Locali storici chiusi per le lamentele dei vicini: è la nuova dittatura del silenzio?

Locali storici chiusi per le lamentele dei vicini: è la nuova dittatura del silenzio?
Ogni tanto mi domando se viviamo davvero in una società adulta o se, sotto sotto, non stiamo diventando un popolo di eterni bambini capricciosi. Perché la storia recente di due spazi storici come Snodo Mandrione e Casa Clandestina, costretti a chiudere per l’ossessione di qualche vicino col pallino della denuncia facile

Ogni tanto mi domando se viviamo davvero in una società adulta o se, sotto sotto, non stiamo diventando un popolo di eterni bambini capricciosi. Perché la storia recente di due spazi storici come Snodo Mandrione e Casa Clandestina, costretti a chiudere per l’ossessione di qualche vicino col pallino della denuncia facile, è la fotografia perfetta di questa mentalità ipocrita e a mio avviso profondamente egoista.

Perché chiariamolo una volta per tutte: Snodo Mandrione non era un covo di spacciatori, non era un bordello clandestino, non era un luogo di degrado. Era un posto vivo, dove si facevano concerti, cultura, eventi, progetti sociali. Casa Clandestina, a Ostia, addirittura ha subito oltre 700 controlli senza che saltasse fuori un reato vero, un abuso grave, una violazione sostanziale. Eppure è stata chiusa lo stesso, con la solita scusa dei rumori e della presunta insicurezza.

Siamo arrivati a un punto in cui, per la pace di qualche orecchio delicato, buttiamo giù tutto ciò che somiglia a un luogo di aggregazione. E questo, perdonatemi la franchezza, è uno schiaffo alla logica e al buon senso.

Se cerchi silenzio assoluto, vai a vivere in campagna

La verità è che molte persone pretendono di venire ad abitare in quartieri già caratterizzati da attività, locali, musica, movida, e poi vogliono piegarli ai propri standard di tranquillità monastica. Ma la città è città, con tutto ciò che comporta: gente che si muove, voci, auto, motorini, eventi, locali.

Se sogni il silenzio assoluto, allora compra casa in campagna, fra i campi, a chilometri di distanza dal primo negozio. E magari, dopo un mese, ti accorgi che per andare a prendere un litro di latte devi fare venti chilometri di curve nel buio. E lì forse rivaluterai quel locale che un tempo consideravi “rumoroso” sotto casa.

Non puoi scegliere di abitare in un quartiere che da decenni ospita eventi e attività culturali, e poi pretendere che tutto muti secondo i tuoi gusti. È come comprare casa sul mare e arrabbiarsi per il rumore delle onde.

La nuova ipocrisia del “quieto vivere”

La cosa più ridicola è che, paradossalmente, questi stessi cittadini così zelanti nel riempire moduli di esposti, sono spesso gli stessi che si lamentano quando una città è “morta”, quando “non si organizza più nulla”, quando “i giovani non hanno posti dove andare”. Una coerenza da manuale, insomma.

Perché i locali come Snodo Mandrione o Casa Clandestina non sono solo luoghi dove bersi una birra: sono spazi di cultura, di incontro, di socialità, di sperimentazione, di respiro collettivo. E in un’epoca dove tutti sbraitano sulla solitudine, sulla depressione, sul bisogno di ritrovarsi, la chiusura di questi spazi è una mazzata terrificante. Altro che progresso: è una regressione.

Quando il controllo diventa persecuzione

Settecento controlli a Casa Clandestina. Settecento. È una cifra allucinante, che puzza di accanimento più che di reale tutela del quartiere. Come se si volesse scientemente spegnere una voce fuori dal coro, una fiamma di vivacità in un territorio che, proprio grazie a questi progetti, aveva trovato nuove energie e nuove prospettive.

Sembra quasi che la regola non scritta sia: “Più fai cose utili per la comunità, più ti rendi visibile, più ti distruggo”. E scusate se mi scappa un moto di rabbia, ma questa è la pura verità.

Serve una nuova idea di convivenza

Io non dico che non esistano problemi di convivenza: chi vive accanto a un locale ha diritto di non trovarsi sotto casa gente molesta alle tre di notte. Ma qui non stiamo parlando di criminalità o degrado: parliamo di progetti culturali, di laboratori sociali, di iniziative che spesso hanno più valore di mille sagre di paese.

La convivenza si costruisce con il dialogo, non con la repressione. Se un locale sporca, si concorda la pulizia. Se un evento sfora di mezz’ora, si trova un compromesso. Invece no: si passa subito alla guerra legale, all’esposto, al controllo ossessivo, come se la priorità fosse soffocare ogni forma di vitalità pur di non sentire la propria routine turbata.

Il futuro? Un deserto con quattro panchine

Se continuiamo su questa strada, fra qualche anno ci ritroveremo con città silenziose come cimiteri, con quartieri deserti, con giovani costretti a radunarsi nei parcheggi dei centri commerciali perché in centro è vietato anche ridere. Poi, come al solito, gli stessi che oggi gridano “basta rumore!” saranno i primi a lamentarsi della criminalità, della solitudine, della noia che avanza, del degrado.

E a quel punto sarà troppo tardi per riaccendere le luci.

Chiudere non è la soluzione

Spegnerle, invece, è molto facile. Chiudere un locale, apporre un cartello con scritto “revocata la licenza” fa notizia, appaga qualche pancia rancorosa, e regala al paladino del silenzio la sua piccola vittoria personale. Ma la comunità? La comunità perde. Perde pezzi di cultura, di socialità, di speranza. Perde progetti, opportunità, idee.

Io non ci sto a questa logica del “se mi disturbi, sparisci”. Non ci sto a questa mentalità per cui se un quartiere è vivo bisogna azzittirlo per far felice chi è arrivato per ultimo. E continuerò a dirlo, anche se dà fastidio: la città non è tua, la città è di tutti.

E se non ti piace la città, hai sempre un’alternativa: la campagna.