C’è una bufala che da qualche giorno sta rimbalzando su Facebook e su TikTok con la stessa energia isterica con cui di solito circolano gli avvistamenti UFO o le previsioni di terremoti imminenti, e questa volta il bersaglio è la storia. Recita più o meno così: “un tempo esisteva una nazione chiamata Persia, abitata solo dai Parsi, che diede rifugio a quattromila musulmani, e cento anni dopo quegli stessi musulmani cacciarono, sterminarono e costrinsero alla conversione i loro benefattori Parsi. Oggi quel paese si chiamerebbe Iran”. Fine della storia, con tanto di chiusa sarcastica del tipo “così, solo per farvelo sapere”. Peccato che sia falsa quasi in ogni singolo dettaglio, e non falsa per sfumatura o interpretazione, falsa proprio al contrario, ribaltata come un guanto, con i ruoli invertiti rispetto a quello che è realmente successo.
Io non sono uno storico e non ho mai preteso di esserlo, ma un minimo di verifica prima di condividere qualcosa dovrebbe essere il gesto più elementare che un essere umano dotato di connessione internet possa compiere, e invece assisto ogni giorno a migliaia di persone che si trasformano in megafoni di narrazioni completamente inventate solo perché quella narrazione conferma quello che già pensavano o quello che gli fa comodo pensare. Qui il problema non è nemmeno la Persia o l’Iran in sé, il problema è il meccanismo, ed è di quel meccanismo che voglio parlare, partendo però dai fatti veri, perché prima di ragionare sulla manipolazione bisogna sapere cosa è stato manipolato, e prima di indignarsi bisogna capire con precisione cosa è successo e cosa invece è stato costruito a tavolino per farci indignare nella direzione sbagliata.
Come sono andate davvero le cose
La vicenda reale riguarda i Parsi, una comunità zoroastriana che oggi vive principalmente in India, soprattutto a Mumbai. Il nome stesso, Parsi, significa letteralmente “persiani”, e indica i discendenti degli zoroastriani che abitavano la Persia prima che questa venisse conquistata dagli eserciti arabo musulmani nel settimo secolo dopo Cristo. Lo zoroastrismo, fondato secoli prima da Zarathustra, era la religione dominante dell’impero sasanide, l’ultima grande dinastia persiana pre islamica, quella che aveva reso il mazdeismo religione di stato e l’Avesta il proprio testo sacro. Con la caduta di quell’impero, segnata dalla morte dell’ultimo sovrano sasanide Yazdegerd III intorno al 651 dopo Cristo, iniziò per gli zoroastriani un periodo lungo e progressivo di persecuzioni, tassazioni discriminatorie, conversioni forzate e marginalizzazione crescente nella loro stessa terra d’origine.
Non fu una cacciata improvvisa e nemmeno un evento che si esaurì in una singola generazione. Fu un processo lento, fatto di pressioni fiscali sui non convertiti, di perdita progressiva di status sociale, di templi del fuoco chiusi o trasformati, di una comunità che vedeva assottigliarsi anno dopo anno la propria libertà di praticare la fede dei padri nella terra in cui quella fede era nata secoli prima. Di fronte a questa pressione, gruppi di zoroastriani scelsero l’esilio pur di non abbandonare la propria religione. Non tutti insieme e non in un solo momento, ma attraverso migrazioni scaglionate nel tempo, alcuni di questi gruppi lasciarono la Persia e si diressero verso l’India, passando prima per la regione del Kohistan e poi imbarcandosi dal porto di Hormuz sul golfo Persico, per approdare infine nella regione del Gujarat, sulla costa occidentale indiana.
È qui che nasce la leggenda fondativa dei Parsi, quella del re indù Jadi Rana, che secondo la tradizione avrebbe inizialmente esitato a concedere asilo ai profughi zoroastriani, presentandosi davanti a loro con una ciotola di latte colma fino all’orlo, come a dire che il suo regno era già pieno e non c’era posto per altri. Un sacerdote tra i rifugiati avrebbe allora aggiunto un pizzico di zucchero nel latte, senza farlo traboccare, per fargli capire che la loro presenza avrebbe soltanto reso più dolce quella terra senza sottrarle nulla. Il re, colpito dal gesto, concesse loro rifugio, a condizione che rispettassero alcune usanze locali, imparassero la lingua del posto e non facessero proselitismo tra la popolazione indù. Da quel momento i Parsi vissero in Gujarat per centinaia di anni come piccola comunità agricola, mantenendo intatta la propria identità religiosa fino a oggi, e spostandosi in massa verso Bombay solo secoli più tardi, quando la città divenne il loro centro economico e culturale di riferimento.
