Ci sono momenti in cui il dibattito pubblico italiano raggiunge vette di ridicolo così elevate che quasi ti viene da alzarti e applaudire, non per entusiasmo ma per un certo stupore misto a rassegnazione. La serata cover di Sanremo 2025 ne ha offerto uno di questi momenti, servito su un piatto d’argento da una macchina dell’indignazione che ormai funziona in automatico, indipendentemente da qualsiasi elemento di realtà.
Levante e Gaia si sono baciate durante la loro esibizione. La regia è andata in campo largo. Nel giro di trenta secondi, trenta secondi, non esagero, sui social e sulle testate online di mezzo paese è esplosa la polemica: censura della Rai, censura di stato, governo omofobo, regia complice, scandalo, vergogna. Il solito repertorio, confezionato e distribuito con una velocità che farebbe invidia a una catena di montaggio. Peccato che il giorno dopo Levante, in conferenza stampa, abbia detto chiaramente che il bacio non era programmato, che alle prove non era avvenuto, che le telecamere erano automatizzate sulla base di quella prova generale, e che il regista stesso, quello che avrebbe dovuto essere il grande censore, ha dichiarato di essere dispiaciuto di non averlo ripreso. Levante ha aggiunto di essere dispiaciuta pure lei.
A quel punto, razionalmente, ci si aspetterebbe una correzione. Una rettifica. Magari anche solo un aggiornamento del pezzo originale. Invece no: gli articoli della censura stanno ancora lì, immobili, a inquinare il dibattito con una narrazione che i diretti interessati hanno smontato pezzo per pezzo nel giro di ventiquattr’ore. Attenzione questo non significa che non ci sia un problema riguardo l’omofobia in Italia, ma non è questo il caso.
La macchina del panico non aspetta i fatti
Il problema non è che qualcuno abbia pensato, nell’immediato, che quella ripresa mancata potesse essere una scelta deliberata. Il sospetto, in sé, non è scandaloso: viviamo in un paese con una storia complicata nei confronti dei diritti civili, e la Rai è un’azienda pubblica che risente inevitabilmente degli equilibri politici. Capisco che il pensiero ci possa correre. Il problema è la velocità con cui quel sospetto si trasforma in certezza, viene amplificato, distribuito, commentato, condiviso e monetizzato, tutto prima che qualcuno abbia avuto il buon senso di aspettare una risposta dai protagonisti della storia.
Questo è il cuore della questione, e vale la pena fermarcisi sopra perché non riguarda solo questo episodio. Riguarda un modo di fare informazione, o meglio di fare traffico, che si è ormai normalizzato al punto che quasi non ce ne accorgiamo più. Il modello è sempre lo stesso: prendi un fatto, interpretalo nel modo più conflittuale possibile, pubblicalo immediatamente, incassa i click dell’indignazione, e poi, se proprio ti va, aggiungi un aggiornamento in fondo all’articolo quando la realtà si dimostra più complicata di come l’avevi raccontata. L’aggiornamento, ovviamente, non rimbalza sui social con la stessa forza del pezzo originale. Non genera la stessa onda. Non produce lo stesso numero di condivisioni arrabbiate. La smentita è sempre più silenziosa dello scandalo.
E così la narrazione della censura continua a galleggiare, autonoma, separata dalla realtà, alimentata da chi l’ha già condivisa e non ha nessun interesse né incentivo a tornare indietro e dire che aveva torto.
Il coraggio di Levante e l’imbarazzo di chi gridava
Devo dire una cosa su Levante, che in questa storia ha dimostrato una lucidità rara. Avrebbe potuto cavalcare la polemica. Avrebbe potuto restare in silenzio e lasciare che l’indignazione lavorasse per lei, aumentando la sua visibilità, trasformandola in un simbolo politico suo malgrado. Invece è andata in conferenza stampa e ha detto la verità, anche quando quella verità era scomoda per chi la stava difendendo. Ha detto che il bacio non era programmato. Ha detto che non vuole giustificare la Rai ma che in questo caso la Rai non c’entra. Ha detto che le dispiace non sia stato ripreso, perché le sarebbe piaciuto. Ha detto, con una frase che vale più di mille editoriali, che «questa cosa non dovrebbe creare dibattito».
Ecco: questa cosa non dovrebbe creare dibattito. Non il bacio in sé, che è la cosa più normale del mondo, ma il circo mediatico che ci si è costruito sopra. Perché il punto non è difendere o attaccare un governo, non è fare bandiera di un momento d’affetto tra due artiste, non è trasformare ogni spazio televisivo in un campo di battaglia ideologica. Il punto è che stiamo diventando incapaci di distinguere tra quello che è successo e quello che avremmo voluto che fosse successo per avere ragione.
Levante ha detto che sta vivendo la sua vita liberamente, esattamente come vuole. Non ha chiesto di diventare un simbolo. Non ha chiesto di essere usata come prova di una tesi precostituita. Lo ha fatto comunque qualcun altro al posto suo, senza chiederle il permesso, in trenta secondi netti.
