Sydney Sweeney, il silenzio dopo il successo e la critica che si nutre solo di fallimenti

Sydney Sweeney, il silenzio dopo il successo e la critica che si nutre solo di fallimenti
Sydney Sweeney è stata massacrata quando un film ha floppato e ignorata quando un altro ha incassato milioni. Non è cinema, non è critica, è un dibattito pubblico che vive solo di punizioni simboliche e silenzi comodi.

C’è una cosa che mi colpisce, quando guardo quello che è successo a Sydney Sweeney negli ultimi mesi. Non è l’odio. Non è la polemica. Non è nemmeno tutta quella gente che si è messa a sezionare una pubblicità di jeans come fosse il Codice Da Vinci. Quello che mi colpisce davvero è il silenzio che è arrivato dopo. Quel vuoto improvviso quando i fatti hanno smesso di confermare quello che tutti avevano già deciso.

Perché il rumore l’ho sentito eccome. Prima la pubblicità, poi i sospetti, poi le insinuazioni politiche, poi il film che floppava ed era la prova definitiva che avevano ragione tutti. Perfetto. Tutto quadrava. E poi arriva un altro film che funziona, che porta la gente al cinema, che fa i numeri. E lì, improvvisamente, più nessuno ha niente da dire. Strano, no?

La pubblicità che diventa un caso di stato

Partiamo dall’inizio. Esce questa pubblicità di jeans. Sydney Sweeney, bella come sempre, fa quello che fanno le modelle da quando esiste la pubblicità: vende un prodotto. C’è un doppio senso, c’è un gioco di parole, c’è il corpo in primo piano. Roba che vedo da quando sono nato, ogni santo giorno, su qualsiasi cartellone pubblicitario di qualsiasi marca di qualsiasi cosa.

Ma stavolta no. Stavolta quella pubblicità diventa un simbolo. Un segnale. Un messaggio in codice. La gente ci vede dentro riferimenti politici che manco Dan Brown nei suoi romanzi più deliranti. E parto subito dicendo una cosa: io quello spot l’ho visto. L’ho guardato. E sì, magari è un po’ sopra le righe, magari strizza l’occhio, magari gioca su certi riferimenti. Ma da lì a farne un manifesto ideologico ce ne passa.

Eppure è successo. Ed è successo talmente in fretta che Sydney Sweeney, da un giorno all’altro, ha smesso di essere un’attrice qualsiasi ed è diventata un bersaglio. Tutto quello che ha fatto dopo è stato letto con quella lente lì. Come se quella pubblicità fosse una confessione. Una dichiarazione d’intenti. Il suo peccato originale.

Il film che floppa e la festa che inizia

Poi arriva il biopic su Christy Martin. Un film tosto, difficile, che racconta la storia di una pugile. Non è Barbie. Non è il cinepanettone. È un film che sapeva già di non essere una macchina da soldi. E quando al botteghino non spacca, apriti cielo.

La reazione che ho visto in giro non era “peccato, il film non ha funzionato”. No. Era “visto? Ve l’avevamo detto”. Come se il flop fosse una punizione divina. Come se il pubblico l’avesse bocciata per motivi morali. Come se i biglietti venduti fossero voti in un referendum sulla sua persona.

E io guardavo questa roba e pensavo: ma stiamo parlando di cinema o di un processo? Perché se parliamo di cinema, allora dovremmo parlare del film. Della regia, della sceneggiatura, della distribuzione, del marketing. Ma no. Si parlava solo di lei. Del suo corpo. Delle sue scelte. Di quella maledetta pubblicità.

Il flop serviva. Serviva a dire “ecco, vedi cosa succede quando esci dal seminato?”. E quando una cosa serve, la gente la usa. La usa fino a spremerla.

Sempre lì a parlare del suo corpo

E poi c’è questa cosa del corpo. Che è lì, sempre. In ogni discussione. Non serve nemmeno dirlo esplicitamente. Basta alluderci. “È solo lì per quello”. “Non sa recitare”. “È sopravvalutata”. “È il classico prodotto confezionato per gli uomini”.

Ora, io ragiono con la mia testa non seguo bandiere ma questa cosa qui è evidente, questa roba qui la vedo. E mi fa incazzare. Perché è la stessa identica cosa che facevano i boomer trent’anni fa, solo detta con parole più moderne. Prima era “è solo una gnocca”, adesso è “rappresenta un’oggettificazione sistemica del corpo femminile”. Ma la sostanza è la stessa: decidere che una non vale perché ha quel tipo di fisico.

