“Il mio messaggio per voi oggi non è che dovete fare un passo indietro rispetto ai vostri sogni, ma che la vita non è una linea retta. E va bene così. A volte i sogni vengono rimandati, a volte cambiano, a volte ne trovate di nuovi. E a volte, se siete fortunati, riuscite a realizzarli entrambi.”
Parto da qui, da questa frase, perché è raro che io mi fermi davanti a un discorso di laurea senza provare un moto di fastidio. Di solito sono momenti costruiti apposta per essere condivisi, frasi cucite per fare colpo sui social, retorica motivazionale confezionata per durare il tempo di uno screenshot. Ma quando a pronunciarle è Bryan Holland, il cantante degli Offspring, qualcosa cambia. E non perché lui abbia scelto parole diverse dalle solite. Il punto è chi le ha dette e da dove arriva.
Chi è davvero l’uomo dietro il microfono
Per chi è cresciuto a pane e punk rock negli anni Novanta, Dexter Holland non ha bisogno di presentazioni. È il frontman degli Offspring, una delle band che ha definito un’intera epoca musicale, capace di vendere oltre quaranta milioni di dischi e di riempire palasport e stadi in tutto il mondo. Brani come The Kids Aren’t Alright, Self Esteem, Come Out and Play o Pretty Fly (for a White Guy) sono entrati nella colonna sonora di chi allora aveva vent’anni e oggi ne ha il doppio, e continuano a essere ascoltati da chi vent’anni li sta compiendo adesso.
Fin qui, nulla di sorprendente. La sorpresa arriva quando si scopre che quello stesso uomo, quello che saltava sul palco con i capelli ossigenati e l’atteggiamento da ribelle, ha conseguito alla University of Southern California una laurea in scienze biologiche nel 1988, un master in biologia molecolare nel 1990 e, dopo un’interruzione durata decenni per inseguire la carriera musicale, un dottorato di ricerca in biologia molecolare nel 2017. La sua tesi ha affrontato il ruolo dei microRNA nel genoma dell’HIV ed è stata pubblicata sulla rivista scientifica PLOS One. Non un hobby, non una parentesi curiosa da citare nelle interviste. Un lavoro scientifico vero, portato avanti con lo stesso rigore con cui altri ricercatori dedicano la vita intera a un singolo filone di studio.
E qui arriviamo al discorso che ha tenuto lo scorso maggio davanti a duemila laureati della USC Dornsife, nel campus di Los Angeles dove lui stesso si è formato. Non un ospite qualsiasi, ma un ex studente che a quella stessa università deve una parte importante della propria formazione, tanto da tornarci anche per completare il percorso accademico interrotto quando gli Offspring esplosero a livello mondiale con l’album Smash, proprio negli anni in cui lui stava lavorando al dottorato.
Perché quella frase pesa più di altre
Chiunque può dire che la vita non è una linea retta. Lo dicono i libri di crescita personale, lo ripetono i coach motivazionali su Instagram, lo scrivono nei post a effetto quelli che non hanno mai davvero interrotto nulla nella propria esistenza. Ma quando a pronunciare quella frase è una persona che ha davvero vissuto due vite parallele, che ha davvero messo in pausa un percorso accademico per rincorrere un sogno musicale e che poi, da rockstar affermata e milionaria, è tornata sui banchi a inseguire un titolo che nessuno le avrebbe mai chiesto, allora quella frase smette di essere uno slogan e diventa testimonianza.
Non parla uno che teorizza. Parla uno che ha sperimentato sulla propria pelle cosa significhi interrompere un sogno, inseguirne un altro, e anni dopo tornare esattamente da dove si era fermato, senza vergognarsene, senza sentirsi in ritardo rispetto a una tabella di marcia che in realtà non esiste.
Una società che pretende di incasellarci
C’è una cosa che mi colpisce sempre quando emergono storie come questa, ed è la sorpresa generale. Come se fosse quasi incredibile che un musicista possa essere anche uno scienziato. Come se una persona dovesse per forza scegliere un’unica identità per il resto della propria esistenza e portarsela dietro come un marchio a fuoco.
È uno dei grandi difetti della nostra epoca. Abbiamo un bisogno quasi ossessivo di etichette, perché le etichette semplificano tutto e ci risparmiano la fatica di conoscere davvero qualcuno. Sei un cantante, quindi sei quello. Sei un calciatore, quindi sei quello. Sei un influencer, un imprenditore, un medico, un politico, e la storia finisce lì, in una sola parola che dovrebbe raccontare un’intera persona.
Ogni volta che qualcuno esce da quella scatola, lo trattiamo come un’eccezione, quasi come un fenomeno da baraccone. Ma perché dovrebbe esserlo? Perché un uomo non dovrebbe poter essere contemporaneamente un artista e un ricercatore? Perché continuiamo a pensare che una persona coincida esattamente con il lavoro che svolge, come se non potesse contenere altro? Forse perché è più facile catalogare che conoscere davvero qualcuno, e la storia di Dexter Holland diventa così qualcosa di molto più grande di una semplice curiosità da condividere sui social per un giorno.
