Ci sono notizie che disturbano, e poi ci sono quelle che non ti danno pace non perché siano inattese, ma perché sai già come andranno a finire. Non il gesto in sé, quello nessuno lo può prevedere con certezza. Ma il racconto che ne verrà fuori. Quello sì. Quello lo conosco a memoria.
Un ragazzino di 13 anni entra a scuola con una maglietta con scritto “vendetta”. Non è una svista mattutina, non è un capriccio adolescenziale, ha pianificato tutto. Accende una diretta su Telegram, si assicura che qualcuno stia guardando, e accoltella la sua professoressa, non è una lite degenerata in un attimo di rabbia cieca è una cosa pensata, scritta, raccontata e mostrata prima ancora di essere compiuta. C’è persino un pubblico, voluto e cercato.
E già fermarsi qui basterebbe per capire che questa storia parla di qualcosa di più grande di un singolo ragazzo con un coltello.
Ma il punto, come sempre in questi casi, è che ci stiamo fermando nel posto sbagliato.
Il copione che parte puntuale
Appena esce una notizia come questa, scatta il meccanismo. Psicologi in televisione, opinionisti sui social, editoriali sui quotidiani, tutti a cercare la causa profonda, il trauma nascosto, il disagio irrisolto e per carità, è giusto cercarlo. Sarebbe stupido negare che dietro certi gesti ci siano storie personali complesse, contesti familiari difficili, percorsi di sofferenza reale.
Ma c’è qualcosa che non funziona nel modo in cui lo raccontiamo, qualcosa che si ripete ogni volta con una precisione sconcertante. Ogni episodio viene trattato come un’eccezione, come un’anomalia inspiegabile, un cortocircuito imprevedibile, una tragedia che poteva capitare solo in quel caso, con quelle circostanze particolari, con quel ragazzo specifico.
E invece no, non è un’eccezione. E continuare a raccontarlo come tale è il modo più comodo e più dannoso che abbiamo scelto per non fare i conti con la realtà.
Per entrare nel cuore della vicenda ho fatto una cosa molto semplice, nei giorni seguenti alla notizia: ho chiamato alcuni professori che conosco, non giornalisti, non esperti con titoli accademici. Insegnanti veri, di medie e superiori, gente che quella realtà la vive ogni giorno e quello che mi hanno detto non suona come un caso isolato, suona come una tendenza. Una trasformazione silenziosa che va avanti da anni e che nessuno vuole nominare chiaramente.
Fare il professore è diventato un lavoro a rischio vero
La prima cosa che mi è stata detta, senza troppi giri di parole, è questa: oggi fare l’insegnante comporta un rischio reale non nel senso romantico della responsabilità educativa, non nel senso nobile di chi accompagna i giovani verso la conoscenza, rischio nel senso letterale. Rischio fisico e legale.
I colloqui con i genitori sono diventati un terreno minato, non puoi più dire a un genitore che il figlio non studia, che si comporta male, che non rispetta le regole perché il giorno dopo potresti trovarteli davanti alla porta della scuola non per un confronto, ma per un’accusa. “Lei bullizza mio figlio”, “Lei ce l’ha con lui”, “Lei lo sta umiliando davanti alla classe”.
E non stiamo parlando di situazioni estreme, di genitori fuori di testa che nessuno si aspetterebbe, stiamo parlando di un atteggiamento che si è normalizzato. La figura del professore, che per generazioni ha incarnato un’autorità non discussa, si è trasformata in quella di un potenziale avversario da monitorare, da limitare, da mettere alle strette quando necessario.
Quando una società arriva a questo punto, il problema non è più la scuola, il problema è tutto il contesto culturale che ha prodotto quella scuola.
La disciplina non è scomparsa. È stata smantellata
Il secondo punto che emerge dalle mie conversazioni con chi insegna è ancora più grave, perché è più strutturale. La disciplina è saltata, non come fenomeno marginale, non come conseguenza di qualche situazione eccezionale, ma come condizione ordinaria di molte classi italiane.
