Ieri pomeriggio il settimanale Chi, tramite la rubrica di Giuseppe Candela, lancia la notizia: Rita De Crescenzo avrà una docuserie su Netflix, prodotta da Banijay. Lei stessa conferma sui social, parla di un sogno che diventa realtà, di riflettori pronti ad accendersi. Da lì è partita la scena che conosciamo tutti a memoria: giornali che rilanciano, migliaia di commenti indignati, promesse solenni di disdire l’abbonamento, thread interi costruiti sull’onda dello sdegno. Poi, oggi pomeriggio, Netflix Italia smentisce tutto all’Adnkronos: nessun progetto in lavorazione.
E allora fermiamoci un attimo, perché qui c’è la fotografia più onesta di quello che siamo diventati come pubblico. Avete visto? Mentre vi strappavate le vesti e i capelli per Rita De Crescenzo su Netflix, mentre scrivevate il post indignato, mentre giuravate addio all’abbonamento in nome della dignità culturale nazionale, Netflix smentisce tutto. Non c’era niente. Ma voi, nel frattempo, avevate già fatto una mobilitazione social completa, con tanto di schieramenti contrapposti, articoli di giornale, minacce concrete, tutto costruito sul nulla. Questo non è un dettaglio da archiviare con una risata, è la prova plastica di come funziona oggi l’indignazione collettiva in Italia: non ha bisogno di un fatto vero, le basta un titolo.
La mobilitazione è la notizia vera, non il progetto che non esisteva
Il punto centrale di questa storia non è mai stato, e non è nemmeno adesso, il contenuto di una docuserie che forse non esisteva quando già la gente giurava vendetta. Il punto è la velocità patologica con cui una parte enorme del pubblico italiano si mobilita, si indigna, minaccia boicottaggi, sulla base di un’indiscrezione lanciata da una rubrica di gossip e mai confermata dalla fonte diretta. Se il progetto fosse stato vero, avrebbe dimostrato quanto Netflix sappia intercettare l’hype prima di chiunque altro, misurando in anticipo la capacità di un personaggio di dividere il pubblico. Visto che era falso, o quantomeno mai ufficializzato, dimostra qualcosa di persino più interessante e più scomodo: che agli italiani basta un rumor rilanciato da Chi per attivare l’intero repertorio dell’indignazione social, senza aspettare un minuto, senza verificare niente, senza il minimo dubbio.
Questa è la tesi sociologica che mi interessa portare avanti in questo pezzo, ed è più forte oggi, con la smentita in mano, di quanto lo fosse ieri con il solo annuncio. Perché quando reagiamo a un fatto vero, per quanto la reazione possa essere sproporzionata, c’è comunque un innesco reale, qualcosa di concreto da giudicare. Qui invece l’innesco era vuoto, un titolo di gossip mai confermato dalla piattaforma coinvolta, eppure ha prodotto lo stesso identico livello di mobilitazione che avrebbe prodotto una notizia certa. Questo significa che il meccanismo dell’indignazione italiana non ha più bisogno del fatto, gli basta la suggestione del fatto, la sua forma, il suo titolo urlato in prima pagina.
Il boicottaggio che non boicotta niente, nemmeno quando il bersaglio non esiste
Cancellare l’abbonamento Netflix per protesta contro una docuserie su Rita De Crescenzo era già una delle cose più stupide viste circolare negli ultimi mesi quando il progetto sembrava reale. Scoprire che nemmeno esisteva ufficialmente rende quella minaccia ancora più imbarazzante per chi l’aveva già scritta nero su bianco. È lo stesso meccanismo mentale di chi direbbe di staccare internet perché su internet si trovano anche film porno, solo che stavolta la minaccia è arrivata prima ancora che qualcuno controllasse se la casa fosse davvero in fiamme.
