Caso Garlasco… ma veramente?

Caso Garlasco... ma veramente?
Il delitto di Garlasco non è più cronaca: è diventato intrattenimento seriale. Trasmissioni senza contraddittorio, creator forensi improvvisati, segreto istruttorio violato. Ma veramente siamo arrivati a questo punto?

Ci sono storie che smettono di essere storie e diventano un’altra cosa. Smettono di essere cronaca, smettono di essere giustizia, smettono di essere il racconto di un fatto reale con persone reali, dolore reale, sangue reale. E diventano qualcosa di assai più inquietante: diventano intrattenimento collettivo.

Diventano il programma che accendi la sera perché non sai cosa guardare. Diventano il video consigliato dall’algoritmo mentre aspetti l’autobus. Diventano la tifoseria che si sceglie per appartenere a qualcosa, anche solo per qualche ora davanti a uno schermo. Il delitto di Garlasco è diventato questo. Ed è esattamente questo il problema di cui voglio parlare oggi, dopo aver seguito per mesi il modo in cui questo Paese ha deciso di trattare una vicenda che riguarda la morte brutale di una ragazza di ventissei anni. Perché prima di arrivare al circo, bisogna partire dal sangue.

Garlasco, 13 agosto 2007: quello che è realmente successo

Il 13 agosto 2007 è un lunedì di ferragosto. L’Italia è svuotata, le città sono silenziose, le famiglie sono al mare o in montagna. Garlasco è un comune della provincia di Pavia, dentro quella pianura padana che sembra non finire mai, fatta di campi, casette, strade diritte e una tranquillità di provincia che tende verso la monotonia. È lì, in una villetta di via Pascoli, che quel giorno viene trovato il corpo di Chiara Poggi.

Chiara ha ventisei anni, laureata in economia all’Università di Pavia, lavora come impiegata. È rimasta sola in casa perché i suoi genitori e il fratello Marco sono in vacanza, a trovarla è il suo fidanzato, Alberto Stasi, ventiquattro anni, studente alla Bocconi di Milano. Stasi racconta di essere andato a casa di Chiara dopo aver tentato invano di contattarla telefonicamente, di aver trovato la porta socchiusa, di essersi addentrato nell’abitazione e di aver visto il corpo ai piedi delle scale che portano in cantina. Chiama il 118 alle 13:50 mentre si dirige verso la caserma dei carabinieri.

Quello che trovano i soccorritori è una scena di violenza brutale e precisa insieme. Chiara è stata colpita ripetutamente alla testa con un oggetto contundente che non verrà mai identificato né trovato, forse un martello, forse un attizzatoio da camino. Non ci sono segni di effrazione, non è stato rubato nulla la casa è in ordine. Chiara era in pigiama, il che suggerisce che abbia aperto la porta a qualcuno che conosceva, qualcuno che conosceva anche bene la villetta, come dimostrano i movimenti ricostruiti all’interno. Le prime valutazioni medico-legali collocano la morte nella tarda mattinata, tra le 10:30 e le 12:00.

Da quel momento, le indagini si concentrano immediatamente su Alberto Stasi e da quel momento, parallelamente alle indagini, inizia un’altra storia, quella del processo mediatico, che esiste in Italia da molto prima di TikTok e che nel caso Garlasco trova la sua forma più compiuta e più devastante.

La condanna di Stasi e il nodo insolubile del ragionevole dubbio

La storia giudiziaria del caso Garlasco è una delle più tortuose che la cronaca giudiziaria italiana ricordi. E raccontarla onestamente impone di non scegliere una squadra, ma di guardare i fatti per quello che sono, con tutta la loro scomoda complessità.

