Sabato pomeriggio, in via Torino, un dipendente del Carrefour ha provato a fare una cosa che nessuno gli aveva chiesto e che nessuno gli avrebbe pagato: tenere chiusa una porta. Lui, la sua pettorina, e dall’altra parte una marea di gente a volto coperto con un’idea sola in testa. Il video circola, si trova in trenta secondi, e dovrebbe bastare da solo a chiudere metà delle discussioni di questi giorni. Il lavoratore viene scansato, non con garbo, e la folla entra. Porta via l’alcol. L’alcol, mica la pasta, il latte, i pannolini, tutta la roba che serve a chi arriva a fatica al ventisette del mese e per cui, a leggere i cartelli, si stava sfilando poche centinaia di metri più in là. Il cibo, quello, finisce in strada, lanciato come si lancia una cosa che non vale niente.
Ecco, io da qui parto, e vi chiedo di fare lo stesso prima di aprire il vostro social preferito e scegliere in quale esercito arruolarvi.
Il carovita è vero, e le scarpe sono un’altra storia
Parliamoci chiaro, senza giri: la manifestazione di sabato aveva un motivo che più sacrosanto non si può. Il carovita non è un’invenzione di nessuno, è la spesa che costa di più con lo stesso stipendio, è l’affitto che mangia metà della busta paga, è la bolletta che arriva e fa venire voglia di non aprirla. Chi scende in piazza per questo ha ragione, e ha ragione anche quando è arrabbiato, anche quando alza la voce, anche quando il corteo è rumoroso e fa tardare chi doveva prendere il tram. Il dissenso non è un cocktail da servire con l’ombrellino, e chi lo pretende educato fino all’invisibilità non ha mai davvero dissentito di niente.
Ma il corteo, a quanto raccontano le cronache, è sfilato in modo pacifico, ma mentre sfilava, altrove, tra Duomo, corso Vittorio Emanuele, piazza dei Mercanti e San Babila, gruppi di persone incappucciate hanno cominciato a fare un’altra cosa. Una cosa diversa, con un’altra logica e un altro scopo, che con il caro vita c’entra quanto c’entra il lambrusco con la fisica quantistica. E domenica, quando di corteo non ce n’era più nemmeno l’ombra, centinaia di ragazzi, divisi in gruppetti e vestiti quasi tutti di nero, si sono dati appuntamento in centro e hanno ricominciato. Senza una piazza da riempire, senza un percorso, senza uno striscione, senza uno straccio di rivendicazione. Una manifestazione che il giorno dopo si ripresenta senza cartelli e senza richieste non è una manifestazione che continua. È un’altra cosa che usa quella di ieri come scusa e come parcheggio.
Questa differenza non è un dettaglio da lasciare ai tecnici dell’ordine pubblico è il punto. Chi sfila ha un messaggio e vuole che arrivi a qualcuno che ha il potere di cambiare le cose. Chi sfonda una vetrina e si carica di scarpe sulle spalle non sta mandando nessun messaggio a nessuno: sta facendo la spesa gratis, con un po’ di scenografia intorno.
Il furto col cappuccio resta un furto
Foot Locker, in corso Vittorio Emanuele, è stato saccheggiato. Sabato sono usciti con i sacchi pieni, e il giorno dopo un gruppetto è stato fermato davanti a quella stessa vetrina, a quanto pare tornato sul luogo del reato come certi clienti tornano nel negozio dove “hanno trovato un affare”. Un Decathlon in piazza Castello svuotato di felpe e pantaloni. Dehors di bar e ristoranti ribaltati e fracassati. Le vetrate delle fermate del tram distrutte. Un elicottero sopra la testa per ore e i negozianti che chiudono alle cinque del pomeriggio con la saracinesca abbassata a metà, mentre il sindaco ragiona sulle richieste di risarcimento ai responsabili.
Adesso, se mi permettete, facciamo un esperimento mentale sul modo in cui questa roba viene raccontata. Se lo stesso identico sacco di scarpe lo portasse via un ladro isolato, alle tre del mattino, da una vetrina rotta con un mattone, nessuno scriverebbe un post per spiegarci che si tratta di “una forma di redistribuzione”. Ci direbbero che è un furto, e avrebbero ragione. Cambia qualcosa se lo stesso gesto lo fanno in duecento, col cappuccio, in una giornata in cui in un’altra strada c’è un corteo? Per me no. Anzi, per me cambia in peggio, perché in duecento ci si dà il coraggio, e perché dietro una causa nobile ci si nasconde meglio. Il furto con la scusa politica è il furto più comodo che esista: ti dà l’alibi morale, il branco e pure l’applauso di chi ha bisogno di una storia in cui stare dalla parte giusta.
