Il red carpet ha smesso di essere un tappeto e ora è un ATM

Il red carpet ha smesso di essere un tappeto e ora è un ATM
Foto generata con AI
A Venezia un'attrice con un film in concorso viene allontanata dal red carpet per fare spazio alle influencer. Il caso Nina Dobrev racconta chi comanda davvero oggi alla Mostra del Cinema, e non è il cinema.

Alla cerimonia inaugurale della Mostra, quella del Leone d’oro a George Clooney, quella che apre ufficialmente dieci giorni di programmazione internazionale davanti alla stampa di tutto il mondo, un addetto alla sicurezza si è piazzato davanti a Nina Dobrev dopo pochi secondi di posa e le ha indicato con un gesto secco del braccio di liberare lo spazio. Lei, abito Armani Privé senza spalline e uno strascico di tulle lungo quanto la pazienza che le stava per finire, ha provato a rubare ancora qualche fotogramma, ha fatto ruotare il drappeggio con un’espressione che diceva più di qualsiasi dichiarazione ufficiale, poi è stata scortata via mentre dal pubblico qualcuno protestava che era appena arrivata. Non parliamo di una comparsa. Dobrev è a Venezia con un film in concorso, “La vendetta perfetta – Bear Country”, accanto a Russell Crowe e Aaron Paul, e alle spalle ha una carriera che parte da lontano e passa per milioni di spettatori in tutto il mondo con “The Vampire Diaries”. Eppure quella sera, sulla passerella più simbolica dell’intera manifestazione, il tempo a sua disposizione è stato quello di un flash e mezzo.

Qualche giorno dopo, sullo stesso tappeto, Georgina Rodriguez, Giulia De Lellis, Nicky Passarella ed Elisa Maino hanno sfilato con tutta la calma necessaria per costruire il servizio fotografico perfetto. Nessuno le ha invitate ad affrettare il passo. Nessuno aveva fretta. E la differenza tra le due serate, messe una accanto all’altra, dice più cose sullo stato di salute del cinema italiano e internazionale di qualsiasi editoriale sul futuro delle sale.

Non è un problema di orologio

La versione ufficiale, quella rilanciata da chi lavora dietro le quinte di un evento con questi numeri, è che i tempi del red carpet sono scanditi al secondo e che la security ha semplicemente applicato una regola valida per tutti. Io la trovo una spiegazione tecnicamente vera e sostanzialmente falsa. Vera perché sì, esistono tabelle di marcia, esistono ospiti che devono entrare in sala prima dell’inizio della proiezione, esiste un’organizzazione complessa dietro ogni minuto di quella serata, con centinaia di fotografi accreditati che si contendono lo stesso angolo di ripresa e un programma che non può slittare senza mandare in tilt l’intera scaletta della serata. Falsa perché quella stessa regola, applicata con tanto rigore a un’attrice con un film ufficialmente in concorso, si è rivelata straordinariamente elastica quando a passare erano content creator arrivate al Lido senza nessuna pellicola da presentare, ma con un contratto di sponsorizzazione da onorare. Se la regola vale per tutti allo stesso modo, la coincidenza è quantomeno curiosa. Se invece la regola si piega a seconda di chi porta più visibilità nell’immediato, allora io non sto raccontando un incidente di percorso, sto raccontando un criterio.

E il criterio, per come la vedo io, non ha nulla a che fare con il merito artistico. Ha a che fare con quanti milioni di persone vedranno quella foto entro un’ora dalla pubblicazione, con quante volte verrà taggato il marchio del vestito, con quanto durerà la conversazione social generata da quel singolo minuto sul tappeto rosso. Elisa Maino sfila regolarmente a Venezia da anni in collaborazione con uno sponsor di bellezza ufficiale della sezione dedicata agli incontri con il pubblico. Non è un’infiltrata, è un’ospite prevista, remunerata, funzionale a un accordo commerciale che la Mostra stessa ha scelto di accogliere. Il problema allora non è la sua presenza in sé, sarebbe ipocrita prendersela con lei per aver semplicemente fatto il proprio lavoro nel modo più efficiente possibile. Il problema è la scala di priorità che quella presenza rivela, quando messa a confronto con il trattamento riservato a chi il cinema lo fa davvero, con anni di gavetta e un film vero da difendere davanti al pubblico.