Il danno che resta
C’è una cosa che mi infastidisce profondamente in questa storia, e non è l’errore in sé: gli errori si fanno, fa parte del mestiere, fa parte dell’essere umani. Quello che mi infastidisce è la struttura che rende quell’errore non solo possibile ma conveniente. Perché il pezzo sulla censura ha generato traffico. Ha generato condivisioni. Ha generato commenti. Ha alimentato discussioni, ha fatto sì che qualcuno tornasse sulla pagina, ha contribuito a delle metriche che da qualche parte qualcuno ha guardato con soddisfazione. Il pezzo di rettifica, ammesso che esista, ammesso che qualcuno l’abbia scritto, ha generato molto meno di tutto questo. Quindi il sistema premia la velocità e l’intensità dell’indignazione, non la precisione. E quando il sistema premia qualcosa, quella cosa viene prodotta in quantità sempre maggiori.
Il risultato è che le narrazioni sbagliate si accumulano. Non scompaiono: restano lì, indicizzate, condivisibili, pronte a essere riesumate la prossima volta che serve un esempio di censura omofoba da parte del governo o chi per lui. La realtà corretta finisce in un angolo, consultabile da chi ha la pazienza di cercarla, ignorata da chi ha già deciso cosa vuole credere. E nel frattempo il dibattito si inquina, si polarizza, si riempie di posizioni rigide su fatti che non sono mai esistiti nella forma in cui vengono raccontati.
Questo fa male al dibattito sui diritti civili, tanto per essere chiari. Fa male alla causa dell’inclusione, dell’uguaglianza, di tutto quello che chi ha gridato alla censura dice di voler difendere. Perché quando costruisci uno scandalo su basi inesistenti e poi vieni smentito dalla persona che avevi trasformato in simbolo, hai bruciato credibilità. Hai dato a chi vuole ridicolizzare quelle battaglie uno strumento utilissimo: l’esempio concreto di chi vede censura dove non c’è, di chi è così pronto all’indignazione da non aspettarsi nemmeno di essere contraddetto dalla realtà.
Il problema non è Sanremo
Voglio essere preciso su una cosa, perché mi interessa che sia chiaro: non sto difendendo la Rai, non sto difendendo il governo, non sto dicendo che l’omofobia non esiste o che la televisione pubblica italiana abbia una storia cristallina nei confronti della rappresentazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso. Niente di tutto questo. Sto dicendo che in questo caso specifico la censura non c’era, che chi era lì lo ha confermato, e che partire da un’interpretazione catastrofica di un fatto ambiguo per poi non fare un passo indietro quando quella interpretazione viene smentita è un problema serio, indipendentemente da chi lo fa e per quale causa.
Il festival di Sanremo è da sempre uno specchio deformante del paese, un contenitore in cui si riflettono le tensioni, le mode, le ansie e i desideri dell’Italia che guarda la televisione. Ma è anche diventato, negli ultimi anni, un campo minato per chi fa informazione nell’era dei social: ogni momento è potenzialmente virale, ogni scelta di regia è potenzialmente interpretabile, ogni gesto è potenzialmente simbolico. In questo contesto, la tentazione di dare subito una lettura: quella più forte, quella più polarizzante, quella che genera più reazione, è fortissima. E la tentazione viene assecondata, sistematicamente, giorno dopo giorno, festival dopo festival.
Il risultato è che il pubblico impara a non fidarsi. Impara che la prima versione di una storia è quasi sempre incompleta, spesso distorta, a volte completamente sbagliata. E invece di sviluppare un sano scetticismo critico, si divide: chi non si fida di niente e nega qualsiasi fatto scomodo, e chi si fida solo di quello che conferma quello che già pensa. In mezzo, lo spazio per una lettura ragionata e verificata si restringe ogni giorno di più.
Cosa rimane?
Rimane il bacio, che era un gesto d’affetto tra due donne che si vogliono bene, non filmato per un problema tecnico di regia automatizzata. Rimane Levante che va in conferenza stampa e dice la verità, anche quando quella verità non fa comodo a nessuno in particolare. Rimane il regista che dice di essere dispiaciuto. E rimane una valanga di articoli, post, commenti e condivisioni che raccontano una storia diversa da quella che è avvenuta, e che continueranno a girare in rete molto più a lungo della smentita.
Questo è il danno reale. Non il bacio non ripreso: quello è solo un episodio tra mille. Il danno reale è questo sistema che produce narrazioni veloci e le lascia in circolo anche quando vengono falsificate, che premia l’indignazione immediata e non ha nessun meccanismo serio di correzione, che usa le persone, i loro gesti, la loro vita, la loro identità, come carburante per un motore che non si ferma mai, indipendentemente da quello che quelle persone pensano o dicono.
Levante ha detto che questa cosa non dovrebbe creare dibattito. Ha ragione. Il bacio no. Ma il modo in cui ne abbiamo parlato, quello sì: merita tutta la conversazione scomoda che siamo in grado di sostenere.