Questa è la storia vera, ed è già di per sé affascinante abbastanza da non avere bisogno di essere riscritta o stravolta. Ma si nota subito quanto sia l’esatto contrario di quello che circola sui social in questi giorni. Non fu la Persia a dare rifugio a dei musulmani che poi la tradirono, fu la Persia a essere conquistata dai musulmani, e furono gli zoroastriani, cioè quelli che i social oggi chiamano genericamente “i Parsi”, a dover fuggire dalla propria patria per cercare rifugio altrove, in India, presso un sovrano indù. E l’Iran contemporaneo non è affatto “il paese che tradì i Parsi”, è semplicemente il nome moderno della stessa regione geografica che un tempo era la Persia, la terra da cui quei profughi zoroastriani sono partiti, non quella in cui sono arrivati. La bufala prende ogni singolo elemento della storia vera e lo capovolge, mantenendo solo l’atmosfera generale di tradimento e persecuzione, ma spostando i ruoli in modo che il messaggio finale suoni come vuole suonare chi lo ha scritto.
La conquista era la regola del gioco, non l’eccezione, e vale anche per Roma
A questo punto so già che qualcuno leggerà questa ricostruzione fermandosi solo alla parte in cui dico che la Persia fu conquistata dagli eserciti musulmani, e la userà per costruirci sopra un discorso identitario contemporaneo, come se quella conquista del settimo secolo fosse un episodio isolato e anomalo che dimostra qualcosa sul presente. Ecco, qui devo essere netto, perché quel tipo di lettura è tanto sbagliata quanto la bufala che stiamo smontando, solo capovolta di segno.
Il settimo secolo dopo Cristo, così come i secoli precedenti e quelli successivi, è un’epoca in cui la conquista territoriale accompagnata dalla diffusione o dall’imposizione di un nuovo ordine religioso era semplicemente il modo in cui funzionava il mondo, non un’anomalia riconducibile a una singola civiltà o a una singola fede. Roma stessa, per fare l’esempio più vicino alla nostra storia e identità culturale, ha costruito e consolidato il proprio impero sottomettendo popoli e imponendo la propria amministrazione: dapprima integrando i culti locali nel proprio sistema pagano e richiedendo lealtà al culto imperiale, e successivamente, in epoca tardo-antica, facendo del Cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero. Non esiste in quell’epoca, né per molti secoli a seguire, un solo impero nato senza espansione militare, né un’espansione che non abbia portato con sé una riorganizzazione politica e culturale dei territori conquistati.
La stessa Roma, che aveva costruito il proprio impero integrando le diverse culture e religioni dei popoli conquistati, fu a sua volta trasformata dall’interno dal Cristianesimo, nato come culto minoritario ai margini dell’Impero. Per quasi due secoli la nuova fede fu guardata con sospetto e le comunità cristiane subirono ostilità locali e condanne episodiche. Fu solo a partire dalla metà del III secolo, di fronte alle gravi crisi politiche e sociali dell’Impero, che lo Stato romano avviò brevi ma violente persecuzioni sistematiche su scala imperiale, come quelle sotto Decio, Valeriano e infine Diocleziano, volte a ripristinare la coesione religiosa del mondo pagano.
Questo quadro cambiò radicalmente nel IV secolo. Nel 313, con le intese di Milano promosse da Costantino, il Cristianesimo ottenne piena libertà di culto. Il vero punto di svolta arrivò nel 380 quando l’Editto di Tessalonica, promulgato da Teodosio I, Graziano e Valentiniano II, dichiarò il Cristianesimo niceno religione ufficiale e unica dell’Impero Romano, emarginando sia i culti pagani sia le correnti cristiane considerate eretiche, come l’arianesimo. Pochi anni dopo, tra il 391 e il 392, le norme teodosiane completarono la svolta vietando i riti pagani pubblici e trasformando la dissidenza religiosa in un reato contro lo Stato.