Richiamare un ragazzo significa esagerare. Rimproverarlo significa traumatizzarlo. Sequestrargli il telefono durante la lezione significa perseguitarlo. E non è un modo di dire: ci sono professori che hanno ricevuto diffide formali da parte di avvocati per aver tolto uno smartphone a un alunno durante le ore di lezione. Avvocati per un telefono in classe.
Quando l’adulto capisce che ogni azione disciplinare può diventare un problema legale, comincia inevitabilmente ad arretrare. Non perché non voglia fare il suo lavoro, ma perché il sistema intorno a lui non gli permette più di farlo e quando l’adulto arretra, il vuoto viene riempito. È una legge quasi fisica e raramente viene riempito da qualcosa di costruttivo.
La parola “fragilità” è diventata una scusa
Poi c’è il punto che mi ha colpito di più, quello sul quale vorrei soffermarmi più a lungo, perché mi sembra il nucleo di tutta la questione.
Parliamo continuamente di ragazzi fragili, una parola che è diventata automatica, quasi un riflesso condizionato. Appena succede qualcosa, arriva la diagnosi preventiva: fragilità. E spesso dietro quella parola si nasconde non una descrizione accurata di un disagio reale, ma una giustificazione comoda per qualcosa di diverso.
Perché quello che emerge dalla quotidianità delle scuole non è la fragilità nel senso clinico o emotivo del termine. È l’incapacità totale e progressiva di gestire la frustrazione. Un brutto voto diventa un’ingiustizia personale, un richiamo davanti alla classe diventa un attacco alla propria identità, una difficoltà diventa automaticamente un trauma, e qualsiasi trauma richiede un colpevole esterno da identificare e punire.
In questo schema mentale è nato il fenomeno del bullismo come etichetta catch-all. Il bullismo esiste, è una cosa seria e devastante quando si manifesta davvero, e proprio per questo usarlo a sproposito è una truffa. Succede sempre più spesso che chi si dichiara vittima di bullismo sia il primo a usare sistematicamente il proprio gruppo per schiacciare chi è più debole o più isolato. Il cortocircuito è enorme e nessuno ha il coraggio di affrontarlo frontalmente, perché mettere in discussione la narrativa della vittima è diventato politicamente e socialmente rischioso.
Il ragazzo sapeva di non poter essere punito. E lo ha scritto.
Ora torno al ragazzo di Bergamo, e mi fermo su un dettaglio che trovo devastante nel modo più preciso del termine.
Nel suo testo, in quello che potremmo chiamare il suo manifesto preparatorio, scrive esplicitamente di sapere che non può essere punito penalmente perché ha meno di quattordici anni. Lo sa e lo ha verificato, lo usa come elemento della pianificazione.
Questo non è il gesto di qualcuno sopraffatto da un momento di dissociazione emotiva. Questo è qualcuno che ha valutato le conseguenze, ha calcolato i rischi, e ha concluso che il sistema non gli avrebbe fatto nulla di significativo. Non è puro disagio è disagio mescolato a consapevolezza, e quella combinazione è molto più pericolosa di qualsiasi singolo fattore preso da solo.
Quando metti insieme l’incapacità di accettare la frustrazione, la convinzione di essere sempre nel giusto, la certezza che ogni ostacolo sia un’ingiustizia da vendicare, e ci aggiungi il senso di impunità calcolato su basi concrete, il risultato può essere esplosivo. In senso letterale, come abbiamo visto.
Gli anticorpi sociali che non esistono più
E allora viene la domanda che secondo me è quella vera, quella che nessuno vuole fare sul serio: perché questi ragazzi sono così?
La risposta più veloce e pigra è quella dei social media ed è una risposta che contiene una parte di verità, ma che viene usata come parafulmine per evitare di guardare altrove. I social hanno amplificato certi meccanismi, li hanno accelerati, li hanno resi più visibili ma non li hanno creati. Quello che è successo, negli ultimi vent’anni, è lo smantellamento progressivo di tutti gli anticorpi sociali che esistevano prima.
