Oggi ho vissuto una scena che, francamente, pensavo fosse roba da film catastrofici, invece era la pura e semplice realtà. Ore 15, 35 gradi, sole a picco, aria bollente che trasformava l’asfalto in una piastra rovente. Mi sono ritrovato fermo, imbottigliato sull’A12, in coda per oltre 2 chilometri senza muovere un millimetro. Attorno a me bambini che piangevano, persone anziane che boccheggiavano dentro abitacoli ormai diventati forni, motociclisti in piedi a lato strada in attesa di capire se avrebbero potuto passare.
L’incendio, certo. Ma la comunicazione dov’era?
Sì, davanti a noi c’era un incendio. Non lo metto in dubbio. Ho visto con i miei occhi il fumo denso, la colonna nera che avvolgeva la carreggiata, il fuoco divorare la vegetazione a pochi metri dall’autostrada. Ma qui non si tratta di discutere la pericolosità del rogo: si tratta di mettere in discussione la gestione dell’emergenza. Perché — diciamocelo chiaramente — non è possibile lasciare centinaia di persone inchiodate in trappola, senza uno straccio di informazione seria e coerente.
Quei pannelli a messaggi fuorvianti
I pannelli a messaggio variabile, quei famosi LED disseminati sulle autostrade, dovrebbero fare chiarezza in casi come questo. Invece la scritta che ho letto parlava di incendio in zona uscita Fregene, come se fosse solo un disagio localizzato. Nessuna indicazione di “uscita obbligatoria”, nessun avviso di “tratto chiuso” con coordinate chiare. Così ci siamo fidati e abbiamo proseguito, come pecore in fila verso l’inferno, finendo dritti dentro la morsa della coda.
Il casello aperto: un assurdo paradosso
Ma il colmo, sapete qual è stato? Il casello era aperto. Aperto. Non un cartello di divieto, non una barriera, niente. Ho addirittura chiamato la protezione civile per capire cosa stesse succedendo e loro stessi, increduli, si sono chiesti come fosse possibile che nessuno avesse provveduto a bloccare l’ingresso al tratto interessato dall’incendio. Perché il personale dell’ANAS non stava lì a spiegare la situazione? Perché non fermare la gente prima che entrasse in trappola? Sono domande che non possono rimanere senza risposta.
Sotto al sole, senza scampo
Alla fine ho contato un’ora e un quarto fermo in coda. Un’ora e un quarto sotto il sole, con l’aria condizionata che arrancava e le persone, intorno, che iniziavano a dare segni di malessere. Ho visto bambini sudati e spaventati, anziani con la faccia stravolta dalla fatica. E ho pensato: ma davvero nel 2025 possiamo accettare di essere ostaggi di un’informazione gestita così male? Possiamo accettare che la nostra sicurezza venga messa a repentaglio due volte, prima dall’incendio e poi da chi non sa comunicare in modo chiaro e tempestivo?
E i motociclisti? Ancora più penalizzati
E vogliamo parlare dei motociclisti? In teoria avrebbero potuto passare, scansando la coda e magari raggiungendo zone di sicurezza, ma per motivi di sicurezza — dicono — non li hanno fatti muovere. Anche loro costretti a stare fermi, con la tuta addosso, in piedi sull’asfalto bollente, respirando fumo e caldo. Non li invidio per niente, anzi: la loro situazione era persino peggiore della nostra.
Non è solo un incendio, è una lezione mancata
Alla fine quello che resta non è solo la rabbia per aver perso tempo, o per essermi sentito intrappolato come un topo in gabbia. Quello che resta è una profonda amarezza per la solita gestione all’italiana delle emergenze: zero coordinamento, zero comunicazione efficace, zero visione d’insieme. Eppure non ci vuole un genio per scrivere su un pannello “uscita obbligatoria a Fregene, incendio al km X”, né per chiudere un casello e mettere qualcuno a dare spiegazioni.
Un ostaggio non per colpa del fuoco, ma della disorganizzazione
Ecco la verità che mi porto a casa: non sono stato ostaggio del fuoco, sono stato ostaggio dell’incapacità di gestire una situazione straordinaria con buon senso e chiarezza. Centinaia di persone — bambini, anziani, motociclisti — lasciati a cuocere dentro una trappola, quando si poteva evitare tutto con un minimo di comunicazione onesta e precisa.
Se questa è la modernità, allora possiamo anche fermarci qui. Perché prima delle autostrade a tre corsie, dei caselli contactless e delle colonnine elettriche, ci vorrebbe la capacità — elementare — di dire alla gente la verità, in tempo reale. E non lasciarla a morire di caldo in mezzo a un’autostrada, come fosse normale.




