A Fondi, in provincia di Latina, alcune cabine della fibra ottica installate da operatori telefonici sono finite nel mirino di un gruppo di residenti convinti che quelle strutture diffondano radiazioni pericolose per la salute. La protesta non si è limitata ai canali consueti del dissenso civile, qualche petizione, qualche assemblea condominiale, magari una raccolta firme da portare al Comune. No.
Qualcuno ha deciso di passare direttamente all’azione: nastri di sbarramento rossi e bianchi incrociati sulle cabine come se fossero scene del crimine, cartelli scritti a mano con toni che oscillano tra la minaccia e la supplica isterica, e in almeno un caso documentato, vandalismo vero e proprio, con le cabine aperte di forza e i componenti interni riversati sul marciapiede.

Le fotografie circolate online raccontano tutto in modo molto più efficace di qualsiasi comunicato stampa. Nella prima immagine si vedono le cabine danneggiate, la porta spalancata, i cavi sparsi per terra, i connettori in fibra verdi e blu abbandonati sul selciato come rifiuti. Non è un’azione simbolica.
È un danneggiamento materiale, concreto, con conseguenze altrettanto concrete per chiunque in quella zona dipenda da quella rete per lavorare, studiare o semplicemente vivere. Nella seconda fotografia compaiono invece i cartelli, probabilmente la cosa più rivelatrice dell’intera vicenda. Uno recita: “Per gli operatori TIM/Fibra forse non vi è chiaro dovete rimuovere tutto”. L’altro: “Spostate queste radiazioni sotto le case di chi crede che non fanno male alla salute”. Due frasi scritte con la calligrafia e la sicurezza di chi è assolutamente convinto di avere ragione. Due frasi che, al netto dell’errore grammaticale nel primo cartello, contengono tutta la logica del complottista maturo: la certezza assoluta, l’indignazione, e quella sottile ma evidente soddisfazione di chi si sente paladino di una verità che gli altri non vogliono vedere.
I complottisti mi hanno sempre fatto più pena che rabbia
Lo dico subito e senza ipocrisie: i complottisti, in linea generale, non mi fanno arrabbiare. Mi fanno pena. E non lo intendo in senso sprezzante, lo intendo nel senso più letterale del termine. Dietro la stragrande maggioranza delle persone che finiscono a credere a teorie strampalate su onde radio assassine, scie chimiche, microchip nei vaccini e rettiliani al governo c’è quasi sempre la stessa storia. Una storia di disagio, di solitudine, di incapacità di fidarsi delle istituzioni, di bisogno di trovare un senso a un mondo che sembra sfuggire di mano.
Il meccanismo di ingresso nel complottismo è sempre uguale e insieme sempre diverso nei dettagli. Qualcuno vede un documentario sensazionalistico. Qualcuno legge un post virale su Facebook scritto da un signore con diecimila follower che non ha mai pubblicato una fonte verificabile in vita sua. Qualcuno guarda una serie televisiva che suggerisce qualche teoria oscura e ci costruisce sopra un castello. Qualcuno entra in un gruppo chiuso su Facebook dove altri cinquecento convinti si scambiano PDF scaricati da siti che finiscono in .info o .net e che nessuna redazione giornalistica seria trasferirebbe mai su carta.
E poi arriva l’algoritmo. L’algoritmo è la parte del meccanismo che trasforma un interesse in un’ossessione. Perché l’algoritmo non lavora per la verità, non ha nessun interesse nella verità, lavora per il coinvolgimento. Se hai guardato un video sulle scie chimiche, ti propone un altro video sulle scie chimiche. Poi uno sul 5G. Poi uno sui vaccini radiocomandati da sale oscure del governo. Poi uno sulle élite segrete. Poi uno sui Grigi. Poi uno sulle piramidi costruite dagli alieni. E prima che tu te ne accorga ti trovi immerso in una realtà parallela e autosufficiente dove ogni cosa diventa conferma di una cospirazione globale, ogni fatto viene letto al contrario e ogni smentita diventa ulteriore prova che il sistema vuole nascondere la verità.
Vivere dentro quel mondo, penso, deve essere una fatica enorme. Significa sospettare di tutto, dei medici, degli insegnanti, dei giornalisti, degli scienziati, delle aziende, dello Stato, dei vicini di casa che non la pensano come te, degli operatori TIM che installano cabine grigie sul marciapiede. Significa non avere un momento di pace, perché ovunque si nasconde qualcosa di minaccioso e ovunque si agita qualcuno che lavora contro di te. È una visione del mondo che produce ansia, isolamento e un senso di onnipotenza rovesciata: sono io l’unico che sa, e il mondo intero mi è contro.