Il successo non sostituisce la conoscenza
Viviamo in un tempo in cui tutto sembra misurarsi con il denaro, i follower, la notorietà e la visibilità. Hai avuto successo? Perfetto, allora sei arrivato, sei un modello, sei qualcuno da imitare. È un messaggio che ci viene ripetuto in continuazione, quasi fosse una legge di natura contro cui non si può discutere.
Eppure Holland avrebbe potuto tranquillamente vivere il resto della propria esistenza senza aprire più un libro accademico. Nessuno gliel’avrebbe rimproverato. Aveva già conquistato tutto quello che milioni di persone sognano da una vita intera: successo mondiale, ricchezza, riconoscimenti, una carriera solidissima capace di attraversare decenni di cambiamenti nell’industria musicale. Invece ha deciso di tornare all’università, ha deciso di studiare, ha deciso di dedicare anni della propria vita a una disciplina complessa come la biologia molecolare, non per bisogno economico, non per costruirsi un’immagine, non per fare marketing personale. Lo ha fatto perché imparare, per lui, era ancora importante.
Ed è proprio qui, secondo me, che sta il vero insegnamento del suo discorso, al di là della retorica da cerimonia. Il successo non sostituisce mai la conoscenza. Può accompagnarla, può facilitarla, può renderla perfino più accessibile grazie ai mezzi che il denaro mette a disposizione. Ma non potrà mai prenderne il posto.
Il piano B non è una sconfitta
C’è un’espressione che spesso viene usata quasi come un insulto, “piano B”, come se avere un’alternativa significasse credere poco nei propri sogni o dubitare di sé stessi. Io la penso esattamente al contrario, e la storia di Holland lo conferma meglio di qualsiasi discorso teorico.
La vita è imprevedibile. Può cambiare in una settimana, con un incidente, una crisi economica, una malattia, un mercato che crolla, una tecnologia che sostituisce il tuo lavoro dall’oggi al domani. Pensare che tutto resterà immutabile per sempre è probabilmente una delle illusioni più pericolose che possiamo coltivare, ed è per questo che continuo a credere che la formazione sia il miglior investimento possibile che una persona possa fare su sé stessa.
Nessuno può garantirti che il tuo lavoro esisterà ancora tra vent’anni. Nessuno può prometterti che il settore nel quale hai costruito la tua intera carriera non verrà completamente rivoluzionato da qualcosa che oggi nemmeno immaginiamo. Lo stiamo vedendo proprio adesso con l’intelligenza artificiale, che sta cambiando davanti ai nostri occhi professioni considerate fino a poco tempo fa intoccabili. Altre nasceranno, altre ancora spariranno, ed è un processo che nessuno può fermare né prevedere con precisione. L’unica vera assicurazione sul futuro non è il conto in banca, per quanto rassicurante possa sembrare. È la capacità di continuare a imparare cose nuove, perché chi sa imparare non resta mai davvero fermo, qualunque cosa accada intorno a lui.
L’abito non fa il monaco, mai
Confesso una cosa. Mi diverte sempre osservare la reazione di chi scopre per la prima volta la storia di Dexter Holland. Per molti è quasi uno shock cognitivo. Il cantante punk, i capelli ossigenati, l’atteggiamento da ribelle sul palco, i concerti, le chitarre distorte. E poi, all’improvviso, un dottorato in biologia molecolare, una tesi sull’HIV pubblicata su una rivista scientifica seria, anni interi trascorsi in laboratorio a fare ricerca vera. Come se queste due immagini fossero incompatibili, come se non potessero convivere nella stessa persona.
Ed è qui che emerge un altro nostro grande limite collettivo. Continuiamo a giudicare le persone dall’aspetto, ed è un riflesso quasi automatico che scatta prima ancora che ce ne rendiamo conto. Vediamo qualcuno vestito o pettinato in un certo modo e immaginiamo già come pensa, cosa legge, quanto abbia studiato, che stile di vita conduca. È un pregiudizio antico quanto l’umanità stessa, e continua a fare danni ogni giorno, sui social ancora più che nella vita reale.
Perché l’intelligenza non ha un’uniforme, la cultura non ha un taglio di capelli e la curiosità non indossa una giacca né una cravatta. Puoi trovare persone straordinarie proprio dove meno te lo aspetti, e puoi incontrare ignoranza profonda dietro gli abiti più eleganti e i titoli più altisonanti. L’abito, davvero, non ha mai fatto il monaco, e la storia di Holland dovrebbe ricordarcelo ogni volta che siamo tentati di giudicare qualcuno al primo sguardo.
In un mondo sempre più rumoroso, la cultura resta un atto di resistenza
C’è però un altro pensiero che questa vicenda mi porta inevitabilmente a fare, e riguarda il contesto più ampio in cui viviamo. Probabilmente ci troviamo nel momento storico in cui abbiamo accesso a più informazioni di qualsiasi altra generazione precedente. Eppure mai come oggi vedo crescere l’ostilità verso la cultura vera, quella che ti costringe a leggere anche chi non la pensa come te, quella che ti obbliga a verificare una fonte prima di condividerla, quella che ti insegna che cambiare idea davanti ai fatti non è una sconfitta ma un segno di maturità intellettuale.