Questo rituale della disdetta promessa e quasi mai mantenuta lo conosciamo tutti fin troppo bene. Ogni volta che qualcosa non piace a una fetta di pubblico parte la stessa scena, la stessa formula ripetuta all’infinito, la stessa promessa solenne di boicottaggio che nella maggior parte dei casi resta lettera morta. Gli abbonamenti restano attivi, gli account restano aperti, e la settimana dopo si scrolla di nuovo la piattaforma come se niente fosse successo. Stavolta però la scena si è consumata attorno a un fantasma. Netflix non ha dovuto muovere un dito per generare ore di conversazione gratuita, articoli su articoli, thread indignati e minacce di boicottaggio. È bastato un rumor rilanciato da un settimanale di gossip, e la macchina si è messa in moto da sola, senza bisogno di alcuna regia. Se questo non è la prova definitiva di quanto poco serva per accendere l’indignazione collettiva italiana, non so cosa altro possa esserlo.
E qui aggiungo una considerazione che trovo quasi comica nella sua amarezza: se tra qualche mese Netflix dovesse davvero annunciare un progetto simile, magari con un comunicato ufficiale stavolta, molti di quelli che oggi hanno giurato la disdetta si saranno già dimenticati della promessa fatta, pronti a indignarsi di nuovo daccapo come se fosse la prima volta. L’indignazione a intermittenza non ha memoria, ha solo bisogno di un nuovo bersaglio ogni volta che il ciclo delle notizie lo richiede.
Il precedente che nessuno vuole ricordare, e che sta sotto casa
Qui arriva la parte che considero più importante, quella che la smentita di oggi non cambia di una virgola perché riguarda fatti concreti e già accaduti, non un progetto fantasma. Rita De Crescenzo su una piattaforma internazionale come Netflix, vera o presunta che fosse la docuserie, fa scandalo immediato. Ma la stessa Rita De Crescenzo è già stata ospite più volte della televisione pubblica italiana, quella che tutti paghiamo obbligatoriamente con il canone. A ottobre 2025 è stata intervistata da Francesca Fagnani a Belve, su Rai2, in una puntata in cui ha raccontato un passato durissimo, tra violenze subite, uno stupro, trent’anni segnati da droga e psicofarmaci. Prima ancora era comparsa su Rete 4, tra Dritto e Rovescio e Fuori dal Coro, e su Canale 5, tra Pomeriggio Cinque e Verissimo. Nessuno, in nessuna di quelle occasioni, ha proposto la disdetta del canone Rai. Nessuno ha organizzato campagne social contro la tv di stato per averle dato spazio, e stiamo parlando di apparizioni realmente avvenute, non di un rumor mai confermato.
E allora ve lo chiedo direttamente, con tutta la cattiveria necessaria: perché quando è la tv pubblica o la generalista a intercettare il fenomeno va tutto bene, e quando basta un rumor non confermato su una piattaforma privata come Netflix l’Italia si mobilita in massa senza nemmeno aspettare una conferma ufficiale? Io non trovo una spiegazione razionale in questo comportamento, trovo solo l’ennesima dimostrazione di come l’indignazione selettiva funzioni a intermittenza, accendendosi sul bersaglio comodo e già sotto i riflettori del gossip, spegnendosi puntualmente quando il colpevole è più vicino a casa, pagato direttamente dalle nostre tasche.
La scimmietta, Roccaraso e il catalogo delle colpe vere
Le polemiche attorno a Rita De Crescenzo non sono tutte uguali, e non sono tutte pretestuose come questa che si è appena sgonfiata in una smentita ufficiale. Il caso di Roccaraso, nel gennaio 2025, resta un esempio concreto di impatto reale sul territorio: in una sola domenica arrivarono circa diecimila visitatori e circa duecento pullman, soprattutto da Napoli e dalla Campania, con traffico paralizzato e un piccolo comune di montagna mandato letteralmente in tilt. Quella non era indignazione simbolica costruita su un titolo mai confermato, era una conseguenza materiale, misurabile, con sindaci e forze dell’ordine costretti a intervenire davvero.