E la cosa assurda è che questa gente si sente pure illuminata. Pensa di fare critica culturale. Di smascherare il sistema. Invece sta facendo esattamente quello che il sistema ha sempre fatto: ridurre una donna al suo aspetto fisico e poi giudicarla per quello.

Non serve guardare le sue performance. Non serve chiedersi se sa recitare o no. Basta il sospetto. Basta l’idea che “se ha quel corpo, allora è lì solo per quello”. E tutti annuiscono. Tutti capiscono. Perché “si sa come funzionano certe cose”. E attenzione se analizziamo i commenti sui social a dirlo sono le donne e questo la dice lunga quando poi di invoca la “sorellanza”.

E poi arriva il film che rompe tutto

Ed eccoci al punto. Esce The Housemaid. E fa 140 milioni di dollari nel mondo. Centoquaranta milioni. La gente va a vederlo. Compra il biglietto. Esce di casa. Lo sceglie tra mille altre cose.

E io aspettavo. Aspettavo di vedere la stessa gente che l’aveva massacrata dire qualcosa. Anche solo “ok, forse ci siamo sbagliati”. O “interessante, il pubblico la pensa diversamente”. O “magari dovremmo riconsiderare”.

Niente. Silenzio totale.

Nessun articolo. Nessun post. Nessun thread. Come se quel film non esistesse. Come se quei numeri fossero un dettaglio trascurabile. Come se il pubblico reale, quello che paga, contasse meno di quello che scrive su Twitter.

E io questo lo trovo incredibile. Perché quando floppava il film su Christy Martin, i numeri erano importantissimi. Erano la prova. Erano il verdetto del pubblico. Ma quando i numeri dicono il contrario, improvvisamente non contano più.

Il problema vero non sono i film

A questo punto mi fermo e mi chiedo: ma di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di cinema? Di recitazione? Di box office? O stiamo parlando di qualcos’altro?

Perché ho l’impressione che il cinema qui c’entri poco. Che quello che conta davvero sia decidere chi può stare in quel mondo e chi no. Chi merita il successo e chi no. Chi ha fatto le scelte giuste e chi no.

E queste decisioni non vengono prese guardando i film. Vengono prese guardando altro. La pubblicità giusta o sbagliata. Il corpo giusto o sbagliato. Le dichiarazioni giuste o sbagliate. E una volta che hai deciso, tutto il resto si piega a confermare quella decisione.

Se floppa un film, è perché “il pubblico l’ha bocciata”. Se ha successo un film, si fa finta di niente. I numeri contano solo quando ti danno ragione. Quando ti danno torto, semplicemente non esistono.

E questo non è dibattito culturale. Non è critica cinematografica. È tifo da stadio applicato alla cultura.

La coerenza a geometria variabile

Sento sempre dire che le nuove generazioni non separano più l’arte dall’artista. Che se una persona fa o dice cose sbagliate, allora va boicottata. Ok. Posso anche capirlo come principio. Ma allora applicalo sempre. Applicalo in modo coerente.

Invece vedo una coerenza che funziona solo in una direzione. C’è gente che può fare quello che vuole, dire quello che vuole, e trovare sempre qualcuno pronto a giustificarla perché “lo fa per i motivi giusti”. E c’è altra gente che viene massacrata per molto meno, perché “lo fa per i motivi sbagliati”.

Ma chi decide quali sono i motivi giusti? Chi decide che una pubblicità è uno scandalo e un’altra è arte? Chi decide che un corpo può essere mostrato e un altro no?

La risposta è semplice: chi ha il megafono più grande. Chi controlla la narrazione. E una volta che la narrazione è decisa, diventa verità. Non servono fatti. Non servono numeri. Non serve nemmeno guardare i film. Basta ripetere la storia giusta.

Quello che resta

Io sono uno normale. Non ho studiato cinema. Non ho una cattedra. Non ho un pubblico che pende dalle mie labbra. Però ho gli occhi. E vedo questa roba. E mi chiedo: ma è questo che vogliamo? Un mondo dove si massacra la gente quando cade e si fa finta di niente quando si rialza?

Perché se è così, allora Sydney Sweeney è solo il nome di turno. Domani toccherà a qualcun altro. Il meccanismo è pronto. È oliato. Funziona benissimo. E continuerà a funzionare finché qualcuno non avrà il coraggio di dire una cosa semplicissima: ogni tanto, guardare i fatti per quello che sono non significa arrendersi. Significa solo essere onesti.

E l’onestà, oggi, sembra essere diventata la cosa più rara. Molto più rara del talento, del successo o del coraggio. Quella proprio non la trovi più.