Sui social funziona esattamente il contrario. Conta chi urla più forte, conta chi semplifica di più, conta chi trasforma qualsiasi argomento complesso in uno slogan di dieci parole facile da condividere e ancora più facile da dimenticare. Studiare richiede tempo, approfondire richiede fatica, dubitare richiede umiltà, eppure sono proprio queste tre cose scomode a costruire cittadini migliori, non i contenuti confezionati per generare engagement in trenta secondi.
Io continuo a pensare, e lo scrivo spesso su questo spazio, che la cultura sia la prima vera arma contro ogni forma di oscurantismo. Lo era quando si bruciavano i libri per paura delle idee che contenevano. Lo era quando si perseguitavano gli intellettuali scomodi. Lo è oggi, in un’epoca in cui basta un video di trenta secondi girato senza alcun controllo per convincere milioni di persone di qualunque assurdità, dalle teorie del complotto più deliranti alle notizie manipolate ad arte. La conoscenza non rende automaticamente buoni, questo va detto senza ipocrisia. Ma rende certamente più liberi, perché chi conosce è molto più difficile da manipolare rispetto a chi si affida solo a ciò che gli viene servito dagli algoritmi.
Non si smette mai di imparare
Una delle frasi che detesto di più, in assoluto, è “ormai alla mia età”. Ogni volta che la sento mi domando chi abbia deciso quale sia l’età giusta per smettere di essere curiosi, chi abbia stabilito che dopo una certa soglia bisogna semplicemente ripetere all’infinito quello che già si sa, senza più mettersi in discussione.
Forse è proprio questo il più grande rischio dell’età adulta. Non quello di invecchiare, che è naturale e inevitabile, ma quello di convincersi di aver già capito tutto quello che c’era da capire. Io penso esattamente il contrario. Più passa il tempo, più mi accorgo di quanto sia immenso ciò che ancora non conosco, e questa non è affatto una sconfitta. È una fortuna, perché significa che ci sarà sempre qualcosa da imparare, un libro, una lingua, una disciplina, una competenza, una passione capace di rimettere in moto quella curiosità che troppo spesso lasciamo addormentare per pigrizia o per comodità.
Forse è proprio questo il messaggio più potente che Holland ha consegnato ai ragazzi seduti davanti a lui quel giorno a Los Angeles. Non il fatto di aver preso un dottorato in tarda età rispetto ai tempi accademici standard. Non il fatto di essere una rockstar planetaria con miliardi di ascolti su Spotify. Ma il fatto di non aver mai smesso, nemmeno per un istante, di essere uno studente.
Il sapere è l’unica ricchezza che nessuno può portarci via
Ci riempiamo continuamente la bocca con parole come successo, carriera, notorietà e soldi. Sono importanti, certo, sarebbe ipocrita negarlo dopo tutto quello che ho scritto fin qui. Tutti lavoriamo anche per costruirci una stabilità economica e una vita dignitosa, e non c’è nulla di sbagliato in questo. Ma esiste una ricchezza che vale più di tutte le altre messe insieme, quella che nessuna crisi finanziaria può azzerare da un giorno all’altro, quella che nessun fallimento professionale può cancellare, quella che nessun algoritmo può decidere arbitrariamente di penalizzare.
Parlo della conoscenza. È l’unico patrimonio che cresce ogni volta che viene condiviso invece di consumarsi. È l’unica ricchezza che non perde valore con il passare del tempo, anzi si arricchisce di nuove connessioni. È l’unica eredità che continua a produrre interessi per tutta la vita di chi la possiede. Per questo, in un’epoca che sembra premiare sempre di più la superficialità e la scorciatoia, continuo a credere che studiare, a qualsiasi età, sia un gesto quasi rivoluzionario.
Non importa se hai vent’anni o sessanta. Non importa se fai il musicista, il muratore, il medico o il fotografo. Non importa se hai già avuto successo oppure se lo stai ancora inseguendo. Come ha ricordato Bryan Holland a duemila giovani che stavano per affacciarsi sul mondo, la vita non è una linea retta. A volte ci obbliga a fermarci, a cambiare strada, a rimandare un sogno che sembrava a portata di mano. Ma questo non significa che quel sogno sia morto per sempre. Significa soltanto che sta aspettando il momento giusto per tornare a bussare, magari quando meno ce lo aspettiamo.
E forse la vera lezione di questa storia non è che dobbiamo diventare tutti rockstar o tutti ricercatori, sarebbe una lettura troppo semplicistica. La vera lezione è un’altra, più scomoda e più difficile da mettere in pratica ogni giorno. Non smettere mai di imparare. Perché il giorno in cui pensiamo di sapere abbastanza è quasi sempre, in silenzio, il giorno in cui iniziamo lentamente a diventare più poveri, anche se il conto in banca continua a crescere.




