Parto da un dato di fatto che nessuno può contestarmi, perché è pura evidenza sonora e non opinione: “Tutto qui” di Gazzelle è una bella canzone. Testo bello, musica bella, arrangiamento curato, un pezzo che sta in piedi da solo senza bisogno di stampelle promozionali o di tormentoni artificiali costruiti a tavolino per il mercato degli short video. Lo dico da ascoltatore, non da fan sfegatato, e lo dico perché è il punto di partenza perfetto per smontare uno dei luoghi comuni più stantii e più ripetuti del dibattito musicale italiano contemporaneo, quello secondo cui la musica di oggi farebbe schifo rispetto a quella di ieri.
Non è la prima volta che affronto un argomento partendo da un pretesto specifico per arrivare a un ragionamento più ampio, e anche stavolta il pretesto è solo la superficie. Il cuore del discorso è un altro: chi sono davvero le persone che oggi, sui social, si ergono a giudici supremi della qualità musicale, con quale credibilità reale lo fanno, e soprattutto quanto quella credibilità regga a un minimo di verifica.
Il profilo tipo del grande esperto musicale da social
Li conosciamo tutti, perché probabilmente ne abbiamo conosciuto uno di persona prima ancora di incontrarlo sotto forma di commento sdegnato su Instagram o Facebook. È quello che fino a ieri aveva lo stereo Pioneer con il frontalino removibile, quello che se lo portava via quando parcheggiava perché altrimenti gli sfasciavano il finestrino, quello con l’impianto a palla e le casse sistemate sul pianale posteriore della macchina, magari una Punto o una Panda “tunata” più nell’audio che nella meccanica. Quello che a vent’ anni ascoltava Alice DeeJay a volume imbarazzante fermo al semaforo, convinto che quello fosse il massimo dell’espressione artistica del suo tempo, e che oggi negherebbe con tutte le sue forze di aver mai avuto quel gusto lì, come se il tempo avesse il potere di riscrivere retroattivamente le playlist della giovinezza.
Oggi quella stessa persona, con qualche anno e qualche chilo in più, si è reinventata custode della memoria musicale nobile. Cita De André con la stessa disinvoltura con cui prima citava le hit da discoteca, tira fuori i Led Zeppelin, i Pink Floyd, Lucio Battisti, come se fossero sempre stati il suo pane quotidiano e non scoperte tardive fatte per darsi un tono in mezzo a una discussione su Facebook. E da questa posizione, improvvisamente elevata a cattedra critica, sentenzia che la musica di oggi è tutta spazzatura, che non c’è più poesia, che non si scrivono più testi con un senso, che è tutto un florilegio di autotune e ritornelli usa e getta.
Il problema non è che citi questi nomi, che restano giganti indiscutibili della musica italiana e internazionale, patrimonio che nessuno vuole mettere in discussione. Il problema è l’uso strumentale che ne fa, la trasformazione di un patrimonio artistico in una clava con cui colpire tutto ciò che non capisce o che non si è preso la briga di conoscere. È un meccanismo psicologico piuttosto banale, in realtà: appropriarsi di un prestigio culturale che non si è costruito con l’ascolto reale, ma solo con la citazione ripetuta, e usarlo come scudo per non doversi confrontare con qualcosa di nuovo che richiederebbe fatica, curiosità, apertura.
Il paradosso di chi giudica senza ascoltare
Qui arriva il punto che a me interessa davvero, quello che rende questa critica non solo superficiale ma intellettualmente disonesta. Perché quando vai a chiedere a questi grandi esperti chi sia Gazzelle, la risposta più comune è il silenzio, seguito da un vago “boh, uno dei tanti”. Non sanno chi è. Non conoscono un suo pezzo, non uno, nemmeno per sbaglio. Eppure sentenziano sulla musica di oggi con la stessa sicurezza con cui parlerebbero di qualcosa che hanno ascoltato per anni, con la stessa arroganza tranquilla di chi crede di avere titolo per farlo solo perché ha vissuto qualche decennio in più.
