I mitomani non mentono per convenienza, mentono per esistere: la storia di Tania Head

I mitomani non mentono per convenienza, mentono per esistere: la storia di Tania Head
Per sei anni Tania Head fu la voce più amata dei sopravvissuti all'11 settembre: un fidanzato perso nella Torre Nord, un braccio ustionato, un tour con Giuliani a Ground Zero. Poi arrivò una domanda semplice: chi è davvero questa donna?

C’è una fotografia che vale più di qualsiasi mio ragionamento introduttivo. Ritrae una donna che guida Rudolph Giuliani, George Pataki e Michael Bloomberg lungo il perimetro di Ground Zero, in uno dei primi tour ufficiali riservati alle istituzioni. Lei cammina davanti, loro dietro, come se il protocollo fosse invertito e fosse lei ad accompagnare i potenti nel luogo del suo stesso dolore. Quella donna si chiamava, per il mondo intero, Tania Head. Oggi voglio raccontarvi la sua storia. Ve la racconto per intero, così come l’ha raccontata lei per anni a un’intera nazione in lutto. Solo dopo vi dirò cosa c’era davvero dietro.

Il mitomane non mente per convenienza, mente per esistere

Bisogna partire da qui, perché è il punto che la maggior parte delle persone continua a sbagliare. Il bugiardo comune mente per un tornaconto identificabile: evitare una punizione, ottenere un vantaggio, coprire un errore. Una volta ottenuto quel vantaggio, la bugia esaurisce la sua funzione e tende a spegnersi. Il mitomane, invece, non insegue un beneficio esterno misurabile. Insegue un’identità. La menzogna non è uno strumento che usa, è il materiale con cui si costruisce, ed è per questo che raramente si ferma quando avrebbe tutte le ragioni razionali per farlo.

Chi convive con questa forma di distorsione non improvvisa i dettagli sul momento come farebbe un truffatore da strada. Li accumula, li rifinisce, li rende coerenti con un livello di cura quasi maniacale, perché ogni tassello serve a sostenere un’impalcatura più grande: quella di un sé che nella vita reale non è mai riuscito a diventare abbastanza interessante, abbastanza centrale, abbastanza amato. E qui arriva il punto davvero pericoloso, quello che distingue il mitomane dal semplice fanfarone da bar. Il mitomane funziona perché noi vogliamo che funzioni. Vogliamo storie di redenzione, di sopravvivenza, di eroismo silenzioso premiato dal destino. Più la storia è tragica, più siamo disposti a sospendere lo scetticismo, perché mettere in dubbio il dolore altrui ci sembra quasi un atto di crudeltà. Ed è esattamente in quella sospensione, in quel riflesso compassionevole che scambiamo per buon senso, che si infila chi ha bisogno di essere creduto più di quanto abbia bisogno di dire la verità.

Perché sono pericolosi, allora, oltre l’ovvio? Perché non danneggiano solo chi li scopre alla fine, quando la costruzione crolla. Danneggiano soprattutto chi ci ha creduto per anni, chi ha costruito legami autentici, solidarietà vere, persino istituzioni reali attorno a un personaggio inventato. Il danno non è nella bugia in sé. È nel fatto che la bugia diventa, per chi la subisce, il fondamento retroattivo di un pezzo della propria vita.

C’è poi un secondo livello di pericolosità, quello che a mio avviso viene sistematicamente sottovalutato. Il mitomane non si limita a occupare uno spazio narrativo che non gli appartiene. Lo sottrae a chi quello spazio lo avrebbe meritato per davvero. Ogni intervista concessa a una storia fasulla è un’intervista negata a una storia vera. Ogni finanziamento ottenuto grazie a un profilo costruito ad arte è una risorsa sottratta a chi il dolore lo ha vissuto sulla propria pelle senza saperlo raccontare con la stessa efficacia teatrale. Il mitomane, in questo senso, non è solo un bugiardo. È un concorrente sleale nel mercato dell’attenzione e della compassione pubblica, ed è un concorrente quasi sempre vincente, perché mentre chi ha vissuto davvero un trauma fatica a metterlo in parole, chi lo inventa da zero può permettersi di renderlo perfetto, lineare, esattamente calibrato sull’immaginario collettivo del momento.

Tenete a mente questo meccanismo. Ora vi racconto Tania Head.

