A X Factor, quattro carte verdi per Cantat

A X Factor, quattro carte verdi per Cantat
Giovedì 8 ottobre quattro giudici di X Factor hanno detto sì a una canzone di Bertrand Cantat. In Francia le radio quel nome non lo passano più da anni. Qui nessuno ha alzato la mano.

Prima di entrare ripete una parola sottovoce, come si fa con un portafortuna. Rakatoouum. È la parola che, racconta lei stessa, le è arrivata canalizzata dalle sue guide, quella che da bambina la teneva al sicuro quando aveva paura. Poi sale sul palco dell’Allianz Cloud di Milano, giovedì 8 ottobre, seconda puntata dei Bootcamp di X Factor, e canta Le vent nous portera dei Noir Désir. Quando finisce, Irama (quello che alle audizioni le aveva detto di no) fa il simpatico sulle sue ciabatte, identiche a quelle che Gabbani si infila quando va a fare serata, e subito dopo si “accendono le luci dei giudici”: quattro carte verdi, quattro sì, Last Call.

Quattro professionisti seduti a un tavolo, una produzione Fremantle alle spalle, un canale come Sky, uno stuolo di autori che sorvegliano ogni virgola del copione, milioni di persone davanti allo schermo. E nei resoconti che ho letto, nei video che ho guardato, nei commenti che ho scorso fino a farmi venire il mal di testa, non ho trovato nessuno che abbia detto la cosa più elementare del mondo: ma di chi è questa canzone? Anzi, ho trovato chi la definisce un brano meraviglioso, e fin qui posso anche essere d’accordo, perché lo è. Il problema è che la bellezza di una canzone non ha mai lavato il passato di chi la scrive e la urla in un microfono.

Taniche, candele e guide spirituali

Mi tocca spiegare chi è la protagonista dell’esibizione, perché il personaggio conta, e conta per come viene raccontato. Camilla Tradardi, in arte Rakatoouum, ha 27 anni, è di Parma e vive in Romagna in autosussistenza: niente acqua corrente, si rifornisce con le taniche, usa candele e pannelli solari, ha un computer solo per lavorare. È tornata da poco dopo sette anni passati in giro per il mondo. Alle audizioni ha spiegato di essere arrivata a X Factor perché l’anno scorso aveva avuto delle visioni, le X di X Factor appunto. Ha cantato Reckoning Song di Asaf Avidan, tre sì su quattro, e dopo il verdetto è scoppiata a piangere dicendosi arrabbiata con sé stessa per non aver emozionato abbastanza.

Fin qui, una storia di quelle che la televisione ama alla follia: la ragazza che rifiuta il sistema, vive con le candele, parla con le guide e poi si presenta davanti a quattro giudici e a un’audience che alle otto di sera mangia il pollo davanti al telefono. Sui social, e qui mi baso su una discreta quantità di video di TikTok e di attivisti che ho guardato per capire di cosa parlassimo, è diventata in fretta la nuova icona green, la creatura che incarna la coerenza, l’autenticità, il ritorno alla terra, l’anti-sistema col pannello solare. Un personaggio costruito (da lei, dai social, dal montaggio, non importa da chi) intorno a un’idea precisa: io sono quella che ha capito, che vive secondo valori, che non si piega.

Ecco, tenete a mente questa cornice. Una che fa della consapevolezza la propria divisa, che parla di energie e di guide, che la gente descrive come la coscienza pulita del talent, sceglie tra tutte le canzoni del mondo quella di un uomo condannato per aver ucciso a botte una donna. Posso concederle l’ignoranza, lo ammetto, ma allora mi chiedo che razza di consapevolezza sia quella che arriva fino al kilowatt dei pannelli solari e si ferma davanti a una voce su Wikipedia. Se invece sapeva, il discorso cambia, e cambia in peggio. In nessuno dei due casi l’icona regge.

Chi è l’uomo che ha scritto quella canzone

Bertrand Cantat nasce artisticamente a Bordeaux, nei primi anni Ottanta, con i Noir Désir. Quattro ragazzi che negli anni Novanta diventano per la Francia quello che per noi sono stati, mettiamola così, i CCCP e i Marlene Kuntz presi insieme e portati su un palco da stadio: il rock d’impegno, quello con i testi che citano Rimbaud e Lautréamont, i comizi antifascisti tra un assolo e l’altro, la rabbia no-global, gli attacchi al capitalismo, la polemica feroce con Vivendi Universal, il gruppo che li pubblicava e che loro tenevano sotto tiro dal palco. Una band con un’autorità morale quasi intoccabile. L’album del 2001, Des visages des figures, li porta in cima: è lì dentro che vive il pezzo di cui stiamo parlando.