Questo dettaglio, che potrebbe sembrare marginale, è in realtà tutto. Perché rivela che il loro giudizio non nasce da un confronto reale tra la musica di ieri e quella di oggi, ma da un confronto tra la musica di ieri che hanno scelto di ricordare bene, filtrata già dal tempo che seleziona solo i pezzi migliori facendo sparire tutto il resto, e i tormentoni di oggi che gli arrivano passivamente attraverso l’algoritmo. Non stanno confrontando De André con Gazzelle. Stanno confrontando De André con l’ultimo tormentone da quindici milioni di visualizzazioni su TikTok che gli è comparso in automatico sullo smartphone mentre scrollavano distrattamente prima di dormire, senza nemmeno arrivare alla fine del video.
E qui si apre una contraddizione che a me pare evidente fino all’imbarazzo. Questi stessi “critici”, che accusano l’ascoltatore giovane di oggi di essere passivo, succube dell’algoritmo, incapace di andarsi a cercare la musica di qualità con le proprie gambe, sono esattamente altrettanto passivi. Non fanno alcuno sforzo di ricerca. Non vanno a scavare tra le proposte più interessanti del panorama attuale, non si informano, non ascoltano un disco per intero prima di sentenziare sull’intera categoria musicale di un’epoca. Si limitano a subire i tormentoni che passa loro il For You Page e a usarli come prova generale della decadenza artistica del presente. È un cortocircuito perfetto: criticano negli altri esattamente il difetto che esibiscono loro stessi con orgoglio, senza rendersi conto di quanto sia paradossale.
C’è poi un secondo livello di questa contraddizione, ancora più sottile. Il vero appassionato di musica, quello che negli anni settanta o ottanta andava fisicamente in negozio a cercare un disco, a leggere la copertina, a informarsi su chi fosse il produttore, oggi avrebbe gli strumenti per fare lo stesso identico lavoro con la musica contemporanea, moltiplicati per mille grazie all’accesso pressoché infinito che offre lo streaming. Eppure quello sforzo non lo fa quasi nessuno. Si preferisce la scorciatoia del giudizio sommario, molto più comoda e molto meno faticosa della scoperta.
Il numero non mente, il gusto sì (o forse no)
Poi c’è un altro elemento che mi interessa affrontare, perché tocca un nervo scoperto del dibattito culturale contemporaneo, quello sul rapporto tra successo commerciale e valore artistico. Prendiamo “La testa gira” di Fred De Palma, Anitta ed Emis Killa. Trentadue milioni di stream su Spotify. Un numero enorme, che a molti farà storcere il naso perché non è il tipo di canzone che si insegna al conservatorio, non è un pezzo che verrà studiato nei corsi di storia della musica tra cinquant’anni. Ma trentadue milioni di ascolti è abbastanza da farlo diventare un successo misurabile, e questo è un dato che non si può liquidare con un’alzata di spalle.
Ora, io non sto dicendo che il numero di stream sia automaticamente sinonimo di qualità artistica, sarebbe un ragionamento tanto sbagliato quanto quello opposto, e cadrei nello stesso errore di semplificazione che sto criticando. Ma dire che una canzone così ascoltata sia semplicemente spazzatura, senza riconoscere che intercetta un gusto reale, diffuso, sentito da una fetta enorme di pubblico soprattutto giovane, significa negare l’evidenza per pura pigrizia intellettuale. Piace a milioni di persone. Non piace a te. Sono due affermazioni diverse, e la seconda non cancella la prima, la affianca soltanto, e chi confonde le due cose sta facendo un errore logico prima ancora che un errore di gusto.
Il grande esperto da social, invece, le fa coincidere sempre. Non gli piace, quindi è brutta. Non la capisce, quindi è superficiale. Non la conosce, quindi è la prova del degrado generale della cultura musicale italiana. È un ragionamento comodo perché non richiede alcuno sforzo di analisi, gli permette di restare fermo sulla sua posizione di superiorità acquisita per sedimentazione anagrafica più che per reale competenza critica costruita con l’ascolto.
