Bravi a perdere, bravissimi a giustificarsi: il ritratto del calcio italiano

Bravi a perdere, bravissimi a giustificarsi il ritratto del calcio italiano
Fuori dai Mondiali per la terza volta di fila. Gravina chiama dilettanti gli atleti che vincono medaglie olimpiche. Irma Testa guadagna meno del cuoco di un calciatore. E nessuno si dimette. Ho una cosa da dire su tutto questo.

Questa volta non è passata in sordina. Questa volta il paese si è girato, ha alzato la testa e ha fatto casino. Giustamente. Perché quando non ti qualifichi ai Mondiali di calcio per la terza volta consecutiva, quando trasformi quello che dovrebbe essere un appuntamento ordinario per una nazionale con la nostra storia in un’impresa impossibile, allora la reazione di pancia è comprensibile, legittima e persino necessaria.

La politica ci ha messo il naso. La gente è andata su tutte le furie. I social sono esplosi. Va bene così. Il calcio in questo paese è una faccenda collettiva, una specie di religione civile, e quando la religione civile fallisce per la terza volta di fila, il fedele ha tutto il diritto di incazzarsi. Anzi, il problema sarebbe se non se ne accorgesse nessuno.

Quindi no, non è scivolata via. È diventata un caso nazionale, come si conveniva che diventasse. E proprio perché è diventata un caso nazionale, proprio perché tutta quella rabbia collettiva era in circolo, è arrivato il momento che aspettavo con una certa curiosità: la conferenza stampa di Gravina. Il momento in cui il sistema avrebbe dovuto fare i conti con se stesso, guardarsi allo specchio e dire qualcosa di vero.

Non è andata così. Naturalmente.

Gravina, Buffon, Gattuso: il trio che non si dimette

Partiamo dall’evidenza. Gattuso e Buffon avevano detto, con le loro stesse parole, che in caso di mancata qualificazione se ne sarebbero andati. Sono ancora lì. Gravina ha tenuto una conferenza stampa, ha messo la faccia, ha detto che il suo futuro lo deciderà il consiglio federale, e nel frattempo ha ribadito la fiducia a entrambi. Qualcuno ha rimesso in discussione qualcosa di strutturale? No. Qualcuno ha pagato un prezzo reale per questo fallimento? No.

Questa è già, di per sé, una storia completa. Ti qualifichi, bene. Non ti qualifichi, ci pensiamo. Cambia poco, nell’immediato. Il sistema si protegge, si riorganizza, produce un po’ di rumore controllato e poi riparte. È un meccanismo collaudatissimo, quasi elegante nella sua cinica efficienza. Funziona da anni. Continuerà a funzionare finché qualcuno non deciderà davvero di rompere qualcosa, e quel qualcuno, guardando la composizione degli interessi in campo, non si vede all’orizzonte.

Ma la parte più istruttiva della conferenza non è stata il terzetto che non si dimette. La parte più istruttiva è arrivata dopo, quando Gravina ha deciso di rispondere al confronto imbarazzante tra i risultati del calcio e quelli degli altri sport italiani. Un confronto che nel clima post-disfatta era inevitabile, perché l’Italia non si qualifica ai Mondiali di calcio ma nel frattempo vince i Mondiali di pallavolo, domina alle Olimpiadi di Parigi e poi ancora a Milano Cortina, produce Sinner, Antonelli, Bezzecchi. La domanda era nell’aria. La risposta di Gravina è stata qualcosa che, se non l’avessi sentita con le mie orecchie, faticherei a credere che qualcuno l’abbia detto davvero.

“Sono sport dilettantistici”: la frase che dice tutto

Testuali parole: “Negli sport dilettantistici si possono adottare una serie di scelte e di decisioni che nel mondo professionistico non è evidentemente possibile.” E poi ha continuato, spiegando che molti atleti degli altri sport sono dipendenti statali, atleti di Stato, come se questo fosse una spiegazione sufficiente, come se “lavorano per lo Stato” fosse un modo per sminuire quello che fanno.

Io ho riletto quella dichiarazione tre volte. Non perché sia difficile da capire, ma perché la sua enormità meritava di essere assorbita lentamente. Il presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, reduce dalla terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali, ha trovato il modo di spiegare i successi degli altri sport italiani definendoli dilettantistici. Come dire: non è merito loro, è che il loro sistema è più semplice. Come dire: noi siamo i professionisti veri, loro giocano a fare sport.