Il settantottesimo piano, la Torre Sud, il secondo aereo

Il lavoro di Tania Head è a Merrill Lynch, negli uffici che la banca occupa al settantottesimo piano della Torre Sud. Quella mattina di settembre è già alla scrivania da un pezzo quando il secondo volo dirottato squarcia l’edificio a pochi piani di distanza da lei. Non ha il tempo di capire cosa sia successo che l’aria intorno diventa irrespirabile: polvere, detriti, un calore che sembra risucchiare l’ossigeno dalla stanza. Riesce a mettersi in piedi solo perché il corpo, prima ancora della mente, capisce che restare ferma significa morire. Il braccio le brucia, letteralmente, e nel tentativo di farsi strada tra le macerie perde per lunghi minuti la cognizione di dove si trovi rispetto alle scale.

È in quel tratto di corridoio, tra i corpi a terra e il fumo che acceca, che un uomo in fin di vita le si aggrappa per un istante. Non le chiede aiuto per sé, sa che per lui non c’è più niente da fare. Le sfila dal dito la fede e gliela preme in mano, pregandola solo di farla arrivare a sua moglie, se fosse uscita viva da lì. Poco dopo, dal fumo denso che ormai ha inghiottito ogni punto di riferimento, emerge la sagoma di un giovane con un fazzoletto rosso legato sul volto. È uno dei pochi che, invece di scendere, ha deciso di tornare indietro più volte per tirare fuori chi ancora respirava. Prende in carico lei e un gruppo di altri superstiti, li guida a tentoni verso le scale antincendio, e poi risale di nuovo verso i piani alti. Da quella salita non tornerà.

Tania riemerge dall’incoscienza giorni più tardi, in un letto di un reparto grandi ustionati, senza sapere ancora quanto tempo sia passato né cosa sia rimasto della sua vita fuori da quella stanza. La notizia che nessuno vuole darle per primo arriva comunque: David, il suo fidanzato, lavorava nella Torre Nord, e nella Torre Nord è rimasto. Il matrimonio era fissato per ottobre. L’abito era già stato scelto. Di quella data, di quella promessa, non resta che il ricordo di un progetto interrotto a metà da un attacco che nessuno dei due aveva visto arrivare.

Da sopravvissuta a guida di un’intera comunità

Quello che Tania Head fa negli anni successivi è, se possibile, ancora più notevole della sua sopravvivenza. Invece di chiudersi nel proprio dolore, come sarebbe stato comprensibile e persino atteso, entra in contatto con Gerry Bogacz, un altro sopravvissuto che aveva fondato un gruppo di supporto per aiutare chi, come lui, cercava di elaborare il trauma di quel giorno. I due gruppi finiscono per fondersi, e la determinazione di Tania, la sua capacità organizzativa fuori dal comune, la rendono in poco tempo un punto di riferimento imprescindibile per centinaia di persone che stavano ancora cercando di rimettere insieme i pezzi delle proprie vite.

Diventa presidente della rete dei sopravvissuti del World Trade Center. Prepara personalmente le agende degli incontri, organizza materiali informativi, paga di tasca propria esperti di trauma perché possano parlare al gruppo. Sotto la sua guida, l’organizzazione ottiene un riconoscimento ufficiale e finanziamenti statali che altrimenti sarebbero rimasti fuori portata. Viene invitata a parlare nelle università, intervistata dalle più grandi testate internazionali, chiamata a guidare tour ufficiali a Ground Zero per le più alte cariche istituzionali della città, compreso quel giorno in cui accompagna Rudolph Giuliani, George Pataki e Michael Bloomberg lungo il perimetro dove tutto era cambiato per sempre. Non chiede mai un compenso per nessuno di questi ruoli. Lo fa, dice a chiunque le chieda perché, per onorare la memoria di David e di tutti quelli che non ce l’hanno fatta.

Chi la conosce in quegli anni ne parla come di una figura instancabile, capace di un’empatia rara e di una dedizione quasi totale alla causa dei sopravvissuti. Lo psicologo Sam Kedem la segue come paziente per il trauma subito, senza mai cogliere nulla di strano nel suo racconto. I membri della rete la considerano una delle loro, una che ha pagato il prezzo più alto e che, nonostante tutto, ha scelto di trasformare il proprio dolore in servizio per gli altri.