Alberto Stasi viene arrestato il 24 settembre 2007 e rilasciato quattro giorni dopo dal giudice per insufficienza di prove. Viene poi rinviato a giudizio e sceglie il rito abbreviato. Nel 2009 il GUP lo assolve, ritenendo che gli indizi raccolti non raggiungano la soglia richiesta per una condanna. Nel 2011 la Corte d’Assise d’Appello di Milano conferma l’assoluzione. Poi, nell’aprile del 2013, arriva la Cassazione, che annulla la sentenza di assoluzione e ordina un nuovo processo di appello, disponendo anche nuovi esami del DNA. Ed è qui che accade qualcosa che merita di essere letto con attenzione, perché dice molto più di quanto sembri. La stessa Cassazione, nell’annullare l’assoluzione, scrive che ritiene “difficile pervenire a un risultato, di assoluzione o di condanna, contrassegnato da coerenza, credibilità e ragionevolezza” e quindi “impossibile condannare o assolvere Alberto Stasi”. Un tribunale supremo che dice letteralmente: non sappiamo. Non sappiamo come andare avanti eppure manda il processo a un nuovo appello.

Nel dicembre del 2014, la Corte d’Assise d’Appello di Milano condanna Stasi a ventiquattro anni, ridotti a sedici grazie al rito abbreviato. La condanna è definitiva dal 2015, quando la Cassazione conferma e Stasi entra in carcere a Bollate. Nel 2023 viene ammesso al lavoro esterno come contabile.

Ora, voglio essere molto preciso su quello che sto dicendo, non sto dicendo che Stasi sia innocente. Non lo so, e non è questo il punto. Il punto è un altro, ed è un punto scomodissimo che questo Paese continua a fingere di non vedere. Il punto è il ragionevole dubbio.

Il ragionevole dubbio non è un capriccio garantista né una scappatoia per gli imputati ricchi con buoni avvocati. È il pilastro fondamentale di qualsiasi stato di diritto che si rispetti. Significa una cosa semplice e radicale insieme: se esiste un dubbio ragionevole sulla colpevolezza di una persona, quella persona non può essere condannata. Non perché sia necessariamente innocente, ma perché la certezza richiesta per privare qualcuno della libertà è una certezza molto alta, e giustamente così.

Nel caso Stasi, il processo è indiziario, non esiste una prova diretta. L’arma del delitto non è mai stata trovata, il movente non è mai stato accertato con certezza: la sentenza parla di una “presenza pericolosa e scomoda, da eliminare”, una formula che suona più a letteratura noir che a fatto processuale. Stasi era assolto due volte da due corti diverse. La stessa Cassazione aveva detto che era impossibile trovare una soluzione coerente. E il ministro della Giustizia Carlo Nordio, poche settimane fa, ha espresso ad alta voce quello che molti giuristi pensano sottovoce: “Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come puoi condannarla quando è già stata assolta due volte da una Corte d’Assise e da una Corte d’Assise d’Appello?”

Non sto dicendo che i giudici abbiano sbagliato. Sto dicendo che la situazione, osservata con occhi sgombri da tifo, fa venire un brivido. Perché se il dubbio ragionevole esiste, e in questo caso esisteva eccome, la condanna è problematica per definizione e oggi, con le nuove indagini in corso, quel brivido si fa ancora più freddo.

Sempio, il DNA e la riapertura del caso

Nel dicembre del 2016, i legali di Stasi depositano una relazione genetica che segnala come il DNA trovato sotto le unghie di Chiara Poggi non appartenga al loro cliente. Emerge il nome di Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara, Marco, all’epoca quella pista viene archiviata.

Nel marzo del 2025, però, il caso si riapre. Sempio riceve un avviso di garanzia per omicidio in concorso, nuove analisi genetiche, condotte con tecnologie più avanzate rispetto a quelle disponibili nel 2007, collegherebbero a lui alcune tracce biologiche trovate sotto le unghie della vittima. C’è anche la cosiddetta “impronta 33”, un’impronta palmare trovata sul muro vicino al corpo  e ci sono le intercettazioni ambientali del 2017, in cui Sempio, in uno dei suoi soliloqui registrati da una cimice installata nella sua automobile, sembra fare riferimento all’orario in cui si sarebbe presentato a casa della vittima il mattino del delitto. “È successo qualcosa quel giorno… era sempre lì a casa… però cazzo… alle nove e mezza.” Una frase che la procura di Pavia legge come un’ammissione implicita.