Ecco perché mi fanno pena. Non perché siano stupidi, e usare quella parola sarebbe tanto semplice quanto sbagliato. Ma perché vivono male e spesso nemmeno se ne accorgono.
Facebook ha costruito la macchina perfetta per autoalimentare le paure
Una delle illusioni più pericolose degli ultimi vent’anni è stata credere che dare a tutti la possibilità di parlare avrebbe automaticamente migliorato la qualità del dibattito pubblico. Non è andata così. Facebook, in particolare, ha creato le condizioni ideali per un fenomeno che gli studiosi chiamano camera dell’eco e che io chiamerei più semplicemente: la trappola dei simili.
I gruppi chiusi e segreti sono stati lo strumento più efficace di questa trappola. Un luogo dove cinquecento, mille, duemila persone con le stesse convinzioni si incontrano ogni giorno, si scambiano materiale, si confermano a vicenda, si rinforzano, si applaudono. Non entra nessuno che pensa diversamente, o se entra viene espulso rapidamente. Non arriva nessuna voce esterna credibile. Non esiste dibattito reale, esiste solo l’eco amplificata delle proprie convinzioni.
In questi ecosistemi chiusi si sono costruite in Italia e nel mondo intere mitologie moderne. Le scie chimiche che avvelenano l’atmosfera. Il 5G che controlla la mente. I microchip inseriti nei vaccini durante la pandemia. Le cure miracolose nascoste dalle multinazionali farmaceutiche. I rettiliani che governano il pianeta in forma umana. Le società segrete che muovono i fili di ogni governo. E adesso, evidentemente, anche le cabine della fibra ottica che diffondono radiazioni mortali nel quartiere.
Il copione non cambia mai. Cambia solo il bersaglio di turno. E il bersaglio, quasi sempre, è qualcosa di nuovo, di tecnologico, di invisibile, di incomprensibile per chi non ha gli strumenti per capirlo. La fibra ottica è perfetta: è nuova, è ovunque, nessuno sa esattamente cosa fa, e quella scatola grigia sul marciapiede è lo strumento ideale su cui proiettare tutte le paure accumulate negli anni di militanza complottista.
Il punto in cui la pena finisce e comincia il problema vero
Finché queste persone rimangono davanti alla tastiera, lo ripeto, il problema mi tocca relativamente. Possono credere quello che vogliono. Possono passare la domenica a discutere se la Terra sia piatta, cava o a forma di ciambella. Possono convincersi che le contrail degli aerei siano veleni chimici. Possono scrivere dossier di centotrenta pagine sulle antenne 5G. È il prezzo che una società libera paga per garantire la libertà di pensiero a tutti, anche a chi la usa per credere a sciocchezze.
Il problema sorge nel momento esatto in cui quelle convinzioni escono dal monitor e cominciano a toccare il mondo fisico. E le fotografie di Fondi mostrano esattamente quel momento. Una cabina della fibra ottica non è un simbolo astratto. Non è un’idea. Non è un manifesto politico. È un’infrastruttura materiale che serve famiglie, studenti, professionisti, aziende, medici che lavorano da remoto, imprenditori che gestiscono attività, insegnanti che preparano lezioni, freelance che campano la vita su quella connessione. Quando la danneggi, non stai combattendo contro una presunta cospirazione. Stai semplicemente creando un danno concreto a persone concrete che non hanno niente a che fare con le tue teorie.
Ed è qui che il complottismo perde qualsiasi residua giustificazione romantica o folkloristica. Qui non siamo più nell’eccentricità tollerabile. Qui siamo nel vandalismo. Nel danneggiamento di proprietà. In un atto che nella stragrande maggioranza dei sistemi giuridici, incluso quello italiano, configura reati precisi con pene precise.
La contraddizione che nessuno si degna di notare
C’è una cosa che trovo straordinariamente rivelatrice in tutta questa vicenda, e riguarda una contraddizione talmente grande da essere quasi comica se non fosse, appunto, una delle cause di un danno reale. La stragrande maggioranza di queste persone che combattono con nastro bicolore e cartelli scritti a mano le cabine della fibra ottica, passa poi le giornate attaccata a uno smartphone.
Condividono i loro post anti-fibra su Facebook. Via smartphone. Inviano messaggi di allerta nei gruppi WhatsApp del quartiere. Via smartphone. Guardano video su YouTube che spiegano i pericoli delle radiazioni. Via smartphone. Si indignano su Instagram contro gli operatori telefonici. Via smartphone. Si lamentano nei gruppi di quartiere quando la connessione non funziona perché qualcuno ha vandalizzato la cabina. Sempre via smartphone.