Ecco il cortocircuito. Eccolo lì, esposto con una chiarezza involontaria (spero) che nessun critico avrebbe potuto costruire a tavolino. Non ci qualifichiamo ai Mondiali per la terza volta di fila, ma siamo i professionisti. Gli altri vincono medaglie olimpiche, titoli mondiali, portano in giro per il mondo un’immagine dell’Italia che funziona, ma sono dilettanti. O quasi.

Abodi, Ministro dello Sport, ha risposto in modo durissimo, definendo scorretto negare le proprie responsabilità accusando e sminuendo gli altri. È una delle poche volte in cui ho letto una dichiarazione istituzionale sportiva e ho pensato: bene, almeno qualcuno l’ha detto.

La risposta degli atleti: quando i dilettanti parlano meglio dei professionisti

E qui è arrivata la parte che, devo ammetterlo, mi ha dato una soddisfazione enorme. Perché gli atleti hanno risposto. Non tutti, non in modo organizzato, ma con una precisione e una lucidità che ha reso la dichiarazione di Gravina ancora più ridicola di quanto già non fosse.

Tommaso Giacomel, biatleta, ha scritto in modo secco: “Se il calcio è professionismo allora Sinner è un amatore. Avanti così.” Giulia Pisani, ex pallavolista, ha postato le foto delle nazionali di pallavolo campioni del mondo e ha aggiunto: “C’è uno sport in cui lottiamo per andare al Mondiale e un altro in cui i Mondiali li vinciamo.” Francesca Lollobrigida, che a Milano Cortina ha vinto due medaglie d’oro, ha pubblicato uno screen della dichiarazione di Gravina con una emoji sorridente e la scritta: “Sono una dilettante.” Pietro Sighel, pattinatore di short track, ha scritto: “Dilettanti? Se può aiutare qualche calciatore, mi metto a disposizione per fare cambio.” Tamberi, campione olimpico, ha postato una foto con una sfilza di campioni dello sport citando Corrado: “Dilettanti allo sbaraglio.”

Ma la risposta che mi ha colpito di più, quella che secondo me fotografa tutto con la precisione di un documento, è di Irma Testa, professione pugile: “I veri professionisti siamo noi, gareggiamo e vinciamo per la maglia e il nostro Paese, guardando i giocatori milionari fare brutte figure. Mi alleno più di un calciatore, guadagnando meno dei loro cuochi o delle loro tate.”

Meno dei loro cuochi o delle loro tate. Fermatevi un secondo su questa frase. Non è retorica. Non è esagerazione polemica. È la descrizione di una sproporzione economica reale, concreta, quotidiana, che esiste dentro lo stesso sistema sportivo nazionale. Da una parte calciatori con stipendi da capogiro, procuratori, entourage, cuochi personali, tate, ville. Dall’altra atleti che vincono medaglie olimpiche e guadagnano meno di chi cucina per quegli stessi calciatori. E il presidente della federazione calcistica si presenta in conferenza stampa a spiegare che gli altri sono dilettanti.

I semidei e la maglia svuotata di senso

Il problema del calcio italiano non è tattico. Non è tecnico. Non è nemmeno generazionale, almeno non nel senso in cui viene usato quell’argomento come paracadute permanente. Il problema è culturale, e affonda le radici in quello che abbiamo costruito attorno a questo sport negli ultimi trent’anni.

Abbiamo trasformato i calciatori in semidei. Li abbiamo osannati, protetti, giustificati. Li abbiamo avvolti in una bolla di privilegio così spessa che la pressione reale, quella che ti costringe a migliorare o a scomparire, ha smesso di penetrare. Un calciatore di Serie A guadagna cifre che non hanno paragone in nessun altro sport italiano, è al centro di un ecosistema mediatico che lo tratta come una star globale, riceve attenzione continua anche quando produce poco o nulla. E in questo contesto, la maglia della nazionale finisce per diventare un appuntamento tra tanti, non il punto più alto di una carriera.

Vestire quella maglia dovrebbe essere un onore nel senso più concreto del termine. Non retorico. Non da spot televisivo. Un onore che implica responsabilità, che implica la consapevolezza di rappresentare un paese, che implica che il fallimento abbia un peso reale e non solo mediatico. Invece sembra sempre più gestito, sempre più filtrato, sempre più leggero. E quando il fallimento non produce mai una vera rottura, quando non qualificarsi ai Mondiali per la terza volta consecutiva porta a una conferenza stampa in cui si ribadisce la fiducia a chi aveva promesso di andarsene, allora è chiaro che quel peso non c’è più. O è talmente diluito da non fare effetto.