Penso alla comitiva, una parola che sembra archeologia, ma che descriveva qualcosa di fondamentale. Quel gruppo di ragazzi di età diverse, dal più grande al più piccolo, dove si imparava a stare al mondo non a scuola e non davanti a uno schermo, ma fuori, nella vita reale. Dove prendevi qualche schiaffo simbolico dalla realtà, dove capivi che non eri il centro del mondo, dove vedevi storie diverse dalla tua, dove incontravi persone di classi sociali diverse, dove facevi le prime cazzate ma anche i primi confronti autentici. Era lì che si formava la testa non nei libri, non nelle lezioni, non nelle app.
Quella cosa non esiste più, i bambini e i ragazzi di oggi vivono in bolle sempre più strette, costruite da adulti ansiosi che li proteggono da ogni attrito reale. Il risultato è una generazione che non ha mai imparato a perdere, a sbagliare, ad aspettare, a sentirsi dire di no senza crollare.
Due estremi, un unico fallimento
Vado in un ristorante e vedo sempre le stesse due scene, con una regolarità che ha smesso di sorprendermi. Da una parte ci sono i bambini immobili davanti a uno schermo, completamente anestetizzati, silenziosi come non sarebbero mai senza quel rettangolo luminoso in mano. Dall’altra ci sono i bambini che corrono tra i tavoli, urlano, disturbano, rovesciano cose, mentre i genitori continuano la loro conversazione come se niente fosse.
Due scenari opposti, due fallimenti identici perché in entrambi i casi manca la stessa cosa: la presenza educativa di un adulto che accompagna, che delimita, che dice sì e dice no con cognizione di causa. Una volta bastava uno sguardo, bastava alzare gli occhi e il bambino capiva che stava passando il limite. Quella comunicazione silenziosa era l’educazione vera, quella quotidiana, quella che non si insegna nei corsi di genitorialità.
Il genitore avvocato difensore
Il punto più delicato, e lo dico sapendo che farà storcere il naso a qualcuno, è questo: molti genitori oggi non fanno più i genitori, fanno gli avvocati difensori dei propri figli, sempre a prescindere dai fatti.
Se il figlio prende un brutto voto, la colpa è del professore che non sa spiegare. Se viene richiamato, la colpa è della scuola che non sa gestire la diversità. Se ha un conflitto con un compagno, la colpa è dell’altro. Se ha un problema, la colpa è del sistema. Mai, dico mai, che parta in automatico la domanda più semplice e più necessaria: e se il problema fosse mio figlio? Non come ipotesi tragica, non come fallimento personale, ma come punto di partenza normale per capire cosa sta succedendo.
Quella domanda è sparita dall’orizzonte educativo di molte famiglie e senza quella domanda non esiste educazione, esiste solo protezione. E la protezione senza responsabilità, sistematica e incondizionata, non produce figli sicuri, produce figli convinti di essere intoccabili.
Ecco perché succede
Quando ho letto la notizia di Bergamo non ho pensato che fosse una tragedia imprevedibile. Ho pensato che fosse il risultato prevedibile di un percorso che stavamo costruendo pezzo per pezzo da anni. Non il primo, non l’ultimo.
Perché se costruisci generazioni che non accettano il fallimento, che non riconoscono l’autorità, che non hanno mai incontrato un limite reale, che crescono nella convinzione che ogni frustrazione sia un torto da vendicare e ogni ostacolo sia colpa di qualcun altro, prima o poi qualcuno quel limite lo rompe nel modo più estremo che conosce. Oggi è un coltello, domani sarà qualcos’altro.
Il problema vero non è il gesto, il problema è che continueremo a raccontarlo come un’eccezione. Si parlerà di disagio, di scuola da riformare, di supporto psicologico, di inclusione. Tutte cose che hanno una loro importanza, per carità, ma se non mettiamo sul tavolo anche il ruolo delle famiglie, la cultura dell’impunità, lo smantellamento di ogni forma di autorità adulta, stiamo solo costruendo una storia che ci fa sentire meglio, che ci assolve tutti, e che non serve assolutamente a niente.
La risposta a quello che è successo a Bergamo, quella vera, è molto meno rassicurante di qualsiasi diagnosi specialistica o proposta di riforma istituzionale. Perché ci riguarda tutti, non solo quel ragazzo, non solo quella scuola. Noi.