In pratica, la stessa civiltà che aveva imposto i propri dei a mezzo mondo attraverso la conquista militare venne a sua volta, nel giro di poco più di un secolo, completamente ribaltata al proprio interno da una fede diversa, che passò dall’essere perseguitata a diventare l’unica religione ammessa, con la contestuale messa al bando di tutto ciò che l’aveva preceduta. Non lo racconto per accusare il cristianesimo di nulla, così come non racconto la conquista islamica della Persia per accusare l’Islam di nulla. Lo racconto perché è esattamente lo stesso schema storico, ripetuto in epoche e contesti diversi, che dimostra come la sovrapposizione tra potere politico e affermazione religiosa fosse la normalità di quel mondo antico e tardo antico, non un tratto distintivo di una sola civiltà contro le altre. Chi userà la conquista musulmana della Persia come prova di qualcosa di esclusivo o di specifico dovrebbe spiegarmi perché lo stesso ragionamento non si applica a Roma che smantellò il proprio stesso paganesimo millenario in appena due generazioni, o a qualunque altro impero antico che abbia cambiato pelle religiosa seguendo il potere del momento.
Il dettaglio dei numeri, e perché ci cascano tutti
Una cosa che mi ha colpito, osservando come questa storia si è diffusa, è la precisione apparente dei numeri usati. Quattromila musulmani, cento anni esatti tra l’accoglienza e il tradimento. Sono numeri che non hanno alcun riscontro in nessuna fonte storica seria, ma che funzionano benissimo dal punto di vista narrativo, perché danno l’illusione di un dato verificabile, quasi da manuale scolastico. È un meccanismo che vedo ripetersi identico in decine di altre bufale storiche/politiche che circolano periodicamente sui social, dove basta inserire un numero preciso o una data specifica per far percepire l’intera narrazione come affidabile, anche quando quella cifra è stata semplicemente inventata da chi ha scritto il post.
Funziona perché il nostro cervello associa la precisione numerica all’accuratezza storica, un cortocircuito cognitivo che chi crea disinformazione conosce benissimo e sfrutta sistematicamente. Nessuno si ferma a chiedersi da dove arrivi quel numero, quale fonte lo abbia registrato, quale documento dell’epoca lo attesti. Il numero viene accettato perché sembra un dettaglio troppo specifico per essere inventato, quando in realtà è vero l’esatto contrario: più un dettaglio è specifico e allo stesso tempo privo di fonte verificabile, più è probabile che sia stato aggiunto proprio per rendere credibile una costruzione che di storico non ha nulla.
Il cortocircuito della bufala e perché funziona così bene
Quello che mi interessa capire, da libero pensatore che osserva questi fenomeni con una certa costanza ormai, è perché una ricostruzione così palesemente sbagliata riesca a diffondersi con questa velocità. La risposta, temo, sta nel fatto che la bufala è costruita apposta per confermare un pregiudizio contemporaneo, quello secondo cui esisterebbe un copione ricorrente di comunità accoglienti che vengono poi tradite e sopraffatte da chi hanno accolto. È una narrazione emotivamente potente, si presta benissimo a essere usata come metafora per il dibattito attuale sull’immigrazione e sui rapporti tra religioni, e proprio per questo viene condivisa senza il minimo controllo, perché conferma qualcosa che chi la condivide voleva già sentirsi dire prima ancora di leggerla.
Ho visto video su TikTok di persone che leggono questa storia da un foglietto, con tono grave e circostanziato, come se stessero recitando una lezione di storia certificata, quando in realtà stanno solo ripetendo a memoria un testo che non hanno mai verificato. E qui il problema non è tanto chi ripete, quanto chi ha costruito per primo questa narrazione e l’ha messa in circolo sapendo perfettamente cosa stava facendo. Perché una ricostruzione così specifica, con un numero preciso come quattromila e un arco temporale di cento anni, non nasce per caso, nasce per essere creduta, per sembrare un dato storico verificabile quando in realtà è pura invenzione narrativa costruita a tavolino con l’unico scopo di produrre indignazione e condivisioni.
