Lo vedo tornare ogni fine agosto, sempre identico, solo con la città che cambia. Uno scrolla il gruppo Facebook del quartiere e trova la foto del lungomare di Valencia, o della pista ciclabile di Copenaghen, o del cassonetto interrato di Lisbona, con la didascalia che conosciamo tutti a memoria: guarda lì come si fanno le cose, altro che da noi. E ogni volta penso la stessa cosa: hai passato dieci giorni in vacanza e sei tornato con la certezza di aver capito come funziona un’amministrazione pubblica che non hai mai visto da dentro. Io no, non ci casco, e provo a spiegarti perché non dovresti cascarci nemmeno tu.
Non è che ti sto dando del cretino, sia chiaro. È un errore che farei anch’io se non lo avessi già smontato pezzo per pezzo qualche estate fa, tornando da un viaggio e chiedendomi perché quella rabbia contro casa mia non mi tornasse. Il punto è semplice e allo stesso tempo scomodo: stai confrontando due esperienze che non hanno niente in comune, e le stai chiamando con lo stesso nome.
Tu hai visto la vetrina, io ci vivo dentro
Quando sei in vacanza non dormi mai in periferia. Nessuno prenota l’Airbnb nel quartiere popolare a nord di Amsterdam, nessuno sceglie come base la cintura industriale di Valencia. Ti muovi dentro un corridoio bellissimo e studiato a tavolino: centro storico, lungomare, quartiere gentrificato con il concept store e il ristorantino con la lampadina a vista. Quel percorso è pensato apposta per essere perfetto, perché su quello si gioca l’immagine della città intera, e tu ci sei caduto dentro senza nemmeno accorgertene, felice.
Io invece quella vetrina la guardo da fuori tutto l’anno, e sotto casa mia il corridoio protetto non esiste. Vivo la strada normale, quella che non finisce mai su nessuna guida turistica. E qui sta il primo imbroglio del tuo ragionamento: stai paragonando il salotto buono di una metropoli estera, tirato a lucido apposta per chi arriva con la valigia, con la via sotto casa tua che magari sta in periferia. È come paragonare la vetrina di un negozio con il retrobottega di un altro, e poi arrabbiarti perché il retrobottega non luccica allo stesso modo.
Ci ho pensato bene, e il meccanismo è quasi elegante nella sua stupidità. Tu misuri Roma intera, dal centro alle borgate più lontane, contro il centro storico di Valencia o il quartiere di moda a Copenaghen. Non contro la periferia industriale di Valencia, non contro i palazzoni popolari fuori Copenaghen, che pure esistono, e che chi ci vive conosce benissimo. Se tu confrontassi il centro con il centro, la periferia con la periferia, il divario si ridurrebbe parecchio, e in certi casi sparirebbe del tutto. Ma quel confronto onesto non lo fai mai, perché in vacanza in periferia non ci sei mai stato, letteralmente non hai gli occhi per farlo.
Quel decoro non lo hai pagato tu
Questa è la parte che mi fa più incazzare, ad essere onesto. Tu, in vacanza, per goderti quel lungomare pulito hai versato l’IVA sul gelato e la tassa di soggiorno, due o tre euro a notte scaricati sulla ricevuta dell’hotel. Punto. Non hai versato un euro in più per costruire quella pista ciclabile né per mantenerla pulita ogni santo giorno dell’anno.
Chi ci vive paga tutt’altro, e lo paga sempre, non dieci giorni all’anno. Paga addizionali comunali sul reddito che in molte città del nord Europa mordono sul serio, molto più delle nostre. Paga la tassa sui rifiuti calcolata a svuotamento, con il sensore sul bidone che registra ogni conferimento, tariffe che per una famiglia sfiorano i mille euro l’anno. Paga il pass per il parcheggio residenti a canoni che a Copenaghen o ad Amsterdam ti farebbero venire un colpo, altro che gli ottanta euro l’anno del passo carrabile italiano di cui ti lamenti. Paga, se entra in centro in auto nelle ore di punta, un pedaggio urbano quotidiano che a Londra sfiora le venti sterline al giorno.