Cantat era la faccia di tutto questo. Il poeta ruvido, il ribelle col microfono stretto in pugno, l’uomo che parlava di giustizia sociale a platee che lo ascoltavano come si ascolta un profeta con la chitarra elettrica. Voglio che questa immagine resti ferma davanti ai vostri occhi un secondo, perché dobbiamo ricordarcela quando passiamo alla notte del 26 luglio 2003.

Camera 35

Hotel Domina Plaza, Vilnius, Lituania. Camera 35. Marie Trintignant, attrice, 41 anni, figlia di Jean-Louis Trintignant e di Nadine Trintignant, si trova lì per girare un telefilm intitolato Colette, diretto proprio da sua madre. Cantat la accompagna, sono una coppia. A scatenare la lite, per quello che è stato ricostruito, un SMS amichevole che Marie aveva ricevuto dal suo ex marito, Samuel Benchetrit. Un messaggino. Gelosia, quella che i giornali dell’epoca chiamarono per mesi, con una disinvoltura che oggi farebbe rabbrividire, un delitto passionale.

Le perizie e l’autopsia parlano di almeno diciannove colpi, concentrati su volto e cranio. Ossa nasali fratturate, distacchi retinici e nervosi, ematoma subdurale, un edema cerebrale gravissimo. Non uno schiaffo finito male. Diciannove colpi sul volto.

Sette ore

Cantat non chiama i soccorsi. Verso le cinque e mezza del mattino telefona al fratello di Marie, Vincent Trintignant, e gli dice che lei sta dormendo profondamente dopo un litigio.

Quello che succede dopo, in un’aula e in una famiglia

I soccorsi arrivano con circa sette ore di ritardo, quando Marie è già in un coma da cui non uscirà. La portano a Parigi. Muore il primo agosto 2003, senza aver mai ripreso conoscenza. Nel marzo del 2004 il tribunale lituano condanna Cantat a otto anni di carcere per omicidio con dolo eventuale. La difesa gioca la carta del delitto passionale, della relazione tossica e fuori controllo, dell’incidente di due persone che si amavano troppo, e in aula pesa moltissimo la testimonianza di Krisztina Rády, la ex moglie di Cantat, madre dei suoi figli, che giura davanti alla corte di non aver mai subito violenza durante gli anni del loro matrimonio.

Nell’ottobre del 2007, dopo aver scontato metà della pena tra la Lituania e il carcere di Muret, in Francia, Cantat ottiene la libertà condizionale. Quattro anni, per una donna di 41 anni con un cranio ridotto a quel modo, quattro anni.

La testimone e il silenzio di Bordeaux

La storia non finisce lì, e questa è la parte che fa più male. Cantat torna a vivere a Bordeaux con Krisztina Rády e con i figli. Il 10 gennaio 2010 Krisztina viene trovata morta impiccata nella casa in cui vivevano. Cantat dormiva in una stanza vicina, viene ascoltato dagli inquirenti, e la vicenda viene formalmente archiviata come gesto volontario. Nessuno, in tribunale, ha mai condannato Cantat per quella morte, e lo scrivo senza giri di parole perché è un fatto: la giustizia non ha mai attribuito a lui la morte di Krisztina.

Poi arriva il 2013. La famiglia Rády rende pubblico un messaggio vocale di circa sette minuti, che Krisztina aveva lasciato sulla segreteria dei suoi genitori a Budapest nell’estate del 2009. Dentro c’è una donna che racconta un’altra storia rispetto a quella giurata in Lituania: descrive Cantat come violento, instabile, manipolatore, parla di un terrore costante, di un compagno che la vuole come un trofeo, dice di aver paura per sé e per i bambini. Il contrario esatto di quello che aveva detto in aula nel 2004.

Diverse associazioni femministe e giuriste francesi sostengono da allora la tesi del suicidio forzato, cioè della morte come esito di una lunga violenza psicologica e di una sopraffazione quotidiana. Il fascicolo è stato archiviato, poi riproposto, poi riportato all’attenzione della magistratura di Bordeaux. La giustizia non ha stabilito niente di definitivo, e io non lo pretendo da un articolo. Quello che posso fare, e che faccio, è ricordare che le parole di Krisztina sono registrate, che esistono, che sono state ascoltate, e che chi ha deciso di cantare Cantat nel 2026 su un palco televisivo ha deciso di passarci sopra.