Allo stesso modo la vicenda della scimmietta acquistata a Sharm el Sheikh, animale selvatico la cui detenzione in Italia è vietata, tenuto in condizioni che secondo lei stessa erano un salvataggio da un mercato locale, tocca un tema legittimo e concreto, tanto che ha generato segnalazioni vere da parte di associazioni animaliste. E poi c’è il fronte giudiziario, quello che a mio avviso meriterebbe molta più attenzione collettiva di quanta gliene venga effettivamente data: dal blitz del 2017 contro il clan Elia del Pallonetto di Santa Lucia, al processo per spaccio in cui si è sempre difesa dichiarandosi consumatrice e mai spacciatrice, fino alla condanna in primo grado a un anno, arrivata proprio quest’anno, per diffamazione ai danni di un’assistente sociale del Comune di Napoli che si occupava di suo figlio.
Ecco, se davvero qualcuno vuole indignarsi con cognizione di causa, la materia non manca, ed è materia vera, accertata, con un nome e un cognome di vittima reale. Ma quella condanna per diffamazione ha generato molto meno rumore social di un semplice titolo di gossip mai confermato dalla fonte diretta. Questo mi dice molto su come funziona oggi l’indignazione pubblica: si accende su quello che genera più scroll e più condivisioni rapide, non su quello che meriterebbe davvero un approfondimento serio e duraturo.
Il vero fenomeno non è lei, è chi si mobilita per un rumor
Arrivo al punto che considero davvero centrale, quello che la smentita di oggi rende ancora più evidente di quanto già non fosse. Rita De Crescenzo non è diventata un fenomeno nazionale perché ha inventato qualcosa di nuovo. È diventata un fenomeno nazionale perché ha trovato un pubblico enorme, disposto a mobilitarsi anche per una notizia che, a conti fatti, non era nemmeno confermata dalla fonte diretta. Se avesse avuto cento follower, nessuno avrebbe scritto un articolo su un rumor di Chi, nessuno avrebbe minacciato disdette per un progetto fantasma, nessun giornale avrebbe dedicato titoli e approfondimenti a un’indiscrezione mai verificata. Il problema non è mai stato lei. Il problema è l’appetito collettivo per il trash, quella fame quasi patologica che una parte consistente del pubblico italiano ha nei confronti di certi contenuti, tanto forte da attivarsi anche di fronte a una semplice voce di corridoio.
Analizzare il pubblico fa più paura che analizzare il personaggio
Qui sta la vera ipocrisia di questa storia, e oggi lo è ancora di più. È molto più comodo scagliarsi contro Rita De Crescenzo, o contro Netflix, minacciare disdette che restano quasi sempre parole buttate sui social senza alcun seguito concreto, piuttosto che chiedersi seriamente perché migliaia di persone si siano mobilitate per un progetto che nemmeno esisteva ufficialmente. Netflix, va detto con onestà brutale, in questa vicenda non ha fatto assolutamente nulla di concreto. Non ha annunciato niente, non ha confermato niente, ha solo smentito quando interpellata direttamente dai giornalisti. Eppure ha ottenuto ore di conversazione gratuita, articoli, indignazione diffusa, tutto senza muovere un dito e senza spendere un euro in comunicazione. Se questo non dimostra quanto il vero motore del fenomeno sia il pubblico, e non l’azienda o il personaggio coinvolto, non so cosa altro serva per capirlo con chiarezza.
Voi vi siete mobilitati per un fantasma, e va bene così
Io non sto qui a fare la difesa d’ufficio di Rita De Crescenzo, e non m’interessa nemmeno entrare nel merito delle sue vicende giudiziarie, che restano pubbliche e documentate e su cui ci sarebbe ben altro da discutere rispetto a un rumor di gossip mai confermato dalla fonte diretta. Quello che mi interessa sottolineare, ancora una volta, è che il dibattito pubblico italiano ha scelto la strada più semplice, quella che permette di sentirsi migliori indignandosi contro un bersaglio facile, senza nemmeno aspettare che qualcuno confermasse se quel bersaglio fosse reale.
Netflix oggi ha smentito tutto, e voi, che nel frattempo avevate già costruito trincee, schieramenti, minacce e post di sdegno, siete rimasti lì con la mobilitazione in mano e il bersaglio scomparso. La domanda che resta, molto più interessante di qualsiasi docuserie mai esistita, è quanti di voi si fermeranno un secondo a chiedersi perché ci sia voluto così poco per mettervi in moto.