Descrive il momento dell’impatto con parole che restano scolpite in chi le ascolta: il fumo che toglie il respiro, l’odore acre bruciato nell’aria, la sensazione di trovarsi in un film dell’orrore da cui non si riesce a svegliarsi, e in mezzo a tutto quel caos il pensiero fisso al matrimonio che non avrebbe mai celebrato, al vestito bianco che non avrebbe mai indossato. Sono racconti che circolano tra i membri della rete, che vengono ripresi da conferenze e articoli, che costruiscono attorno a lei un’aura di sopravvissuta esemplare, la testimone più autorevole di cosa significhi davvero perdere tutto in una mattina di settembre e trovare comunque la forza di rialzarsi per aiutare gli altri a fare lo stesso.

Il New York Times comincia a fare domande

Nel 2007, a ridosso del sesto anniversario degli attacchi, il New York Times decide di dedicare un profilo approfondito proprio a lei, ormai uno dei volti simbolo del movimento dei sopravvissuti. I cronisti David Dunlap e Serge Kovaleski iniziano il lavoro di verifica di routine che qualunque redazione seria compie prima di pubblicare un ritratto di questo peso. E qui, riga dopo riga, la storia comincia a sgretolarsi.

Merrill Lynch non ha alcuna traccia di una dipendente con quel nome. Non solo: la società non aveva nemmeno uffici all’interno del World Trade Center all’epoca degli attacchi. Harvard, dove Tania diceva di essersi laureata, e Stanford, dove sosteneva di aver conseguito un master in economia aziendale, non hanno alcun registro che confermi la sua iscrizione, tantomeno un diploma. La famiglia del vero David, quello realmente morto nella Torre Nord, dichiara di non aver mai sentito nominare una fidanzata di nome Tania. Messa di fronte a tre appuntamenti fissati per un’intervista diretta, lei li disdice tutti, uno dopo l’altro, fino a rifiutarsi definitivamente di parlare con i giornalisti. Il 25 settembre 2007 il consiglio della rete dei sopravvissuti vota per rimuoverla dal ruolo di presidente, sulla base delle prime discrepanze emerse. Due giorni dopo, il New York Times pubblica in prima pagina l’inchiesta che smonta pubblicamente ogni singolo elemento della sua biografia.

Alicia Esteve Head, e allora sì, tacci sua

Perché la verità, quando emerge, è di una banalità sconcertante rispetto all’edificio che aveva costruito. Tania Head si chiama in realtà Alicia Esteve Head, nata a Barcellona nel luglio del 1973 in una famiglia benestante e in vista, il cui prestigio era stato incrinato negli anni novanta da uno scandalo finanziario che aveva portato in carcere il padre e il fratello. L’11 settembre 2001, mentre due aerei si schiantavano contro le Torri Gemelle, Alicia non era al settantottesimo piano di nessun edificio di New York. Era a Barcellona, a seimila chilometri di distanza, dove seguiva un master in economia. Non ha mai lavorato per Merrill Lynch. Non era fidanzata con nessun impiegato morto nella Torre Nord: quella storia d’amore, quel matrimonio previsto per ottobre, quell’anello consegnato da un moribondo, sono tutte invenzioni costruite a tavolino da una donna che, quel giorno, non ha vissuto nemmeno un secondo di quello che ha raccontato per sei anni a un’intera nazione in lutto.

E qui il dettaglio che, da solo, dovrebbe far infuriare chiunque abbia letto la prima parte di questa storia con il nodo in gola. Non c’è alcuna prova che Alicia Esteve Head abbia mai sottratto un euro, un dollaro, un centesimo a chicchessia. Anzi, secondo più fonti che hanno ricostruito la vicenda, è lei ad aver versato denaro proprio nelle casse dell’organizzazione. Non è una storia di frode economica. È una storia di frode esistenziale, ed è proprio l’assenza di un movente materiale a renderla, ai miei occhi, molto più inquietante di una qualunque truffa finanziaria. Non voleva i vostri soldi. Voleva i vostri occhi, la vostra fiducia, il vostro riconoscimento come figura centrale di un dramma collettivo di cui non aveva vissuto un solo minuto, e per ottenerli ha usato il dolore vero di migliaia di persone come materiale grezzo per costruire sé stessa.