Vorrei che qualcuno spiegasse loro, con calma e con pazienza che io personalmente non ho, in cosa esattamente uno smartphone differisce da una cabina della fibra ottica in termini di onde elettromagnetiche emesse. Perché la risposta, fisicamente parlando, è che lo smartphone ne emette di più, non di meno. Ma questa è una di quelle domande che nei gruppi chiusi non si fanno, perché romperebbero la coerenza interna della narrazione.
Se davvero credessero fino in fondo a quello che sostengono, dovrebbero vivere senza telefono, senza internet, senza wireless, senza GPS, senza microonde, senza qualunque tecnologia che emetta segnali elettromagnetici. Invece no. La tecnologia va benissimo quando serve a diffondere la loro battaglia. Diventa improvvisamente un’arma di distruzione di massa quando passa sotto casa propria.
Quando le teorie diventano azioni: i precedenti che non bisogna dimenticare
In Italia tendiamo a trattare queste vicende con un misto di sufficienza e ilarità. La notizia di Fondi fa il giro dei social tra i commenti divertiti di chi si sente superiore e gli screenshot condivisi per ridere un po’. Ed è comprensibile. Perché oggettivamente quei cartelli scritti a mano fanno quasi tenerezza.
Ma ho una memoria abbastanza lunga da ricordare che i fenomeni complottisti, quando vengono lasciati crescere indisturbati, producono in alcuni casi conseguenze molto meno divertenti. Non sto dicendo che chi ha vandalizzato le cabine di Fondi stia preparando un attentato. Sarebbe ridicolo, oltre che ingiusto. Sto dicendo che il meccanismo mentale sottostante, la certezza assoluta di possedere una verità che il sistema vuole nascondere e il conseguente diritto di agire in nome di quella verità, è esattamente lo stesso meccanismo che in altri contesti, in altri paesi, con altri livelli di radicalizzazione, ha prodotto conseguenze gravissime.
QAnon negli Stati Uniti ha alimentato una radicalizzazione che ha avuto effetti concreti sulla vita politica americana, fino all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. I Boogaloo Boys hanno trasformato fantasie cospirazioniste in un movimento paramilitare. In Giappone, la setta Aum Shinrikyo partì da credenze pseudoscientifiche e apocalittiche per arrivare, nel 1995, all’attentato con gas sarin nella metropolitana di Tokyo che uccise tredici persone e ne ferì migliaia. Il filo che collega questi fenomeni estremi alle cabine di Fondi non è diretto. Ma esiste.
Il vero problema si chiama analfabetismo scientifico e nessuno vuole dirlo ad alta voce
Se devo indicare una causa profonda di tutto questo, non è Facebook. Non è l’algoritmo. Non sono i gruppi chiusi su Telegram. Questi sono strumenti, acceleratori, amplificatori. La causa profonda è l’analfabetismo scientifico di massa, e la crescente incapacità di una parte significativa della popolazione di distinguere una fonte affidabile da un sito costruito da chiunque in dieci minuti.
Viviamo nell’epoca in cui abbiamo accesso alla più grande quantità di conoscenza mai disponibile nella storia dell’umanità. Ogni persona con uno smartphone in tasca porta con sé una biblioteca infinita. Eppure una parte di quella stessa popolazione usa questo accesso straordinario per convincersi che una cabina telefonica sia una macchina infernale progettata per distruggerci lentamente.
È una delle grandi ironie del nostro tempo, e non è ironia divertente. È ironia amara. Avere accesso alle informazioni non significa saper valutare le informazioni. Trovare mille siti che confermano la tua teoria non significa che la tua teoria sia fondata. Saper usare Google non equivale ad avere strumenti critici per giudicare quello che Google ti restituisce.
Ecco perché episodi come quello di Fondi non dovrebbero essere liquidati con un’alzata di spalle o uno screenshot da condividere per ridere. Perché raccontano qualcosa di più grande di una cabina vandalizzata e di due cartelli scritti a mano. Raccontano il punto in cui arriviamo quando un’intera generazione non è stata equipaggiata con gli strumenti per distinguere la realtà dal film mentale che qualcuno le ha costruito intorno.
La libertà di credere a sciocchezze è sacra. Il diritto di danneggiare gli altri in nome di quelle sciocchezze non esiste. E chi ha distrutto quelle cabine a Fondi dovrebbe rispondere di quello che ha fatto, senza sconti e senza indulgenze folkloristiche. Perché il vandalismo resta vandalismo, anche quando chi lo compie è convinto di essere un eroe.