E il motivo per cui mi irrita di più è che questa gente sta rubando anche a chi ha ragione. Ha rubato il titolo ai trentamila, o quanti erano, che sabato sono scesi in piazza per una questione concreta e pacifica. Domani su tutti i giornali ci sarà una foto di una vetrina, non di un padre di famiglia con il cartello sulla spesa. Chi sfonda i negozi ha derubato in primo luogo il corteo, e la ragione che ha fatto uscire la gente di casa è stata messa in un angolo come una pentola che non serve più.
Il danno ai multimilionari, questo concetto geniale
Qui arriva il post che hanno condiviso in mille, quello che dice più o meno che un danno a una catena multimilionaria non è un danno e che quindi bisogna rilassarsi. Louis Vuitton, Foot Locker, la solita lista di nomi con tanti zeri alle spalle. Ho letto la frase una prima volta, poi una seconda, poi sono andato a controllare se mi mancava un pezzo. Non mi mancava.
Ragioniamoci, che non costa niente. La catena multimilionaria non è un signore con il monocolo che sta in un attico e piange davanti alla vetrina rotta. La catena ha un’assicurazione, ha un ufficio legale, ha una voce di bilancio che si chiama “perdite da furto” e che esiste proprio perché capita. Chi paga davvero, quella sera e il giorno dopo, sono altri. Paga il commesso che sabato sera doveva smontare e riordinare, e domenica si è trovato un negozio chiuso e un turno in meno. Paga il responsabile di negozio, che dovrà spiegare a qualcuno in una sala riunioni come è possibile che il personale non abbia fermato duecento persone incappucciate. Paga il dipendente del Carrefour di via Torino, che ha provato a fermare la folla con le mani e che adesso lavora in un supermercato devastato, con le cassette rovesciate e i prodotti sparsi sul pavimento tra i banchi frigo. Paga il gestore del bar con il dehors fracassato, che non ha un’azienda multimilionaria dietro e che i tavolini li ha comprati con i suoi soldi. Paga la città, cioè noi, per le fermate del tram da rifare. E pagano quei cittadini che, a fine serata, sono usciti spontaneamente con scope e sacchi per ripulire le strade, gratis, perché qualcuno doveva pur farlo.
Se vuoi colpire una multinazionale, ci sono cento modi, e quasi nessuno prevede una felpa rubata. Il boicottaggio, la pressione sui consumatori, le inchieste, le campagne, lo sciopero dei dipendenti, la politica fatta con le leggi. Un sacco di scarpe sulle spalle non fa male a nessuno dei piani alti, fa male alla commessa e all’idea stessa di protesta. E per favore, evitiamo di sentirci furbi: la logica secondo cui “tanto è di un ricco” è la stessa con cui ogni ladro si è raccontato la propria storia da quando esistono i ladri e i ricchi.
La Bastiglia non vendeva sneakers
Veniamo a quello che mi ha fatto davvero cadere le braccia. Un post, rimbalzato ovunque, spiega che la Rivoluzione francese e la presa della Bastiglia nascono dalla guerriglia urbana, come la Rivoluzione russa del 1917, e che quindi di cosa ci scandalizziamo.
Cancellatelo. Dico davvero, e lo dico a voi che l’avete ricondiviso: cancellatelo, perché vi state facendo del male da soli.
Il 1789 francese e il 1917 russo sono due eventi che stanno uno dall’altro come un temporale sta dal Sole, e tutti e due stanno a distanza siderale da un sabato pomeriggio in corso Vittorio Emanuele. La Francia del 1789 è una monarchia assoluta, con lo Stato quasi senza soldi, i cittadini senza alcun modo di votare o contare qualcosa nelle decisioni che li riguardano, un sistema di privilegi codificato per nascita, e una carestia che si porta via il pane dalle tavole. La Bastiglia, quando viene presa, non è la vetrina di un negozio ma una fortezza-prigione, simbolo di un potere arbitrario, e la folla che ci va non cerca sneakers ma polvere da sparo e armi, perché sta nascendo una guerra civile e ha bisogno di difendersi. C’è un obiettivo, c’è un nemico dichiarato, c’è un rischio altissimo, e la posta è la fine di un ordine intero.