Pamela Camassa, che di quel mondo di apparenza e spettacolo se ne intende bene per mestiere, ha commentato la vicenda senza giri di parole, parlando apertamente di una gestione imbarazzante. E quando è proprio chi vive dentro l’industria dell’immagine a definire la scena come una figuraccia, forse è il caso di prendere sul serio il segnale, invece di archiviarlo come l’ennesima polemica social destinata a esaurirsi in quarantotto ore.

Un festival che vive su due velocità

Quello che mi interessa davvero non è processare la singola serata, ma osservare cosa succede quando due mondi completamente diversi condividono lo stesso metro quadrato di moquette rossa senza condividerne lo stesso status. Da una parte c’è chi arriva al Lido dopo mesi o anni di lavoro concreto su un film, con la troupe, con il montaggio, con le proiezioni per la stampa fissate alle sette del mattino, con l’ansia vera di una critica internazionale che può affossare o lanciare un’opera in poche ore. Dall’altra c’è chi arriva con un abito prestato da un ufficio stampa, un fotografo personale al seguito, un calendario di post già pianificato minuto per minuto per massimizzare la resa dell’apparizione sui social prima ancora di scendere dal motoscafo. Non sto dicendo che uno dei due mondi non abbia diritto di esistere, sarebbe una posizione ipocrita oltre che inutile. Sto dicendo che quando l’organizzazione ufficiale di un festival storico inizia a trattarli come equivalenti, o peggio a favorire sistematicamente il secondo a scapito del primo nei momenti di massima visibilità, quel festival ha smesso di essere unicamente un festival di cinema e ha iniziato a funzionare come una piattaforma media multiuso, dove il film è uno dei tanti contenuti in competizione per l’attenzione, non più il contenuto principale attorno a cui tutto il resto dovrebbe ruotare.

Guardiamo per un attimo la scaletta reale di quella settimana. Nella stessa cornice in cui Dobrev viene spinta fuori campo, arriva anche Guglielmo Vicario, portiere della Juventus, passato in prestito dal Tottenham questa estate, protagonista di una stagione di calcio che con il cinema non c’entra assolutamente nulla. La sua presenza al Lido, come quella di tanti altri volti dello sport o dei social, non nasce da un film da promuovere ma dalla capacità di attirare telecamere e titoli su testate che con il cinema hanno poco a che fare, spesso semplicemente perché la sua fidanzata o un evento collaterale lo porta lì. Non gli si può rimproverare nulla a livello personale, ci mancherebbe, ma la sola presenza di un portiere di Serie A accanto a un cast cinematografico vero racconta meglio di qualsiasi comunicato ufficiale quanto la selezione degli invitati abbia ormai poco a che fare con l’arte che quella manifestazione dovrebbe celebrare, e molto con la capacità di generare rumore mediatico immediato, indipendentemente dal settore di provenienza.

E qui bisognerebbe fare un passo indietro storico, perché altrimenti si rischia di raccontare tutto come se fosse un fenomeno nato ieri. Il glamour a Venezia non è mai stato assente, fin dagli anni Cinquanta le fotografie del Lido raccontano dive in bikini, paparazzi appostati, gossip da rotocalco. La differenza sostanziale, però, è che allora quel contorno scintillante ruotava attorno a persone che comunque, nella stragrande maggioranza dei casi, erano protagoniste di film veri, dive del cinema che sapevano anche essere immagine. Oggi la sequenza si è invertita. Prima si costruisce l’immagine, poi eventualmente, se capita, arriva anche un ruolo cinematografico vero. L’ordine dei fattori, in questo caso, cambia eccome il risultato.

L’equivoco del pubblico e il vuoto dietro l’applauso

C’è una dinamica che si ripete ogni anno sotto le transenne del Lido e che trovo più rivelatrice di qualsiasi statistica sui follower. Alcune delle content creator invitate, arrivate sul tappeto rosso, riproducono i gesti tipici delle grandi star, si avvicinano alla folla aspettandosi il boato riservato normalmente a chi ha una filmografia alle spalle. Il risultato, spesso, è un silenzio imbarazzante, perché chi è appostato dietro le transenne da ore non sta aspettando lei, sta aspettando l’attore con cui è cresciuto, il regista che ha amato in una sala buia, l’attrice che gli ha fatto scoprire il cinema come forma d’arte e non come contenuto da consumare in nove secondi su uno schermo verticale. È una scena che racconta, in miniatura, quanto sia diventato fragile il meccanismo su cui si regge tutta questa macchina: il pubblico da strada continua istintivamente a riconoscere la differenza tra chi ha costruito una carriera artistica e chi ha costruito un pubblico social, anche quando gli organizzatori sembrano aver smesso di farlo.

