Zeudi Di Palma e il potere che non vogliamo vedere

Zeudi Di Palma e il potere che non vogliamo vedere
Zeudi Di Palma è il caso del momento, ma il vero problema non è lei. È un sistema che consegna potere enorme a figure percepite come innocue, e poi finge di stupirsi quando quel potere smette di esserlo.

C’è un errore che commetto quando leggo di questi casi, e lo riconosco subito perché lo faccio anche io, nonostante cerchi di starne fuori: fisso il nome. Fisso la faccia. Costruisco mentalmente il bersaglio, lo colloco in una categoria, e per un momento mi illudo che il problema sia lì, tutto lì, inscatolato in quella persona, in quel profilo, in quella storia. Oggi il nome è Zeudi Di Palma. Domani sarà un altro. Dopodomani un’altra ancora. Il meccanismo che produce il caso, lo alimenta, lo monetizza e poi lo archivia restando intatto e pronto al giro successivo non lo tocca quasi mai nessuno. E non lo tocca perché conviene a troppi non toccarlo, compresi noi che guardiamo e giudichiamo dal basso, convinti di essere fuori dal sistema mentre ne siamo i principali azionisti.

Ho letto il pezzo di Charlotte Matteini e l’approfondimento di Fanpage, e ho trovato lì quello che raramente si trova in questo ambiente: numeri sul tavolo invece di semplici impressioni. Un canale Twitch aperto da pochi mesi, circa 22-23 mila follower, un picco che supererebbe i 71 mila abbonati a pagamento, una componente molto alta di gifted sub e uno scarto difficilmente giustificabile rispetto alle metriche organiche normalmente associate a quella dimensione di pubblico sulla piattaforma. Matteini parla esplicitamente di una deviazione statistica. Fanpage mette in fila i dati e il confronto con streamer storici italiani, molto più seguiti, che non raggiungono neanche lontanamente quei volumi.

Detto questo, con la minima onestà che il tema richiede: anomalie statistiche non equivalgono a colpevolezza automatica, e numeri fuori scala non sono da soli la prova di un illecito. Lo dico non per difendere qualcuno a priori, ma perché non voglio fare la stessa cosa che sto criticando, cioè saltare alle conclusioni perché è più soddisfacente, perché il fandom avverso ha già deciso, perché la folla che attacca ha sempre l’aria di avere ragione quando è sufficientemente numerosa. Ma proprio perché la serietà si dimostra anche nel non cedere all’opposto del tifo, il contrario della serietà non è il dubbio. Il contrario della serietà è la tifoseria, quella che difende e quella che demolisce. Entrambe sono qui abbondantemente rappresentate.

Il mercato dell’autenticità e la sua truffa strutturale

Il problema centrale di questa storia non riguarda Zeudi Di Palma in quanto persona. Riguarda un modello economico e comunicativo che ha costruito la propria architettura intera su una parola abusata fino all’anemia semantica: autenticità. Tutti autentici, tutti spontanei, tutti incredibilmente veri, incredibilmente presenti, incredibilmente appassionati di quello che fanno e mai, mai per i soldi, no, i soldi sono quasi una conseguenza imbarazzante del loro essere così genuini e così amati.

Poi però ogni volta che scavo appena sotto la superficie trovo che la spontaneità è molto spesso una scenografia curata nei minimi dettagli, che l’empatia è frequentemente una leva commerciale travestita da slancio umano, e che la community è molto meno una comunità di persone che condividono valori e molto di più una struttura di mobilitazione emotiva al servizio di un brand personale. E il brand personale, si sa, ha bisogno di essere protetto, alimentato, monetizzato.