Qui qualcuno potrebbe obiettare che anche ai tempi di De André o dei Led Zeppelin esistevano i tormentoni usa e getta, le canzonette pensate solo per vendere, la musica leggera fatta di poco spessore. Ed è vero, verissimo, la storia della musica italiana è piena di sanremesi dimenticabili e di hit estive che nessuno oggi ricorda. Solo che il tempo ha già fatto la sua selezione naturale su quel repertorio, cancellando ciò che non meritava di restare e lasciando emergere ciò che aveva davvero valore. Sulla musica di oggi quella selezione non è ancora avvenuta, ed è profondamente scorretto paragonare il meglio decantato di un’epoca passata con il tutto indistinto di un’epoca presente ancora da sedimentare.
Il vero problema è la pigrizia travestita da nostalgia
Arrivo dunque al nucleo della questione, quello che mi interessa davvero mettere a fuoco. Non ho nulla contro chi preferisce la musica del passato, è un gusto legittimo come qualsiasi altro, e anzi capisco benissimo il fascino di un certo tipo di canzone d’autore che oggi si fa più raramente nelle forme classiche a cui siamo abituati, con quella scrittura densa e quella cura nell’arrangiamento che certi cantautori storici avevano fatto propria. Il problema non è la preferenza, è la sua trasformazione in giudizio universale spacciato per competenza acquisita.
Perché se davvero volessimo fare un discorso serio sulla musica di oggi, dovremmo prima fare la fatica di ascoltarla per intero, non attraverso il filtro deformante dei quindici secondi virali che l’algoritmo ci propina come unico contatto possibile con il presente musicale. Dovremmo andare a cercare, come facevano loro stessi da ragazzini con le cassette registrate dalla radio o con i dischi comprati dopo settimane di risparmi, i pezzi che meritano attenzione, senza aspettarli comodamente serviti sulla home dei social senza alcuno sforzo. E allora scopriremmo che oggi si fa ottima musica, non solo quella tra gli anni sessanta e ottanta che tutti citano come età dell’oro immutabile e intoccabile. Gazzelle è solo un esempio tra i tanti, uno dei più immediati e accessibili, ma il panorama italiano contemporaneo è pieno di proposte valide, per chi ha la pazienza e l’onestà intellettuale di andarle a cercare invece di limitarsi a lamentarsi da dietro una tastiera.
La nostalgia, quando diventa scusa per non fare più lo sforzo di scoprire cosa succede nel presente, smette di essere un sentimento legittimo e diventa comodo alibi. E il problema, alla fine, non è la musica di oggi. Il problema è la pigrizia di chi ha smesso di ascoltarla davvero, ma continua a parlarne come se ne sapesse ancora qualcosa, forte solo dell’autorità che si è auto attribuito con il passare degli anni.
C’è anche un aspetto generazionale che vale la pena affrontare senza ipocrisie. Ogni generazione, arrivata a una certa età, tende a guardare con sospetto ciò che ascoltano i più giovani, ed è un fenomeno che si ripete identico da decenni. I genitori di chi oggi critica Fred De Palma probabilmente storcevano il naso davanti a Alice DeeJay esattamente come i loro figli storcono il naso oggi davanti ai trapper. È un ciclo che si ripete con una regolarità quasi comica, e chi oggi si erge a giudice supremo dovrebbe avere l’onestà di ricordarsi da che parte stava lui, non troppi anni fa, quando qualcun altro giudicava i suoi gusti con lo stesso disprezzo.
Io un pezzo come “Tutto qui” lo trovo bello, e non ho bisogno di scomodare De André per dirlo, né di vergognarmene perché non è un classico degli anni settanta. È musica di oggi, fatta bene, con un testo che dice qualcosa e una costruzione musicale che regge l’ascolto ripetuto, cosa che non si può dire di ogni tormentone che gira sui social ma che nemmeno si può negare a priori solo perché è recente. A chi continua a dire che oggi non si fa più musica come si deve, consiglierei semplicemente di rimettersi le cuffie e provare ad ascoltare qualcosa prima di sentenziare con quella sicurezza che non hanno guadagnato con l’ascolto ma solo con l’età anagrafica. Riprendetevi, davvero, perché la musica di oggi non ha bisogno della vostra approvazione per esistere, ma il dibattito pubblico avrebbe bisogno della vostra onestà intellettuale per essere meno stupido.




