamato due volte. EffectCraft, che sta ad After Effects come FilmCraft sta a Premiere, non apre nemmeno i progetti .aep e non fa girare i plugin di After Effects, per cui anni di template accumulati restano dove sono.

Per i fotografi c’è un dettaglio che mi ha impressionato più di qualsiasi crash: secondo quanto riferisce chi ha provato le app, quelle fotografiche non leggono tutti i RAW, compreso il CR3 di Canon, e davanti a un formato non supportato mostrano e fanno modificare l’anteprima JPEG incorporata nel file. Un programma che si pianta lo si nota subito, mentre uno che lascia sviluppare un’anteprima convinti di lavorare sul negativo digitale rischia di farsi scoprire a stampa fatta.

Quello che costa Adobe, e perché non è colpa del logo

Lo dico senza giri di parole: Adobe costa perché dietro ogni prodotto ci sono decenni di sviluppo, di correzioni, di funzioni aggiunte perché qualcuno ne aveva davvero bisogno e di compatibilità mantenuta con file che hanno quindici anni, e quel sapere accumulato è il prodotto vero, mentre il marchio è soltanto l’etichetta. Chi fa il fotografo, il videomaker o il grafico per mestiere ha bisogno di strumenti che non gli si rompano in mano il giorno della consegna, e uno strumento del genere costa, perché è un lavoro e come tale va trattato, con la sua voce a bilancio come l’affitto dello studio. Anche chi detesta l’abbonamento, e ci sono ottimi motivi per detestarlo, dovrebbe ammettere che la fattura mensile compra tempo risparmiato.

Esistono poi le alternative gratuite e serie, che non sono nate ieri: GIMP, Krita e Photopea per l’immagine, DaVinci Resolve nella sua versione gratuita per il video e, secondo BigGo, anche Affinity, gratuito da ottobre 2025. Non hanno tutte le funzioni dei fratelli a pagamento e nessuno lo nega, ma hanno anni di storia, comunità, bug noti e bug risolti, e un professionista può valutarli con la propria testa guardando cosa ci hanno fatto altri prima di lui. ArtCraft non ha una cronologia di questo tipo, perché ha due settimane di vita, una dicitura di alpha che lo stesso sviluppatore mette bene in vista e una documentazione di PhotoCraft che ammette di non essere ancora all’altezza del lavoro professionale di ogni giorno. Perfino Everyeye, che la notizia l’ha data con un tono per niente ostile, chiude dicendo che il programma piacerà agli amatori e a chi non si considera un professionista, che è esattamente il punto.

La penale, la vendetta e chi paga i server

L’origine di tutto è una ripicca, e la racconta lo stesso Thomas: sarebbe stato colpito più volte dalle penali di recesso dell’abbonamento Adobe, e da lì sarebbe nata la voglia di costruire un’alternativa libera. Il risentimento è comprensibile e non è solo suo, visto che secondo Gizmodo, citato da Tbreak, Adobe ha accettato quest’anno un accordo da 150 milioni di dollari dopo una causa federale del 2024 che le contestava di aver intrappolato gli utenti negli abbonamenti. È probabilmente da qui che arriva buona parte dell’euforia, perché quando una multinazionale ha messo tanta gente nella stessa trappola chiunque prometta una porta d’uscita viene applaudito prima ancora che qualcuno controlli dove porta.

I server però qualcuno li deve pagare, e infatti le app sono gratuite e con licenza libera mentre il progetto vende crediti per i modelli generativi, a partire da dieci dollari al mese fatturati annualmente, stando a IT Pro Expert. Il nucleo si regala e la parte intelligente si paga, con la stessa formula di Canva, come nota Morganti, ed è una formula perfettamente legittima che però, raccontata come quella del tizio che fa tutto gratis per amore dell’arte, suona molto diversa. Resta poi la questione legale, perché Everyeye ricorda che Adobe detiene diritti non solo sul codice ma anche sulle migliaia di funzioni e impostazioni dell’esperienza d’uso, PetaPixel parla di migliaia di brevetti, e un clone che ripete menu, pannelli e scorciatoie si muove inevitabilmente in una zona grigia. Nelle cronache che ho letto Adobe non ha ancora commentato, e non so cosa succederà né mi metto a fare previsioni da bar, ma noto che l’interfaccia identica è il pregio più sbandierato del progetto e al tempo stesso il suo punto più esposto.

«Software is over» è uno slogan, non una diagnosi

La frase è rimbalzata da Ars Technica e TechSpot, che l’hanno ripresa dai commenti dello sviluppatore, e BigGo ne ha fatto un titolo. A pochi giorni di distanza lo stesso autore parla di mesi e non più di un mese, e sulle pagine ufficiali di quasi tutte le app compare la dicitura «in sviluppo» o «early alpha». Gli slogan vanno bene per le magliette, meno per decidere con quale programma consegnare un lavoro.

Una cosa va comunque riconosciuta, e la riconosco volentieri: come esercizio è splendido. Con quindici anni di mestiere, un modello come Claude Opus 5.5 e una batteria di agenti in parallelo si arriva in due settimane a qualcosa che somiglia a Photoshop quanto basta per far scrivere mezzo internet, con pacchetti Linux nativi, oltre millesettecento test automatici e, dicono gli autori, 134 file PSD reali su 135 letti e riscritti identici byte per byte. È un ottimo inizio e un bel lavoro, ma «somiglia» è la parola su cui inciampa tutto, perché lo sviluppo è un’altra faccenda: è la cura ostinata e ventennale delle eccezioni che separa un programma che funziona negli screenshot da uno che regge il lunedì mattina con trecento file in coda.

Resta da capire perché l’euforia sia così diffusa, e le ragioni mi sembrano parecchie. C’è l’aspetto identico che non obbliga a reimparare niente, c’è l’odio per gli abbonamenti che è un carburante di prima qualità, c’è l’idea che l’IA scriva software da sola, che fa venire i brividi tanto a chi la ama quanto a chi la teme, e c’è il racconto del ragazzo in cameretta, comodissimo da ripetere in trenta secondi di video. Si condivide la schermata e non il test, e nessuno posta i 123 file su 256 che non tornano.

Vi lascio con una domanda precisa, il cliente vi manda un PSD del 2019 e vuole la consegna alle sei di sera: lo aprireste con un programma che ha due settimane di vita?