A maggio del 2026 la Procura di Pavia chiude le indagini, la nuova ipotesi è che Sempio abbia agito da solo, non in concorso. Il movente ipotizzato è un approccio sessuale rifiutato da Chiara, seguito da un’aggressione che gli inquirenti descrivono come un “annientamento furioso” concentrato sul volto e la testa della vittima. Stasi, le cugine di Chiara, le piste dei riti satanici e della criminalità organizzata vengono definitivamente scartate. Ci sono ventuno elementi, secondo i pm, che supportano l’accusa contro Sempio.

Sempio si è sempre professato innocente, sostiene di non aver mai conosciuto Stasi se non incrociandolo casualmente in un locale anni dopo il delitto. I suoi legali smontano pezzo per pezzo le interpretazioni dell’accusa. La difesa lavora su consulenze medico-legali, antropometriche, dattiloscopiche.

Siamo quindi in una situazione in cui esiste un condannato definitivo, Alberto Stasi, e un nuovo indagato, Andrea Sempio, accusato di essere il vero e unico autore del delitto. Due storie opposte, due verità contrapposte e un’intera nazione che assiste, ma non come dovrebbe.

Ma veramente siamo arrivati a questo punto?

Ed è qui che voglio fermarmi. Perché fin qui ho raccontato fatti, e raccontare i fatti è necessario per capire il contesto. Ma il vero tema di questo articolo non è la cronaca, il vero tema è lo spettacolo che si è costruito attorno a questa storia e lo spettacolo è, senza mezzi termini, una cosa indecente.

Da mesi, e quando dico mesi non sto esagerando, le reti televisive italiane trasmettono programmi dedicati quasi esclusivamente al delitto di Garlasco. Trasmissioni serali sulle reti nazionali con studi pieni di ospiti, grafiche animatissime, musichette di sottofondo da thriller cinematografico. Ore e ore di dibattiti in cui avvocati di parte, ex investigatori, criminologi televisivi e opinionisti di varia natura si sovrappongono urlando le proprie certezze su un caso che la magistratura stessa, dopo quasi vent’anni, non è riuscita a chiudere definitivamente.

Il problema non è che se ne parli. Il diritto di cronaca è sacrosanto e non ho alcuna intenzione di mettere in discussione il diritto di un giornalista di coprire un caso giudiziario. Il problema è il come. Perché quello che accade in questi studi televisivi non è giornalismo giudiziario. È pantomima. È uno show in cui ciascuno difende la propria narrativa, in cui il contraddittorio spesso non esiste o è talmente squilibrato da essere inutile, in cui l’obiettivo non è informare il pubblico ma tenerlo incollato allo schermo attraverso la tensione emotiva. Innocentisti contro colpevolisti. Filo-Stasi contro filo-Sempio. Come se fossero due squadre di calcio e non due persone la cui vita è stata devastata da questa storia, in modi diversi ma ugualmente definitivi.

E poi c’è il problema che ritengo ancora più grave perché la televisione, per quanto discutibile, ha almeno una forma di responsabilità pubblica riconoscibile. Ha una redazione, ha una direzione, ha degli obblighi normativi, ha almeno in teoria la possibilità di essere tenuta a rispondere di quello che manda in onda. Il problema che mi tiene sveglio la notte è un altro. È quello dei canali YouTube e dei profili TikTok.

Nell’ultimo anno sono nati decine di canali dedicati esclusivamente al delitto di Garlasco (non voglio entrare nell’argomento dei gruppi Facebook su Garlasco perché li mi sale il sangue al cervello). Persone che fino a sei mesi prima facevano video su qualcos’altro, sul calcio, sul gossip, sulle challenge virali, e che improvvisamente si presentano come esperti forensi navigati, come criminologi di lungo corso, come analisti capaci di leggere perizie, intercettazioni, verbali di polizia giudiziaria e sentenze con la stessa autorevolezza di un professore universitario. Spiegano il DNA, interpretano le intercettazioni ambientali, analizzano la dinamica omicidiaria. Costruiscono teorie alternative, le presentano come rivelazioni, le monetizzano con la pubblicità, ci campano sopra.