Con il tempo emergono anche le crepe più sottili che nessuno aveva colto mentre la storia era ancora in piedi: versioni contraddittorie sul proprio legame con David, arrivando persino a sostenere che la relazione fosse rimasta clandestina, proprio per giustificare il motivo per cui nessuno tra amici e colleghi del vero fidanzato scomparso ne avesse mai sentito parlare. Una toppa narrativa cucita sopra un’altra toppa, come capita sempre quando l’edificio di menzogne comincia a scricchiolare ma non si è ancora pronti a lasciarlo cadere.

Sparita, dichiarata morta da sé stessa, e poi ricomparsa

Dopo l’esposizione pubblica, Alicia Esteve Head scompare letteralmente dalla circolazione. Nessuno sa dove sia andata. Qualche tempo dopo, nel 2008, alcuni membri della rete dei sopravvissuti ricevono un’email proveniente da un account spagnolo secondo cui Tania Head si sarebbe tolta la vita. Anche questa, come tutto il resto della sua storia, si rivelerà falsa. Viene avvistata per le strade di New York il 14 settembre 2011, pericolosamente vicina alle commemorazioni per il decimo anniversario degli attacchi, quasi come se non riuscisse a stare lontana dal palcoscenico che aveva creato e poi perso. Da allora le sue tracce si diradano quasi del tutto, e nessuno, a quanto risulta, sa dove si trovi oggi.

La vicenda, però, non smette di essere raccontata. Nel 2011 i giornalisti Robin Gaby Fisher e Angelo Guglielmo, quest’ultimo un volontario che aveva conosciuto personalmente Tania Head a Ground Zero e che per anni aveva lavorato a un documentario celebrativo sulla sua storia prima di scoprirne la falsità, pubblicano il libro che ricostruisce l’intera vicenda nei minimi dettagli. Nel 2012 la stessa storia diventa un documentario televisivo, e la vicenda torna periodicamente a galla ogni volta che si avvicina un anniversario tondo degli attentati. Proprio in questi giorni, a più di venticinque anni di distanza, un nuovo film documentario firmato dal regista catalano Kike Maíllo riporta l’attenzione internazionale sul caso, intervistando i sopravvissuti che la conobbero da vicino, l’ex presidente della rete che lei stessa contribuì a scalzare, e lo stesso psicologo che per anni la trattò come una vittima senza mai sospettare nulla.

Perché continuiamo a crederci

Potremmo liquidare tutto questo come il capriccio patologico di una singola donna disturbata, e in parte lo è. Ma sarebbe una lettura comoda, che ci solleva dalla parte più scomoda della vicenda: senza il nostro bisogno collettivo di eroi feriti e di storie perfettamente confezionate, Alicia Esteve Head non sarebbe mai riuscita a restare in piedi per sei anni nei panni di Tania Head. Ci è riuscita perché ogni singola persona che le stava intorno, dai giornalisti ai familiari delle vittime fino ai sindaci e agli ex governatori, aveva un interesse implicito, spesso inconsapevole, a crederle. Mettere in dubbio la sua storia significava, in un certo senso, mettere in dubbio la propria capacità di riconoscere il dolore autentico, ed è un rischio che quasi nessuno vuole correre davanti a una tragedia di quella portata.

Io continuo a pensare che il vero pericolo, oggi, non stia nei mitomani. Stia in noi, nella nostra fame perenne di narrazioni che ci commuovano abbastanza da non farci più domande. Le persone che per sei anni le hanno stretto la mano, che l’hanno ringraziata per il sostegno ricevuto nei momenti più bui, che hanno affidato a lei la propria elaborazione del lutto, non sono ingenue. Sono semplicemente umane, e l’umanità, quando incontra un dolore così grande, preferisce quasi sempre credere piuttosto che verificare. È esattamente questo il varco che ogni mitomane, con più o meno raffinatezza, impara a riconoscere e a sfruttare.

Finché quella fame resterà insaziabile, ci sarà sempre qualcuno pronto a servircela su un piatto perfettamente apparecchiato, con l’anello del morto, l’eroe con la bandana rossa e il fidanzato che non tornerà mai a casa. E la prossima volta, il problema non sarà scoprire che era tutto falso. Sarà chiederci perché, in fondo, avremmo voluto crederci comunque.