Nel caso Zeudi c’è però un dato che complica tutto in modo interessante e che mi rifiuto di ignorare solo perché sarebbe più comodo usarlo a senso unico. La stessa Fanpage ha verificato che parte della fanbase ha raccolto e donato circa 100 mila euro in beneficenza reale, con versamenti documentati verso Gaza, Scampia e altre situazioni concrete. Questo dato non chiude la questione, ma la apre in modo molto più scomodo: mi dice che le fanbase non sono soltanto branchi tossici da cui tenersi alla larga. Possono diventare veicoli concreti di energia collettiva, anche positiva. Ma mi dice anche qualcosa di ancora più difficile da masticare, e cioè che una comunità fortemente mobilitata può fare il bene e il male con la stessa identica intensità, con lo stesso meccanismo emotivo, con la stessa logica tribale. E allora chi sta al centro di quella comunità non può rivendicare solo il merito dei 100 mila euro senza assumersi almeno una parte della responsabilità di quello che quella stessa macchina produce quando va nella direzione sbagliata.

Il potere affascina tutti. Soprattutto chi dice che non gli interessa

La parte che più mi irrita, in questa e in ogni storia simile, è il moralismo selettivo con cui reagiamo collettivamente. Il copione è sempre lo stesso e ormai lo recito a memoria anche io mentre lo guardo andare in scena. Quando emerge qualcosa di scomodo, una parte del pubblico si azzanna sulla persona dicendo che si è corrotta, che il successo l’ha cambiata, che il potere l’ha trasformata. Come se prima fosse una creatura di cristallo e adesso fosse diventata un mostro. L’altra parte difende con ferocia, grida all’odio, alla persecuzione, all’invidia sistemica, come se sollevare domande su dati pubblici e comportamenti pubblici fosse un crimine contro l’umanità.

Entrambe le posizioni hanno in comune la stessa cosa: evitano accuratamente di guardare al meccanismo. Perché se guardo al meccanismo, devo ammettere che quello che sto vedendo non è un’eccezione patologica. Il potere affascina. Il denaro affascina. L’adorazione affascina. La possibilità di spostare persone, umori, attenzioni e soldi affascina. Non sono davanti a una mostruosità aliena calata in un contesto altrimenti innocente. Sono davanti a una forma iper-visibile, iper-amplificata, iper-monetizzata di umanità normalissima. E quella normalità fa paura, perché ci include tutti.

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in una ricerca rilanciata da UCL nel 2024 che ho trovato genuinamente utile non come ornamento teorico, ma perché dice una cosa precisa che sento vera: gli utenti dei social più motivati dal desiderio di influenzare gli altri e dal potere sono più inclini a condividere disinformazione, e il driver non è il potere già posseduto, ma la motivazione al dominio e al controllo della narrazione. Il che mi porta a una conclusione che trovo molto più interessante della solita favoletta morale: non è il successo a corrompere le persone in modo automatico. È che il successo rende operative pulsioni e vocazioni che spesso c’erano già, solo che prima non avevano la struttura tecnica, il pubblico, la piattaforma e l’incentivo economico per manifestarsi completamente.

Quindi smettiamola con la narrativa della brava ragazza rovinata dai social. Smettiamola con il mito del bravo ragazzo corrotto dalla fama. Il sistema amplifica materiale umano reale. Lo porta a scala industriale. Lo monetizza. Ma non lo inventa dal nulla. E allora le persone arrivano già con le loro contraddizioni, le loro ambizioni, le loro zone d’ombra e le loro zone di luce. Il sistema le amplifica tutte insieme, nelle proporzioni che conviene amplificare per fare numeri.

I precedenti che conosco e che preferiamo fingere di dimenticare

Quando mi ritrovo a ragionare su questa roba, torno sempre agli stessi casi perché mi aiutano a non perdere il filo. Non li cito per fare il professore, li cito perché senza di loro ogni volta si riparte da zero fingendo che non sia già successo.