E la cosa straordinaria, o meglio, la cosa raccapricciante, è che queste persone influenzano davvero l’opinione pubblica. Non in modo marginale ma in modo significativo. Perché in Italia il numero di follower è diventato una misura di credibilità. Perché se un canale ha cinquecentomila iscritti e il suo titolare spiega con sicurezza assoluta che “la verità è questa”, una parte enorme del pubblico ci crede. Non perché il pubblico sia stupido, ma perché il sistema dell’informazione digitale è costruito in modo da premiare la sicurezza e la certezza rispetto alla complessità e al dubbio. Il dubbio non fa visualizzazioni, la rivelazione bomba sì.

Il segreto istruttorio è morto, e nessuno sembra preoccuparsene

C’è un altro aspetto di questa storia che trovo scandaloso e che viene quasi sempre sottovalutato nel dibattito pubblico. Il segreto istruttorio.

Esiste, almeno in teoria, un principio fondamentale nel diritto processuale italiano: quello per cui gli atti di un’indagine in corso non dovrebbero circolare liberamente nell’opinione pubblica prima che il processo si celebri, proprio per proteggere sia le indagini che i soggetti coinvolti. Il principio esiste non per nascondere la verità, ma per preservare la possibilità che un processo si celebri in condizioni di equità, senza che i futuri giurati, i futuri giudici popolari, o semplicemente l’intero contesto culturale in cui il processo avviene, siano già stati contaminati da una narrazione prevalente.

Nel caso Garlasco, quel principio è lettera morta. Verbali di interrogatorio, trascrizioni di intercettazioni ambientali, relazioni tecniche di consulenti, dettagli investigativi che dovrebbero restare riservati finiscono ovunque. Sulle prime pagine dei giornali, nelle trasmissioni televisive, e da lì immediatamente nei video dei creator digitali, che le leggono in diretta su TikTok come se stessero raccontando le puntate di una serie in streaming. La documentazione tecnica, che richiede anni di studio per essere interpretata correttamente, viene maneggiata da chiunque abbia un microfono e una connessione internet e ogni interpretazione sbagliata, ogni semplificazione grossolana, ogni teoria costruita su una lettura parziale di un verbale si moltiplica esponenzialmente, perché l’algoritmo premia il contenuto che genera reazione emotiva, non quello che produce comprensione.

Una legge che non esiste e che dovrebbe esistere

Detto tutto questo, arrivo a una posizione netta, che so già che farà storcere il naso a qualcuno. Io penso che in Italia dovrebbe esistere una norma seria che impedisca la spettacolarizzazione mediatica dei processi e delle indagini in corso. Non una norma che proibisca la cronaca giudiziaria, che è un presidio democratico insostituibile ma una norma che distingua in modo netto tra informazione e intrattenimento, tra il diritto di sapere e il mercato del dolore.

Nessuno dovrebbe poter costruire un format televisivo permanente basato su un’indagine aperta, con ospiti fissi, ospiti ricorrenti, tifoserie da coltivare, contraddittori farsa in cui ognuno difende il proprio cliente o la propria narrativa. Nessuno dovrebbe poter leggere atti giudiziari in diretta su una piattaforma digitale e monetizzarci sopra. Nessuno dovrebbe poter presentarsi come esperto forense davanti a centinaia di migliaia di persone senza avere la minima qualifica per farlo.

E soprattutto: la presenza di avvocati di parte nei programmi di intrattenimento dovrebbe essere trattata per quello che è, vale a dire l’esposizione pubblica di una strategia difensiva o accusatoria travestita da commento tecnico neutro. Non è informazione. È advocacy. È comunicazione strategica. E confonderla con l’analisi oggettiva di un caso è un inganno sistematico ai danni del pubblico.

