La notizia, presa da sola, è quasi banale nella sua brutalità: un uomo muore in un incidente stradale a Roma e qualcun altro, invece di fermarsi, abbassare lo sguardo o semplicemente tacere, decide di tirare fuori il telefono, riprendere il corpo e trasformare quella scena in un video da pubblicare sui social.
Se mi fermassi qui, sarebbe solo l’ennesimo episodio di degrado digitale, una di quelle storie che durano il tempo di un’indignazione collettiva e poi spariscono, sepolte dalla prossima polemica.
Ma a me il fatto in sé interessa poco. Non perché non sia grave, ma perché il fatto è solo la superficie. È il punto da cui partire, non quello su cui fermarsi. Quello che mi interessa davvero è il mondo che rende possibile una scelta del genere senza che chi la compie provi un reale senso di limite.
Perché il problema non è che qualcuno abbia fatto un video. Il problema è che, nel farlo, non abbia sentito di stare violando qualcosa di sacro, di intoccabile, di definitivamente umano.
Il momento in cui la morte smette di essere reale
C’è una cosa che mi ossessiona in questa storia, più di ogni altra: il tempo.
Il tempo tra l’incidente e la pubblicazione. Quel lasso minuscolo in cui una persona è appena morta, ma non è ancora “una notizia”, non è ancora una storia raccontata, non è ancora stata restituita alla sua dimensione privata attraverso una telefonata, una voce tremante, una porta che si chiude.
In quel tempo sospeso, qualcuno ha deciso che quella morte poteva diventare un contenuto.
E in quel momento, per chi ha fatto il video, quel corpo ha smesso di essere una persona ed è diventato materiale narrativo.
È qui che io vedo il vero salto di qualità. Non è solo mancanza di rispetto. È la perdita totale del confine tra realtà e rappresentazione. È l’idea, ormai interiorizzata, che tutto esista davvero solo nel momento in cui viene mostrato, condiviso, commentato.
La morte, se non la filmi, è quasi come se non fosse abbastanza.
Dietro quel corpo c’è una famiglia, ma sui social non conta
Quello che mi manda fuori di testa, ogni volta, è il pensiero della famiglia. Non come concetto astratto, ma come persone reali, vive, ignare. Qualcuno che magari stava lavorando, guidando, preparando la cena, vivendo una normalità che di lì a poco sarebbe stata spazzata via.
La possibilità concreta che quelle persone potessero venire a sapere della morte di un loro caro attraverso un video condiviso online non è un effetto collaterale. È una ferita diretta. È una violenza ulteriore, inflitta senza nemmeno la consapevolezza che la si stava compiendo.
Eppure, in tutta questa storia, la famiglia resta sempre sullo sfondo, come se fosse un dettaglio secondario, un fastidio emotivo da liquidare con un “ovviamente dispiace”.
No. Non dispiace. È il centro di tutto. È il punto oltre il quale qualsiasi narrazione dovrebbe fermarsi.
Se non ti fermi lì, significa che qualcosa, dentro, si è rotto da tempo.
Il problema non è il singolo influencer, e non lo è mai stato
Sarebbe facile, troppo facile, ridurre tutto a una questione individuale. Puntare il dito contro “quel tizio”, archiviarlo come sciacallo, mostro, irresponsabile, e chiudere la pratica con una bella indignazione collettiva.
Ma io non credo ai mostri isolati, credo ai sistemi che li rendono funzionali.
Quel gesto non nasce nel vuoto. Nasce in un ambiente che premia chi arriva prima, chi osa di più, chi supera il limite precedente. Nasce in piattaforme che non distinguono tra consenso e rabbia, tra approvazione e disgusto, perché per loro ogni reazione è valore.
E soprattutto nasce da una certezza non detta, ma solidissima: che qualcuno guarderà.