Belle Gibson è probabilmente l’esempio più devastante che conosco della distanza abissale che può esistere tra immagine pubblica costruita sull’autenticità e realtà dei fatti. Ho letto la storia con la sensazione crescente di assistere a qualcosa che avrei dovuto trovare eccezionale e invece trovavo stranamente familiare: per anni costruì una carriera e un marchio personale raccontando una storia completamente falsa sulla propria malattia e sulla guarigione miracolosa ottenuta attraverso scelte alimentari e approcci alternativi. Il caso finì in tribunale. Ma quello che mi ha colpito di più non è la menzogna in sé. È che un pubblico enorme era pronto a crederle, anzi voleva credere, perché la storia che Belle Gibson raccontava soddisfaceva un bisogno emotivo potente nel suo pubblico. La credibilità affettiva, quando è abbastanza forte, riesce a sopravvivere molto a lungo anche di fronte alle incoerenze più evidenti, perché smentire l’influencer significa implicitamente smentire sé stessi per averla seguita. E questo nessuno lo vuole fare.

Il caso CryptoZoo, legato a Logan Paul, mi ha colpito da un’angolazione diversa. Lì non si parla di malattie inventate ma di promozione di un progetto che TIME ha documentato nel dettaglio, con investitori rimasti in perdita e filoni legali aperti. Il meccanismo però è lo stesso: la reputazione del creator funziona come una garanzia implicita verso il pubblico, anche quando nessun contratto e nessun documento la formalizza. Se la tua credibilità spinge persone a mettere soldi, attenzione, tempo e fiducia dove non li avrebbero mai messi senza di te, allora la tua responsabilità verso quelle persone non è cosmetica, non è opzionale e non si risolve con una storia su Instagram in cui dici che sei dispiaciuto e che stai imparando dai tuoi errori.

C’è poi un caso che trovo particolarmente utile perché ha prodotto un chiarimento formale che altrimenti sarebbe rimasto nel vago. Il caso SSSniperwolf-JacksFilms ha costretto YouTube a richiamare esplicitamente la propria Creator Responsibility Policy, stabilendo nero su bianco che un creator resta responsabile non solo dei contenuti che pubblica sulla piattaforma, ma anche dei comportamenti fuori piattaforma quando questi danneggiano individui o comunità. Non è un’opinione. È una policy ufficiale di una delle piattaforme principali al mondo. Il che mi dice una cosa importante: persino le piattaforme, che hanno ogni interesse commerciale a non alienarsi i creator più profittevoli, hanno dovuto riconoscere che il peso pubblico di un creator non si esaurisce nel perimetro tecnico di un singolo video.

Tre casi diversi, tre ambienti diversi, tre scale diverse. Ma quando li guardo insieme vedo sempre lo stesso filo: quando una persona accumula capitale reputazionale, emotivo ed economico, smette di essere soltanto una persona che comunica. Diventa un centro di gravità. E i centri di gravità distorcono lo spazio intorno a loro, che lo vogliano o no.

La fanbase non è innocente, ma nemmeno completamente autonoma

Qui devo fare un ragionamento scomodo che va in entrambe le direzioni, perché sarebbe troppo comodo schiacciare tutto su una sola parte. I follower non sono automi. Hanno testa, hanno tastiera, hanno portafoglio, hanno la capacità di insultare, molestare, idolatrare, finanziare e decidere come spendere il proprio tempo e la propria attenzione. La loro responsabilità esiste ed è reale. Trattarli come vittime passive di un sistema che li manipola senza che abbiano nessun potere di risposta sarebbe offensivo oltre che falso.

Ma il contrario, cioè assolvere completamente chi sta al centro della fanbase dicendo che “non può controllare tutti”, è un’evasione intellettuale che non riesco ad accettare. Nessuno pretende il telecomando umano. Nessuno pensa seriamente che un creator possa gestire ogni singolo comportamento di ogni singolo follower. Ma un creator può fare molte cose. Può dare il tono. Può fissare i confini. Può smorzare quando la situazione si scalda in modo pericoloso. Può smentire pubblicamente le dinamiche che lo imbarazzano. Può evitare di strizzare l’occhio alle reazioni peggiori del suo fandom quando queste gli tornano utili in termini di engagement, posizionamento tribale o tenuta del personaggio.