Il paradosso più amaro è che la storia vera dei Parsi, quella che ho raccontato sopra, sarebbe già perfetta per chi volesse parlare di accoglienza, di tolleranza religiosa, di un incontro riuscito tra culture diverse, visto che i Parsi sono rimasti in India per tredici secoli mantenendo la propria identità religiosa in pace con la popolazione locale, diventando anzi una delle comunità più prospere e rispettate del subcontinente. Non c’era bisogno di inventare nulla, bastava raccontare i fatti così come sono andati, ma evidentemente raccontare i fatti veri non produce lo stesso effetto emotivo di una storia di tradimento e vendetta, e sui social l’effetto emotivo vale sempre più della precisione, sempre, senza eccezioni, indipendentemente dal tema trattato.
Non è la prima volta e non sarà l’ultima
Chi segue un minimo il fenomeno della disinformazione storica/politica sa che questo tipo di narrazione capovolta non è un caso isolato. Periodicamente circolano ricostruzioni altrettanto fantasiose su altri episodi del passato, spesso legate a conflitti religiosi o etnici, spesso costruite con lo stesso schema, un fatto vagamente riconoscibile alla base, completamente stravolto nei dettagli e nei ruoli, condito con numeri precisi e una chiusa ad effetto pensata apposta per essere condivisa senza verifiche. Cambiano i protagonisti, cambiano le epoche, ma il meccanismo resta identico, e resta identica anche la facilità con cui migliaia di persone lo assorbono senza il minimo filtro critico.
Non credo sia un caso che questo genere di narrazioni prosperi soprattutto su piattaforme dove il formato stesso scoraggia l’approfondimento, dove un post da poche righe o un video da trenta secondi diventano l’unico contatto che milioni di persone avranno mai con un evento storico complesso. In quel formato compresso non c’è spazio per il contesto, non c’è spazio per le fonti, non c’è spazio per il dubbio, e resta solo la narrazione emotiva nuda e cruda, pronta per essere condivisa con un dito e dimenticata un secondo dopo.
Il vero problema è il sistema, non il singolo post
Non credo che la soluzione stia nell’indignarsi contro il singolo utente che ha condiviso il post senza verificarlo, perché quello è solo l’ultimo anello di una catena molto più lunga. Il vero problema è che oggi chiunque può costruire una narrazione storica falsa, vestirla con qualche dettaglio numerico che la rende credibile, e vederla diffondersi in poche ore raggiungendo centinaia di migliaia di persone, mentre chi prova a correggerla parte già in enorme svantaggio, perché la correzione è sempre meno virale della menzogna che la genera. È una legge quasi fisica del funzionamento dei social, la smentita richiede tempo, contesto, fonti, mentre la menzogna richiede solo un’immagine accattivante e una frase ad effetto.
Aggiungo che i siti di fact checking, per quanto utili e necessari, vengono percepiti da una parte consistente del pubblico come schierati politicamente, e questo genera un cortocircuito ulteriore in cui ogni tentativo di smentita viene letto come un atto di parte, alimentando ancora di più la confusione generale invece di risolverla. Il risultato è un ambiente in cui la verità storica diventa opinabile quanto una previsione del tempo, e in cui chiunque può scegliersi la versione dei fatti che preferisce semplicemente scegliendo quale pagina seguire e quale fact checker considerare affidabile o meno.
Io non ho la pretesa di risolvere questo meccanismo con un articolo, ma almeno posso fare la mia parte raccontando come sono andate davvero le cose, con le fonti storiche disponibili a chiunque voglia controllare. La storia dei Parsi non ha bisogno di essere riscritta per essere interessante, ed è proprio questo che mi fa arrabbiare di più: prendere un episodio storico reale, bello nella sua complessità e nella sua dimensione umana, e trasformarlo in una caricatura funzionale al clima del momento è un atto di pigrizia intellettuale prima ancora che di malafede, ed è esattamente il tipo di pigrizia che, se lasciata correre senza controllo, finisce per sostituire la conoscenza con lo slogan, e la storia con la propaganda travestita da storia.
Alla fine di tutto, il punto non è nemmeno correggere questo singolo post, che tra una settimana sarà già stato sostituito da un’altra bufala altrettanto plausibile e altrettanto falsa. Il punto è ricordarsi, ogni volta che leggiamo una storia perfettamente confezionata per farci arrabbiare nella direzione giusta, di fermarci un secondo prima di condividere, e chiederci se quella storia è vera oppure se è semplicemente costruita per sembrarlo. È un esercizio banale, alla portata di chiunque, e forse è proprio per questo che quasi nessuno lo fa più.