Il patto del silenzio

Nel novembre del 2017 la giornalista Anne-Sophie Jahn pubblica su Le Point un’inchiesta che manda in frantumi la versione della tragedia isolata, del colpo di follia di una notte sola. Un membro del cerchio ristretto dei Noir Désir, in forma anonima, racconta che la linea difensiva al processo di Vilnius era stata concordata a tavolino, e che Krisztina aveva accettato di mentire per proteggere il padre dei suoi figli e garantirgli una pena ridotta. Racconta che la natura collerica e violenta di Cantat era nota a tutto l’entourage fin dalla fine degli anni Ottanta, che episodi di percosse a compagne precedenti erano stati sistematicamente coperti, che la band e lo staff avevano scelto di non vedere per un impasto di timore reverenziale, lealtà da tribù rock e, banalmente, interessi economici: il marchio Noir Désir doveva continuare a funzionare.

Ci sono poi le ore che precedono lo scioglimento del gruppo, nel novembre del 2010. Una cena, i musicisti riuniti per pianificare il ritorno in sala di registrazione. Cantat si presenta come l’unica vera vittima di tutte le vicende, rifiuta qualsiasi autocritica, parla della morte di Marie Trintignant come di una fatalità. Il chitarrista Serge Teyssot-Gay e il batterista Denis Barthe capiscono di avere davanti un abisso morale. Teyssot-Gay lascia la band la mattina dopo. Finisce lì, e finisce per una questione che a un pubblico di talent dovrebbe interessare parecchio: i suoi stessi compagni di una vita, quelli che avevano coperto per anni, a un certo punto non ce la fanno più a stare nella stessa stanza.

Cosa ha fatto la Francia (e cosa abbiamo fatto noi)

Veniamo adesso a quello che per me è il cuore del pezzo, perché non mi interessa fare il processo a un morto di quasi vent’anni fa. Mi interessa capire cosa ha fatto un Paese intero quando ha messo insieme i pezzi. Nell’ottobre del 2017 la rivista Les Inrockuptibles dedica la copertina a Cantat per il lancio del suo disco solista, Amor Fati. Succede l’inferno: proteste, ministri che attaccano pubblicamente, editoriali furiosi sulla stampa rivale, il settimanale Elle che risponde con una copertina dedicata a Marie Trintignant. La redazione di Les Inrocks è costretta a pubblicare un editoriale di scuse, ammettendo l’errore di aver celebrato un condannato per l’uccisione di una donna.

Nel 2018 va peggio. Cantat è in cartellone in diversi festival estivi, tra cui l’Ardèche Aluna Festival. Parte la valanga: petizioni online con decine di migliaia di firme in poche ore, artisti in programma che minacciano di non salire sul palco, enti locali e sponsor che ritirano i soldi. Cantat e il suo management cancellano tutta la tournée estiva.

E poi le radio. Non c’è stata una legge, non c’è stato un decreto, nessun ministro con il timbro in mano. È stata una scelta editoriale, presa da dentro, capillare. I canali del servizio pubblico francese, quelli di Radio France, hanno smesso di mandare in onda i nuovi lavori solisti di Cantat e del progetto Détroit, e hanno rarefatto fino quasi ad azzerarli anche i brani storici dei Noir Désir. Radio regionali, universitarie, indipendenti, in Francia e in Belgio, hanno votato carte interne ed espliciti divieti editoriali. Un intero ecosistema di programmatori, direttori, speaker, ha detto a sé stesso: questa voce, qui, non la mettiamo più.

Pensateci. Un Paese che per dieci anni aveva adorato quella voce, che aveva cantato quei testi nelle manifestazioni, ai concerti, nei karaoke, davanti a un falò, ha fatto un passo indietro tutto insieme, perché aveva capito che continuare a mandare in onda Cantat significava dire a ogni donna che ascoltava: il suo talento vale più del tuo corpo. Non è un gesto contro la musica. È un gesto a favore di chi la musica la ascolta.

Dieci secondi davanti al tavolo

Adesso torniamo a Milano, all’Allianz Cloud, all’8 ottobre. Nel 2026, in Italia, il Paese che ogni novembre riempie le piazze con le scarpe rosse, che ha letto per mesi la parola femminicidio sui giornali, che ha discusso di manipolazione, di violenza verbale, di controllo coercitivo, di quella cosa che riconosciamo solo quando la vittima è già morta, in questo Paese quattro giudici su quattro hanno ascoltato una concorrente cantare Cantat, e hanno detto sì.

Non mi interessa nemmeno sapere se fossero consapevoli, o se qualcuno l’abbia pensato e se lo sia tenuto per sé, perché i giudici di un talent sono persone che di mestiere vivono di musica e conoscono la discografia francese del Duemila meglio di me. Paola Iezzi, Jake La Furia, Irama, Francesco Gabbani. Gente che parla ogni settimana, davanti a milioni di persone, di emozione, di verità, di essere autentici su quel palco. Nessuno ha alzato la mano e ha detto una frase del tipo: bravissima, ma la canzone è di uno che ha ammazzato una donna di botte, non ti sembra il caso di pensarci?