E se so con precisione, come sa sempre un creator che lavora su questi meccanismi tutti i giorni, che una certa allusione, una certa vittimizzazione strategica, una certa mezza frase getterà benzina sul fandom e produrrà una mobilitazione violenta nei confronti di qualcuno, eppure continuo a usare quel linguaggio perché produce compattezza, numeri e monetizzazione, allora non stiamo più parlando di ingenuità. Stiamo parlando di regia. Regia indiretta, con la negabilità plausibile sempre pronta in tasca, ma regia.

Le shitstorm spontanee sono una leggenda metropolitana

Le mobilitazioni online spontanee esistono molto meno di quanto la narrazione ufficiale voglia far credere. Quello che esiste davvero, e che trovo molto più interessante da capire, è l’ecosistema predisposto all’innesco. Community educate per mesi o anni a una logica binaria in cui il leader è puro, i critici sono invidiosi, le domande sono persecuzione e il dubbio è tradimento. In un ecosistema del genere basta pochissimo per trasformare un articolo di giornalismo critico in una caccia all’untore.

E lo vedo funzionare identico ovunque, non solo nel mondo degli influencer. Lo vedo nei politici costruiti sul mito del diverso da tutti gli altri. Lo vedo negli opinionisti televisivi con la propria corte di fedeli pronti a reagire a ogni segnale. Lo vedo negli imprenditori-personaggio che hanno trasformato il loro brand aziendale in brand identitario dei propri dipendenti e clienti. Ovunque si costruisca una relazione parasociale intensa, il rischio di quel tipo di mobilitazione aumenta in modo proporzionale. E quello che ho letto sulla ricerca sulle parasocial relationships con i live streamer in questo senso mi ha colpito: l’interazione in tempo reale e la percezione di somiglianza tra creator e follower rafforzano il legame psicologico in modo significativo. Non stiamo parlando di simpatia leggera. Stiamo parlando di un attaccamento che può rendere il follower iperprotettivo, aggressivo verso l’esterno e identitariamente fusionale con la figura al centro.

Su questo ho trovato utile quello che Pew Research ha rilevato sul climate online: il 41% degli adulti statunitensi ha esperienza diretta di molestie online e le forme più gravi sono in aumento, con i social indicati come il luogo principale in cui queste molestie avvengono. Numeri americani, lo so, ma il meccanismo non ha passaporto. Non stiamo parlando di ragazzini che esagerano. Stiamo parlando di un ambiente che premia strutturalmente l’intensità, la polarizzazione, l’appartenenza tribale e l’assalto coordinato, perché questi comportamenti producono engagement, e l’engagement produce denaro per le piattaforme.

La responsabilità dell’influencer esiste. Negarlo è ormai ridicolo oltre che disonesto

La mia posizione è netta e non ho nessuna intenzione di annacquarla per sembrare equilibrato: l’influencer ha una responsabilità. Non totale, non esclusiva, non necessariamente penale per definizione. Ma politica nel senso più ampio del termine, culturale, morale e in molti casi anche commerciale ed economica. E non è una mia opinione romantica: è già un riconoscimento formale e istituzionale che esiste indipendentemente da quello che penso io.

La FTC è esplicita: è responsabilità del creator dichiarare in modo chiaro le relazioni materiali con i brand, senza delegare questa responsabilità ad altri o affidarsi al fatto che il pubblico capisca da solo. Non è un dettaglio burocratico da soddisfare con un hashtag nascosto in fondo alla didascalia. È il riconoscimento formale che chi influenza ha un dovere di trasparenza perché il pubblico prende decisioni reali sulla base di quello che sente dire da chi segue: acquista, dona, investe, vota, si forma opinioni. Le piattaforme stesse, pur avendo ogni interesse commerciale a trattare i creator come sovrani inviolabili finché portano traffico, hanno dovuto formalizzare princìpi analoghi. YouTube lo ha reso esplicito: la responsabilità del creator non si ferma al confine tecnico del singolo contenuto. Il consenso istituzionale su questa responsabilità esiste già. Il problema è che culturalmente facciamo ancora finta di no, perché ammetterlo complicherebbe un mercato che funziona egregiamente proprio grazie all’ambiguità.