Ed è proprio in quel cortocircuito che si nasconde, secondo me, il paradosso più interessante di tutta questa storia. Il pubblico reale, quello in carne e ossa sotto le transenne, non ha bisogno di spiegazioni per capire chi merita l’applauso. Sono gli organizzatori, i brand, gli uffici stampa a decidere ogni anno di forzare la mano, di costruire artificialmente un’equivalenza che il pubblico da solo non farebbe mai. E quando quella forzatura arriva al punto di sacrificare i secondi di un’attrice con un film in concorso per garantirne di più a chi non ne ha uno, la forzatura smette di essere un dettaglio organizzativo e diventa una dichiarazione di intenti, per quanto non scritta in nessun comunicato stampa.

L’economia nascosta dietro ogni singolo secondo di posa

Bisognerebbe anche avere il coraggio di guardare i numeri per quello che sono, perché dietro l’indignazione social si nasconde un meccanismo economico piuttosto lineare. Un accordo di sponsorizzazione con una content creator che porta milioni di follower vale, in termini di ritorno pubblicitario misurabile, molto più di una recensione entusiasta su una rivista specializzata di cinema letta da qualche migliaio di appassionati. I brand lo sanno, gli uffici marketing degli sponsor ufficiali della Mostra lo sanno, e inevitabilmente anche chi organizza materialmente il flusso degli ospiti sul red carpet finisce per assorbire questa gerarchia di valore, magari senza nemmeno rendersene conto fino in fondo, semplicemente rispondendo alle pressioni di chi porta i soldi che permettono all’evento di reggersi in piedi. Non è un complotto, è molto più banalmente un incentivo economico che finisce per orientare scelte apparentemente neutre come la gestione dei minuti su una passerella.

Il risultato è che il cinema, quello con la produzione indipendente, il regista esordiente, l’attrice di cinquant’anni che non ha mai avuto un profilo social sopra le diecimila persone, si trova a competere per l’attenzione pubblica con armi spuntate in partenza. Non perché il suo lavoro valga meno, ma perché il sistema di misurazione dell’attenzione contemporaneo premia strutturalmente chi arriva già con un pubblico proprio, costruito altrove, con altre logiche, e lo porta in dote come merce di scambio.

Chi decide cosa vale la pena guardare

Alla fine la domanda che mi pongo non riguarda Nina Dobrev in sé, e nemmeno Elisa Maino o Nicky Passarella, che stanno semplicemente facendo il lavoro per cui vengono pagate, con la stessa legittimità professionale di chiunque altro. Riguarda chi, dentro l’organizzazione della Mostra, ha deciso che quella sera i secondi andavano distribuiti in quel modo, e con quale criterio lo ha fatto. Perché se il criterio è puramente commerciale, se la selezione degli ospiti e la gestione dei tempi rispondono esclusivamente a logiche di sponsorizzazione e di ritorno mediatico immediato, allora dovremmo almeno avere l’onestà di chiamare le cose con il loro nome, senza continuare a vendere quell’evento come la vetrina più prestigiosa del cinema mondiale. O è un festival di cinema, con tutto quello che questo comporta in termini di priorità concrete assegnate a chi il cinema lo fa, oppure è un grande evento di intrattenimento generalista che usa il cinema come cornice istituzionale per legittimare operazioni che con il cinema hanno sempre meno a che fare.

Io un’idea me la sono fatta guardando quel video decine di volte, il gesto secco della sicurezza, l’espressione contrariata di un’attrice abituata a ben altro trattamento, la folla che protesta inutilmente mentre lei viene portata via. E la mia idea è che il tappeto rosso, quest’anno più che mai, abbia smesso di misurare il talento e abbia iniziato a misurare soltanto quanto rumore sei in grado di produrre nei sessanta secondi che ti vengono concessi. Il resto, film compresi, deve solo sperare di entrare nell’inquadratura prima che qualcuno decida che il tempo è scaduto.