E quello che mi colpisce è la dinamica. Quando nei programmi televisivi si sbaglia un congiuntivo, partono i commenti a ondate. Quando un concorrente dice una frase sbagliata su un tema sensibile, i social lo massacrano in quarantotto ore. Qui, invece, silenzio. Il pubblico, i commentatori, gli attivisti che adorano la nuova icona green, i recensori che hanno scritto le loro cronache puntuali dedicando righe a una melodia modificata, a una pulizia di esecuzione, alle ciabatte. Un brano difficilissimo, ha scritto qualcuno, che richiede una certa classe. Sulla classe di Cantat, tra Vilnius e Bordeaux, avrei qualcosa da obiettare.

L’icona green secondo i social e la canzone sbagliata

Torno a Rakatoouum e dico una cosa che non è un attacco alla persona, perché non ne ho bisogno: è un attacco alla scelta. La scelta è stata sua, ma il palco di un talent su Sky non è una chitarra in riva a un fiume in Romagna. Sul palco di un programma di questa portata un brano non sale se qualcuno, in una stanza, non ha detto va bene. Produzione, autori, direttori artistici, uffici legali che controllano i diritti. Un’intera filiera ha guardato quel titolo e ha dato il via libera. Non credo che sia stata un’omissione di tutti, credo che sia stata una distrazione collettiva, che è peggio.

C’è poi il problema dell’immagine. Se vuoi essere l’icona di un mondo nuovo, un mondo di coerenza, di rispetto, di terra e di consapevolezza, quella coerenza ti segue anche nel repertorio. Non puoi vivere con le candele per non partecipare al sistema e poi partecipare, sorridendo e con quattro carte verdi in mano, a un sistema che fa spettacolo con la canzone di un uomo che ha lasciato Marie Trintignant a morire per sette ore in una camera d’albergo. Le guide, quelle che le canalizzano la parola magica, un messaggino potevano anche mandarlo.

E attenzione a quello che non sto facendo. Non chiedo a una ragazza di ventisette anni di conoscere ogni scandalo della discografia europea. Chiedo a una macchina da guerra mediatica che si chiama X Factor, e al coro di spettatori che l’ha applaudita, di domandarsi per un secondo cosa stia celebrando quando celebra quella canzone. Chiedo ai tanti che nei social fanno gli indignati di professione, quando c’è un post sbagliato o una battuta storta, di spiegarmi perché stavolta le dita sulla tastiera si sono fermate.

La cancel culture non c’entra niente

Lo so già, perché qualcuno l’ha già detto e continuerà a dirlo: sei il solito che vuole cancellare l’arte, la canzone è bellissima, separiamo l’autore dall’opera, la cancel culture ha rotto. Rispondo una volta sola e poi vado avanti. Cancellare è quando decidi di far sparire qualcosa dalla storia, dagli scaffali, dalle biblioteche, dai dischi di chi li possiede. Nessuno ha cancellato Le vent nous portera. Il disco esiste, è su ogni piattaforma, lo ascolta chi vuole, a casa, in macchina, con il Pioneer e le casse sul pianale della Punto. Chi vuole cantarlo sotto la doccia lo canti.

Quello che la Francia ha fatto, e che io rivendico a gran voce, è un’altra cosa: ha deciso che il palco, la radio, la copertina, le risorse pubbliche e la vetrina di una grande piattaforma non sono un diritto di chi ha ammazzato una donna a pugni, e che i luoghi dove si distribuisce attenzione sono luoghi dove si prendono posizioni. Si chiama responsabilità editoriale. Si chiama sapere che mandare in onda qualcuno significa dire alle persone che ti ascoltano che quel qualcuno va bene. Un palco nazionale in prima serata non è un diritto di nessuno, e quando lo concedi a una canzone devi sapere cosa le stai concedendo insieme.

Io la separazione fra autore e opera la conosco, e la applico con un criterio semplice: la applico quando posso permettermela. Posso permettermela con Céline nello scaffale di una biblioteca, con Caravaggio che ammazzava un uomo in una rissa, con un disco registrato da un bastardo trent’anni fa. Non posso permettermela quando quella canzone viene riproposta come messaggio di leggerezza e di libertà, come vento che ci porterà, da una ragazza che si presenta come coscienza ecologica e spirituale di una generazione, davanti a giudici che ogni sera parlano di emozione, in un Paese dove ogni tre giorni muore una donna per mano di qualcuno che dice di amarla.

Il vento ci porterà, dice il ritornello. A Marie Trintignant, in quella camera 35, il vento ha portato sette ore di silenzio e un telefono che nessuno ha usato. Quattro carte verdi, diceva il tavolo. Quante ne servono per un sì a lei?