La Russia del 1917 è un Paese in guerra da tre anni, con milioni di morti, soldati in rivolta, un fronte che si sbriciola, e uno zar che abdica a febbraio sotto il peso di una catastrofe militare e sociale. L’ottobre di quell’anno poi non è una folla che si arrabbia e rompe vetrine: è un colpo di mano organizzato da un partito con un piano, dei leader e un obiettivo preciso, la presa del potere. Che piaccia o no come è andata a finire, è un’altra cosa rispetto a un gruppo di ragazzini che sfonda Decathlon.
L’Italia del 2026, invece, è una Repubblica con le elezioni, la libertà di stampa, il diritto di sciopero, il diritto di manifestare tutelato dalla Costituzione, e con la possibilità, volendo, di cambiare chi governa con una matita. Si può criticare tutto, e io lo faccio spesso, ma paragonare questo scenario a un regime che nega ogni via legale significa non aver capito né l’uno né l’altro.
E il punto non è nemmeno questo, a dirla tutta. Il punto è che quel post è la prova di un meccanismo. Perché a un certo punto ho smesso di leggere il testo e ho guardato come si muoveva: migliaia di account che lo condividono con le stesse parole, la stessa foga, lo stesso tono da lezione di storia ricevuta in treno. Non è un’opinione che nasce in mille teste, è una frase che nasce in una e viene fotocopiata mille volte. Ambienti ben precisi lo fanno girare, ed è un loro diritto, e centinaia di persone lo rimbalzano senza chiedersi se sia vero. Questo, a mio avviso, è il vero scandalo di questi giorni. Più delle vetrine.
Il pappagallo ha molte più penne di quanto pensi
Esiste una differenza, una delle poche rimaste, tra un essere umano e un oggetto che ripete: il libero arbitrio. La capacità di fermarsi davanti a un’affermazione e chiedersi da dove viene, chi la dice, a chi conviene, se regge. Non è un esercizio da professori, è igiene mentale di base, come lavarsi le mani. E invece in questi giorni ho visto gente che ragiona benissimo sul prezzo del pane e poi incolla senza battere ciglio una frase di storia che neanche un liceale con la media del sei avrebbe sottoscritto.
Vi dà fastidio? Dovrebbe. A me dà fastidio perché mi sembra evidente che lo schema sia sempre lo stesso, e non ha colore: qualcuno prepara la narrazione già impacchettata, con la frase da copiare e la giusta dose di indignazione, e tu la prendi e la ripubblichi sentendoti un ribelle. Il che è una cosa curiosa: sei convinto di essere contro il sistema e intanto fai esattamente il lavoro di diffusione che il sistema dell’attenzione ti chiede, gratis, senza contratto, con il sorriso. Chi ha interesse a che le cose vadano così ringrazia, e non serve nemmeno un complotto: basta il clic.
La ragazza con tre mani
Poi c’è l’altra faccia della stessa moneta, e per correttezza la guardo con la stessa severità. Gira, rimbalzata da migliaia di profili, la foto del corteo di Cagliari con lo striscione dall’errore ortografico grossolano. Messa lì per dire: guardate che ignoranti, questi qua che pretendono di cambiare il mondo e non sanno scrivere una parola.
Io l’ho guardata. L’ho ingrandita, che non è un’operazione complicata, basta un dito. E la ragazza sulla sinistra ha tre mani. Tre. Non una mano con le dita messe in modo strano, non un guanto: tre mani. Le mani sono ancora il punto debole di questi programmi che generano immagini, e questa è probabilmente la prova più banale che esista di una cosa costruita a tavolino. Ci vogliono dieci secondi per accorgersene, e invece in migliaia l’hanno condivisa con la stessa soddisfazione di chi ha trovato la prova definitiva.
Notate la simmetria, che è la parte più divertente e più amara di questa storia. Da una parte c’è chi condivide un post senza leggerlo perché conferma che i manifestanti sono eroi, dall’altra chi condivide una foto senza guardarla perché conferma che i manifestanti sono cretini. Due tifoserie, due pappagalli, una sola regola: prima la conclusione, poi eventualmente i fatti, se avanza tempo. E tutti e due, senza saperlo, lavorano per lo stesso fabbricante di rumore. Chi vuole far passare chi protesta per una banda di ignoranti ha trovato in voi dei collaboratori gratuiti, e chi vuole far passare ogni vetrina rotta per un atto rivoluzionario idem.