Senza pubblico non esiste nessun influencer
Qui bisogna essere brutalmente onesti, anche a costo di risultare sgradevoli, un influencer non esiste perché è interessante, intelligente o meritevole. Esiste perché ha un pubblico. Senza follower, senza visualizzazioni, senza interazioni, quella figura si dissolve. Non lentamente, ma all’istante.
Questo significa che ogni influencer è, prima di tutto, un prodotto collettivo.
Se cresce, se si rafforza, se arriva a sentirsi legittimato a fare qualunque cosa pur di ottenere attenzione, è perché qualcuno lo ha accompagnato passo dopo passo fino a lì.
Dire che “è colpa dei social” è una scorciatoia comoda. I social non seguono nessuno. Le persone sì.
L’indignazione è il carburante più potente che esista
C’è un equivoco enorme, e continua a fare danni, molti credono che commentare indignati sia una forma di punizione. Che scrivere “vergognati” sotto un post equivalga a togliergli potere.
Succede l’esatto contrario.
Ogni commento è un’interazione, ogni interazione segnala all’algoritmo che quel contenuto genera coinvolgimento. E il coinvolgimento, sui social, è l’unico vero valore.
Un post ignorato muore, un post sommerso di commenti indignati viene rilanciato, mostrato ad altri, premiato.
Così funziona. Lo sappiamo. Continuiamo a fingere di non saperlo solo perché ci fa comodo sentirci dalla parte giusta senza rinunciare a partecipare allo spettacolo.
Quando il cadavere diventa format, il problema è culturale
Trasformare un morto in contenuto non è solo una scelta individuale discutibile. È un segnale culturale chiarissimo. Significa che non esiste più uno spazio non sfruttabile, non monetizzabile, non esibibile.
Tutto può diventare racconto, tutto può diventare scena, anche la morte, anche il dolore, anche la tragedia altrui e qui non c’è informazione, non c’è denuncia, non c’è testimonianza c’è solo esposizione.
Il corpo sull’asfalto non serve a capire. Serve a colpire. Serve a generare reazioni. Serve a far parlare di sé.
Regolare gli influencer non basta, se non si regola il pubblico
Si parla spesso di registri ufficiali, di soglie di follower, di regolamentazioni. Tutto utile, forse, ma insufficiente se non si tocca il nodo centrale.
Il nodo è la percezione di responsabilità legata all’avere un pubblico.
Avere anche poche migliaia di persone che ti guardano non è un gioco. È una posizione di potere. E ogni posizione di potere dovrebbe prevedere dei limiti, prima ancora che delle regole.
Ma forse la domanda più scomoda è un’altra: chi sono quelli che seguono certi personaggi?
Perché se certi contenuti trovano pubblico, restano online, vengono commentati, condivisi, allora quel pubblico ne è parte integrante.
Un influencer non è mai migliore del suo seguito. Ne è lo specchio.
Capire come funzionano i social è ormai una responsabilità civile
Nel 2026 non sapere come funzionano gli algoritmi non è più una scusa, sappiamo che ogni like spinge. Sappiamo che ogni commento amplifica. Sappiamo che ogni visualizzazione conta.
Continuare a interagire con contenuti tossici e poi indignarsi per la loro diffusione è una forma di ipocrisia collettiva. È come lamentarsi del rumore mentre si continua a battere le mani.
Il silenzio è l’unico gesto che fa davvero paura
Se davvero vogliamo che certe dinamiche finiscano, non servono crociate morali né processi pubblici. Serve qualcosa di molto più semplice e molto più difficile: il silenzio.
Smettere di seguire, smettere di commentare e smettere di partecipare.
Sui social il silenzio equivale alla morte. Ed è l’unica morte che certi influencer dovrebbero conoscere.
Finché continueremo a trasformare la nostra indignazione in traffico, continueremo a nutrire esattamente ciò che diciamo di detestare. E a quel punto il problema non sarà più chi ha filmato un morto, ma una società intera che ha deciso che farlo, in fondo, conviene.