Quindi no, quel lungomare non è un miracolo di volontà politica superiore che a casa nostra manca per pigrizia. È un servizio comprato a peso d’oro da chi ci vive tutto l’anno e regalato quasi gratis a chi ci passa una settimana con lo zaino in spalla. Tu il conto non l’hai mai visto, io lo pago ogni mese.
E non è nemmeno un dettaglio marginale, è la struttura stessa del ragionamento che salta. Se domani proponessero di finanziare le strade di casa tua con lo stesso schema, addizionale comunale raddoppiata, tassa rifiuti a peso, canone annuale sul parcheggio quadruplicato, pedaggio d’ingresso per entrare in centro con la macchina, la maggior parte delle persone che oggi elogiano Copenaghen scenderebbe in piazza contro il sindaco entro una settimana. Si può ammirare il risultato senza voler pagare il prezzo, ma allora il paragone non regge più, perché stai chiedendo lo stesso decoro rifiutando lo stesso conto.
Quella cartolina nasconde uno sfratto
E qui c’è una cosa che proprio non riesco a lasciar correre. Le città che citi sempre come modello sono spesso, non per caso, le stesse con l’emergenza abitativa più drammatica d’Europa. Barcellona ha liste d’attesa decennali per la casa popolare. Dublino ha un mercato degli affitti impazzito al punto che un lavoratore con stipendio medio non trova più casa in città. Amsterdam ha dovuto vietare gli affitti brevi nel centro storico perché quel quartiere che fotografi tanto felice si stava svuotando dei residenti veri a favore di case vacanza e di gente con il portafoglio grosso.
La facciata perfetta che tu ammiri è, molto spesso, l’effetto di una gentrificazione feroce. Quel quartiere uscito da un catalogo scandinavo è diventato inabitabile per una famiglia media proprio nel momento in cui è diventato bello da fotografare. E allora fammi capire: stai elogiando un modello che, portato alle sue estreme conseguenze, avrebbe probabilmente cacciato di casa proprio le persone come te.
Ci penso spesso quando leggo i dati su Lisbona, un’altra delle città preferite dai post nostalgici del ritorno dalle ferie. Il centro storico che fotografi, l’Alfama con i panni stesi tra le finestre che sembrano scenografia e invece sono vita vera, è diventato negli ultimi dieci anni uno dei mercati immobiliari più cari d’Europa in rapporto al reddito medio locale. I portoghesi che ci abitavano da generazioni se ne sono andati, spinti fuori dagli affitti brevi e dai fondi immobiliari stranieri, e oggi vivono nella cintura periferica che tu, da turista, non hai mai attraversato nemmeno in autobus. Il pittoresco che fotografi è, letteralmente, il prodotto della loro espulsione.
Roma non è piccola come pensi, e non è colpa della pigrizia
Adesso ti do un numero, perché a me i numeri piacciono più delle sensazioni. Il comune di Roma copre oltre 1.285 chilometri quadrati. Sai cosa significa? Che dentro i confini di Roma ci starebbero, sommate, sette o otto capitali europee intere. Copenaghen, Amsterdam, Vienna, Barcellona, Monaco di Baviera messe insieme occupano meno terreno del solo comune romano.
Questo vuol dire che la manutenzione stradale, l’illuminazione, la raccolta rifiuti a Roma devono coprire una superficie mostruosa, con densità che cambiano da un quartiere all’altro, dal centro turistico ai casali sparsi dell’agro romano. Le città che citi come esempio virtuoso sono invece quasi sempre comuni compattissimi, circondati da una costellazione di micro-comuni autonomi che si tengono per sé il disagio, le periferie industriali, i quartieri dormitorio, mentre il comune centrale incassa il turismo e cura il salotto da mostrare al mondo. Non è che loro amministrano meglio in assoluto. È che amministrano un perimetro molto più piccolo e molto più selezionato, e scaricano il resto fuori dai confini che contano per l’immagine. A questo, solo da noi, aggiungici Stato, Regione, Città Metropolitana, Municipio e Sovrintendenza che si contendono ogni cantiere con diritto di veto reciproco, e capisci perché rifare un marciapiede nel centro storico può richiedere mesi che altrove non servirebbero mai.