Paltrinieri, in un’intervista post-disfatta, ha detto: “Non sono neanche troppo colpito, perché il nostro livello negli ultimi anni non era diverso da questo.” Gregorio Paltrinieri, uno degli atleti italiani più vincenti degli ultimi anni, dice di non essere colpito dalla mancata qualificazione della nazionale di calcio perché era prevedibile. Quando gli atleti degli altri sport si aspettano che il calcio deluda, il problema non è più episodico. È sistemico.

L’Italia che vince e non esiste

Perché quello che mi fa davvero perdere la pazienza non è solo la gestione del calcio. È il confronto con quello che succede nel silenzio relativo degli altri sport italiani.

Siamo una superpotenza sportiva. Solo che lo dimentichiamo sistematicamente perché la superpotenza non sta dove siamo abituati a guardare. Le nazionali di pallavolo, maschile e femminile, vincono i Mondiali. Nell’atletica, nella scherma, nel nuoto, nel ciclismo, negli sport invernali, nel pattinaggio, nella canoa, nel canottaggio produciamo eccellenze continue. Nel nuoto di fondo e nel salvamento siamo tra i migliori al mondo, e scommetto che la maggior parte delle persone che legge questa frase non lo sapeva. Nel pattinaggio a rotelle siamo una potenza mondiale e anche lì, scommessa analoga.

Zaynab Dosso, che compete ai massimi livelli internazionali dell’atletica, ha parlato di piste di allenamento piene di buche. Non è una metafora. Non è una lamentela vaga. Sono le condizioni materiali in cui un’atleta di livello mondiale si prepara a rappresentare l’Italia. E mentre questo accade, mentre atleti che portano medaglie a questo paese si allenano su strutture che farebbero vergogna a una qualsiasi società sportiva seria, il sistema calcistico discute di clausole rescissorie e commissioni ai procuratori.

Molti di questi atleti hanno un altro lavoro. Non perché siano dilettanti, ma perché lo sport che praticano, per quanto eccellente e vincente a livello internazionale, non garantisce un’autonomia economica reale. Dividono il tempo tra lavoro, allenamento e competizioni mondiali in condizioni che nessun sistema sportivo sano dovrebbe considerare accettabili. E il presidente di una federazione che non si qualifica ai Mondiali trova il modo di chiamarli dilettanti.

Non lo accetto

Arrivo al punto senza alleggerire il tono, perché la situazione non lo merita.

Non accetto che Gravina, dopo la terza mancata qualificazione consecutiva, si presenti in conferenza stampa a ribadire la fiducia a chi aveva promesso di dimettersi e nel frattempo trovi il modo di sminuire chi porta a casa risultati reali. Non accetto che il sistema calcistico continui a funzionare come se i risultati fossero un dettaglio, come se la responsabilità fosse sempre di qualcun altro, come se il fallimento sistematico potesse essere indefinitamente assorbito senza produrre conseguenze vere.

Non accetto che Irma Testa guadagni meno del cuoco di un calciatore di Serie A, che Zaynab Dosso si alleni su piste piene di buche, che Francesca Lollobrigida debba ironizzare su Instagram per rispondere a chi la chiama dilettante dopo aver vinto due ori olimpici. Non accetto che gli atleti degli altri sport esistano nel racconto pubblico solo quando vincono qualcosa di abbastanza grande da non poter essere ignorato, e spariscano nel nulla appena il momento è passato.

Vestire la maglia della nazionale, in qualsiasi sport, è un onore. E un onore si rispetta. Si rispetta con i risultati, si rispetta con il comportamento, si rispetta riconoscendo che quella maglia vale più della tua carriera, del tuo contratto, della tua visibilità personale. Se non sei in grado di rispettarla in questo modo, se la tratti come un optional da gestire tra un impegno e l’altro, allora è giusto che tu vada a casa. Senza discussioni.

Il problema del calcio italiano non è la Bosnia. La Bosnia è solo lo specchio. Il problema è un sistema che ha trasformato il privilegio in norma, che ha svuotato la responsabilità di qualsiasi contenuto reale, che protegge chi fallisce e ignora chi vince. E finché quel sistema non viene rotto davvero, non da una conferenza stampa, non da qualche dichiarazione indignata, ma da scelte concrete e irreversibili, continueremo a guardarci i Mondiali in televisione.

Come dilettanti.