Il Sessantotto aveva i libri
C’è una frase che mi frulla in testa da un paio di giorni, e riguarda quelli che ogni volta tirano fuori il Sessantotto come parente nobile di ogni sassaiola. Sapete qual era la differenza tra quegli studenti, che pacifici proprio non erano, e quelli che sabato e domenica hanno fatto danni a Milano? La consapevolezza. La cultura. Una cosa che oggi, a guardare i pomeriggi in centro, sembra essersi smarrita come l’ombrello al ristorante.
Gli studenti del Sessantotto sapevano contro cosa si battevano. Avevano letto, discusso, litigato per notti su cosa fosse l’università, cosa fosse l’autorità, cosa fosse il lavoro. Potevi non essere d’accordo con loro, e molti non lo erano, ma sapevi cosa volevano: potevi trascrivere la loro rivendicazione su un foglio, e quel foglio aveva un senso. Quando sfasciavano qualcosa, lo facevano dentro un pensiero, giusto o sbagliato che fosse, che qualcuno poteva discutere a mente fredda anni dopo.
Domenica pomeriggio, in piazza Duomo, quale sarebbe stato il foglio? Quale la richiesta? A chi era indirizzata, a quale tavolo, a quale ministero, con quale proposta di legge? Centinaia di ragazzi, per la maggior parte minorenni a quanto dicono i primi conteggi dei fermati, otto su dieci stando ad alcune cronache, si sono dati appuntamento per fare esattamente quello che già era stato fatto il giorno prima. Non c’è un manifesto. C’è un’adrenalina collettiva, un appuntamento passato di telefono in telefono, un branco che si accende da solo. Se c’è un’ideologia, io non la vedo, e se qualcuno la vede mi sa dire quale libro l’ha ispirata? Un brand lo vedo di sicuro, anzi parecchi, e sta scritto sui sacchetti.
C’è un altro dato che mi fa riflettere, ed è l’età. Se davvero la maggioranza di quelli fermati è minorenne, la domanda che ci dovremmo porre non è quanto sia stata brava la polizia a fermarli, ma dove sono i loro genitori, cosa fanno i loro professori, e chi gli ha raccontato che una vetrina rotta è una forma di discorso politico. Quel racconto è arrivato da qualche parte, ed è arrivato, a occhio, dagli stessi post che girano in questi giorni, scritti da adulti con la laurea e la voglia di sentirsi parte del movimento.
L’estintore sulla nuca
Chiudo il giro con un post che ho letto e riletto per capire se lo avessi frainteso. Lo ha scritto un dottorando in Fisica di un’università del Nord, quindi non uno sprovveduto, uno che ha studiato e sa far di conto. Il senso era questo: se i poliziotti non vogliono più prendersi un estintore sulla nuca, possono sempre cambiare lavoro.
Mi fermo un attimo su questa frase perché dentro c’è tutto. Dentro c’è l’idea che chi fa un mestiere pubblico, sgradevole, pagato poco e spesso scelto più per un posto che per una vocazione, sia un oggetto, un bersaglio con la divisa, e che quindi ricevere un oggetto contundente in testa sia un rischio del mestiere da mettere in conto come il tempo che fa. Pensateci: per questa logica, un infermiere che si becca un pugno al pronto soccorso dovrebbe cambiare lavoro, la commessa che viene minacciata alla cassa pure, il tassista aggredito idem. Se lo faccio con una divisa addosso sono vittima, se lo faccio senza divisa sono un barbaro. Non regge un minuto.
Sabato sono rimasti feriti degli agenti. Persone, con un nome, una famiglia e un turno da finire, e un estintore che qualcuno ha deciso di usare come arma. Si può avere tutte le critiche del mondo sulla gestione dell’ordine pubblico, e io ne ho, e sono legittime, ma una cosa è criticare un sistema e un’altra è dire che chi finisce in ospedale se l’è cercata per il lavoro che fa.
Da quel post, più che da qualunque vetrina rotta, si capisce che non si è capito. Non si è capito che il problema non è schierarsi per la polizia o per i manifestanti, ma smettere di pensare che esista un lato in cui i danni valgono meno. L’estintore sulla nuca fa male uguale, che a lanciarlo sia uno incappucciato o un santo.
Il sacco di scarpe e la tua opinione
Resta una domanda, e la faccio senza giri di parole. Quando domani sera aprirai il telefono e troverai il post perfetto, quello scritto apposta per darti ragione, quello con la frase che sembra ragionare al posto tuo, lo ricondividerai davvero con la stessa velocità con cui qualcuno, sabato, è uscito da Foot Locker con le braccia piene? Perché se la risposta è sì, a quel punto, la differenza tra te e lui è solo che il tuo sacco pesa meno.