Ti faccio un altro esempio che trovo illuminante, quello di Parigi. La Parigi che fotografi, quella dei ventisette chilometri quadrati intramuros, è amministrata separatamente dalla sua periferia, la famosa banlieue, che ha un’estensione e una popolazione enormemente più grandi ma un budget e un’attenzione politica infinitamente minori. Il comune di Parigi cura i suoi ventisette chilometri quadrati come un gioiello, e può farlo con relativa facilità proprio perché il disagio strutturale, la disoccupazione, l’edilizia popolare degradata, i trasporti carenti sono tutti fuori dai suoi confini amministrativi, scaricati su comuni che non hanno le stesse risorse né la stessa visibilità internazionale. Roma non ha questo lusso. Roma deve tenere insieme, dentro lo stesso perimetro comunale, il Colosseo e Corviale, la fontana di Trevi e e l’Idroscalo sul litorale.
Il tram delle sette e il tram delle due non sono lo stesso tram
Un’altra cosa che noto sempre, e che mi fa sorridere amaro: prendi la metro di Berlino alle undici del mattino, fuori orario di punta, con lo zaino e senza fretta, per andare al museo. Ti sembra perfetta. Ma quella non è la stessa esperienza di chi dipende da quella metro per duecentocinquanta giorni l’anno, alle sette meno un quarto, stipato, con lo sciopero improvviso e la linea sospesa per lavori che vanno avanti da due anni. Anche le reti celebrate che tanto ammiri soffrono di carenza di personale e di cantieri infiniti. Solo che tu, da turista, il sistema lo vedi sempre nel suo momento migliore, e lo scambi per la normalità di chi ci vive dentro tutti i giorni.
Chiedi a chi vive a Berlino da residente, non da Erasmus con l’abbonamento pagato dai genitori, cosa pensa della S-Bahn quando ci sono lavori sulla linea che usa per andare al lavoro. Chiedi a chi prende il RER a Parigi ogni mattina cosa pensa dei ritardi cronici sulla linea B. Lo scoprirai da solo che la cartolina della mobilità perfetta regge finché non ci devi campare dentro per davvero, tutti i giorni, con il capo che aspetta e il bambino da lasciare all’asilo prima di correre in ufficio.
Ti piacciono le multe degli altri, odi le tue
E arrivo all’ultima cosa, quella che trovo più ipocrita di tutte, e te la dico chiara: l’ordine che tanto ti colpisce in vacanza poggia quasi sempre su un sistema sanzionatorio spietato. Multe salatissime per il sacchetto sbagliato, carro attrezzi immediato per la doppia fila, telecamere che leggono la targa e fanno partire la sanzione senza margine di trattativa.
Prova a immaginare quella stessa macchina sotto casa tua. Telecamera che registra il sacco dell’umido lasciato fuori orario, multa da duecento euro, carro attrezzi in cinque minuti netti senza nessuna telefonata di cortesia. Scommetto che saresti tu il primo a scrivere il post infuriato contro lo Stato di polizia. Ammiri il rigore quando lo guardi da turista in vacanza, lo detesteresti se toccasse la tua vita quotidiana. E questo, per me, dice più di ogni altra cosa quanto sia superficiale il paragone da cui siamo partiti.
Quello che dico io, alla fine
Non sto qui a difendere le buche sotto casa tua né i cassonetti che straboccano, perché sarei disonesto e i problemi veri vanno chiamati con il loro nome. Il punto non è negarli. Il punto è che io non li misuro più con un metro tarato su dieci giorni di vacanza in un quartiere costruito apposta per sembrare perfetto, e credo che dovresti smettere anche tu.
La domanda che mi faccio tornando dalle ferie non è perché da noi non è come là. La domanda è quanto costa quel decoro, chi lo paga, quanto territorio deve coprire, quale modello sociale produce e chi resta fuori da quel modello. Sono domande più scomode di una fotografia sul lungomare. Ma sono le uniche che mi portano da qualche parte.
Il tuo post nel gruppo di quartiere, invece, resta lì tra un like e l’altro, a raccontare tutto tranne la verità. E la prossima estate, te lo garantisco, tornerà identico, con un’altra città e la stessa didascalia. Io, nel frattempo, sarò ancora qui a pagare il canone del parcheggio sotto casa.