Il vero scandalo è che trattiamo tutto questo come folklore

Zeudi Di Palma, in questa storia, è la lente. È il caso che rende visibile una contraddizione su cui l’intero sistema dell’influenza digitale è costruito. Da un lato la narrazione romantica del creator amato spontaneamente, del fenomeno genuino che nasce dal basso, dell’autenticità premiata dalla democratizzazione dei media. Dall’altro ci sono numeri che non tornano, dinamiche economiche opache, mobilitazioni emotive sistematiche, community che si comportano come eserciti privati, giornalismo che prova a fare domande e fandom che risponde come se le domande fossero crimini.

La contraddizione che vedo non è tra buoni e cattivi. È tra quello che il sistema dice di essere e quello che il sistema realmente è. E quello che il sistema realmente è, è un mercato dell’attenzione in cui la moneta di scambio principale è la fiducia emotiva delle persone: una risorsa preziosa e fragile che viene estratta, impacchettata, venduta e quando necessario bruciata, senza che chi la possiede originariamente riceva granché in cambio al di là dell’illusione di appartenere a qualcosa di significativo.

Il problema, alla fine, non è che gli esseri umani siano incoerenti. Quello è scontato, è la premessa di partenza, non è la notizia. Il problema è che continuiamo a premiare l’incoerenza quando è abbastanza bella, abbastanza emotivamente risonante, abbastanza monetizzabile. Finché il personaggio mi diverte, mi consola, mi rappresenta tribalmente o mi fa sentire parte di qualcosa, gli perdono tutto con un’elasticità impressionante. Poi un giorno emergono domande scomode, dati che non tornano, e improvvisamente scopro che dietro la maschera c’era una persona normalissima: ambigua, interessata, sedotta dal potere come quasi tutti, capace di calcoli come quasi tutti. Non necessariamente un mostro, ma nemmeno la creatura di pura spontaneità che mi aveva venduto.

E faccio anche finta di cascare dal pero. La faccia stupita. La delusione. Il “non me l’aspettavo”. Come se non avessi costruito io stesso le condizioni per non aspettarmelo. Come se non avessi aderito volontariamente alla narrazione che mi veniva offerta. Come se non fossi stato io il primo a non voler sentire ragioni quando qualcuno sollevava dubbi troppo presto.

Dal pero non ci casco più. E chi oggi usa il caso Zeudi per sfogare la propria indignazione o per difendere il proprio investimento emotivo farebbe bene a usare quel nome come lente e non come bersaglio finale o reliquia da proteggere. Il tema non è una ex concorrente del Grande Fratello. Il tema non è una streamer con numeri anomali. Il tema è una società che ha consegnato quantità enormi di potere simbolico, economico ed emotivo a figure percepite come informali, simpatiche e accessibili, e che poi si meraviglia ogni volta che quel potere produce qualcosa di diverso dalla simpatia, dall’accessibilità e dall’innocuità.

L’influenza è potere. Il potere non è innocente. Non lo è mai stato, non lo sarà mai, indipendentemente da quanto carino sia il profilo che lo esercita. Finché non riusciamo ad accettare questa premessa elementare senza infuriarci e senza cadere nel tifo, continueremo a fare questo stesso giro all’infinito: caso, scandalo, difesa, attacco, archiviazione, e poi daccapo, con un altro nome, un’altra faccia, un’altra piattaforma. Il cerchio si chiude sempre perfettamente. Ed è esattamente questo il problema.