Il pubblico condizionato e la fine del senso critico

E qui arriviamo alla parte più delicata, quella che riguarda noi. Il pubblico. Perché la televisione e i social non farebbero quello che fanno se non trovassero un pubblico disposto a seguirli. E il pubblico c’è, eccome se c’è. Milioni di persone che trascorrono ore ad assorbire ricostruzioni contrapposte, a schierarsi con una parte o con l’altra, a convincersi di aver capito la verità su un caso che i magistrati stessi non hanno ancora risolto dopo quasi vent’anni.

Il meccanismo è ben noto e brutalmente efficace. Guardi una trasmissione e esci convinto che Stasi sia innocente, guardi quella concorrente e sei altrettanto convinto che sia colpevole. Segui un creator e sei certo che Sempio sia il vero assassino. Ne segui un altro e ti convince che anche Sempio stia subendo un processo mediatico ingiusto. Non conta la complessità, non conta il dubbio, non conta la prudenza, conta il coinvolgimento emotivo, conta la certezza trasmessa con sicurezza, conta la narrativa più avvincente. E ogni certezza trasmessa da uno schermo erode ulteriormente la capacità di distinguere tra ciò che sappiamo e ciò che crediamo di sapere.

Quello che sta succedendo con il caso Garlasco non è solo un problema di gossip travestito da cronaca è un problema strutturale di come la nostra società elabora la realtà. Quando milioni di persone si convincono che la verità su un omicidio si trovi in un video YouTube di venti minuti, quando pensano che un avvocato ospite in televisione stia fornendo un’analisi imparziale piuttosto che difendere il proprio interesse, quando credono che la giustizia si faccia nei commenti di Instagram, allora il sistema democratico stesso è in pericolo. Perché la giustizia, quella vera, richiede complessità, richiede tempo, richiede dubbio e richiede rispetto per le regole del processo. Tutte cose che l’intrattenimento seriale, per sua natura, non può offrire.

Il vero spettacolo siamo noi

Alla fine di tutto, dopo aver attraversato i fatti di quel 13 agosto 2007, dopo aver guardato il labirinto processuale di Alberto Stasi, dopo aver seguito le nuove indagini su Andrea Sempio, mi ritrovo con una domanda gigantesca che non riguarda nessuno dei protagonisti di questa storia.

Mi chiedo: ma veramente siamo diventati un Paese capace di trasformare la morte brutale di una ragazza di ventisei anni in una telenovela infinita, in un format da tenere in vita stagione dopo stagione, in un algoritmo da alimentare, in una tifoseria da organizzare?

Mi chiedo: ma veramente accettiamo che atti giudiziari riservati finiscano nelle mani di chiunque abbia un canale internet, che vengano maneggiati senza competenza, travisati senza conseguenze, monetizzati senza vergogna?

Mi chiedo: ma veramente non ci rendiamo conto che ogni giorno in cui un programma televisivo trasforma un caso giudiziario aperto in spettacolo da prime time, stiamo rendendo un po’ più difficile per chiunque, accusato o accusatore, ottenere un processo equo?

Chiara Poggi è morta ammazzata il 13 agosto 2007. Ha ventisei anni. Una famiglia distrutta. Un caso che dopo quasi vent’anni non ha ancora una verità definitiva. E il modo in cui questo Paese ha deciso di onorare quella storia è trasformarla nella più squallida delle telenovele.

La cosa più onesta che posso dire è questa: il vero spettacolo, nel caso Garlasco, non è mai stato in quelle stanze di via Pascoli. Il vero spettacolo è in ogni studio televisivo che ci costruisce sopra un programma. In ogni video che monetizza quelle immagini. In ogni like lasciato su una teoria del crimine elaborata da qualcuno senza qualifica. In ogni serata passata a fare il tifo per uno o per l’altro come se la giustizia fosse un derby.

Il vero spettacolo siamo noi e finché non ce ne accorgiamo, continueremo ad alimentare esattamente quella macchina.