C’è un video che gira da qualche giorno e che dovrebbe far riflettere molto più di quanto stia facendo. Non parlo del solito fuoco di paglia da tre giorni di indignazione social seguito dal nulla, parlo di un episodio che racconta, con una precisione quasi chirurgica, quello che siamo diventati come comunità quando mandiamo i nostri figli in giro per il mondo senza avergli mai spiegato una cosa semplicissima: che il mondo non è casa nostra, e che le regole di casa nostra non valgono ovunque allo stesso modo.
I fatti li conosciamo tutti ormai, ma vale la pena riassumerli con ordine perché nella loro sequenza c’è già tutta la morale della storia. Un gruppo di studenti italiani, minorenni, in viaggio scolastico in Thailandia, si trova sul BTS Skytrain di Bangkok, la metropolitana sopraelevata della capitale thailandese. Fanno chiasso, come spesso fanno gruppi di adolescenti in gita, cosa che di per sé non sarebbe nemmeno una notizia se non fosse per quello che succede dopo. Una passeggera thailandese chiede, con un tono che dai racconti sembra tutto fuorché aggressivo, di abbassare la voce. Le sue parole sono quasi un manuale di cortesia orientale: “Potreste fare più piano? Parlate normalmente, ok? In Thailandia non urliamo”. Non c’è nulla in quella frase che giustifichi quello che arriva come risposta.
E la risposta arriva, ed è agghiacciante nella sua semplicità: “Scusa se porto soldi nel tuo Paese”. Poi, per chiudere in bellezza, il dito medio all’uscita del vagone, tanto per lasciare un souvenir indimenticabile a chi si è permesso di chiedere educazione.
Il video, i milioni di visualizzazioni e la solita macchina dell’indignazione
Il video è diventato virale, come capita ormai a tutto quello che contiene un elemento di scandalo confezionato apposta per i social. Quattordici milioni di visualizzazioni su X, mezzo milione su TikTok, e da lì la solita reazione a catena che conosciamo bene: prima l’indignazione dei thailandesi, che giustamente chiedono conto direttamente ai canali istituzionali italiani, poi l’intervento dei content creator nostrani che rilanciano la notizia condendola con il proprio commento, poi il comunicato ufficiale, poi le scuse del tour operator, poi le scuse degli studenti in un video pubblicato con quel misto di imbarazzo e paura che si vede sempre quando qualcuno capisce di aver esagerato solo dopo essere stato messo alla gogna pubblica, e non prima, di fronte alla persona che aveva davanti.
L’Ambasciata d’Italia a Bangkok ha fatto quello che doveva fare, e lo ha fatto bene, con un comunicato diffuso in più lingue che condanna senza mezzi termini il comportamento del gruppo e porge scuse sincere al popolo thailandese, ricordando quei valori di rispetto reciproco e convivenza armoniosa che, a leggerli scritti nero su bianco in un documento diplomatico, sembrano quasi un rimprovero collettivo più che una semplice formalità istituzionale. Perché in fondo è proprio questo il punto. Non è colpa della diplomazia se deve intervenire, è colpa nostra se la costringiamo a farlo.
Il tour operator, la TravellingFox Estate INpsieme, ha diffuso a sua volta un comunicato di scuse, e qui vale la pena soffermarsi su un dettaglio che a molti sarà sfuggito ma che io trovo particolarmente significativo: il nome del programma, Estate INpsieme, richiama immediatamente le iniziative promosse dalla Fondazione INPS, quei soggiorni studio destinati ai figli e ai familiari degli iscritti alla gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali, finanziati quindi, almeno in parte, con fondi pubblici legati al welfare. Non è un dettaglio da poco. Non stiamo parlando di un pacchetto vacanze qualunque comprato su un sito privato, stiamo parlando di un’iniziativa che nasce con una finalità educativa e sociale, pensata per offrire a ragazzi e famiglie un’opportunità di crescita culturale e linguistica. Il fatto che proprio in un contesto del genere si sia consumato un episodio come questo aggiunge un livello di amarezza che va oltre il semplice scivolone di alcuni adolescenti in vacanza.
Il vero problema non è il dito medio, è quello che c’è prima
Ora, io capisco benissimo che il dito medio e la frase sui soldi siano gli elementi che fanno più rumore, quelli che si prestano meglio al titolo shock e alla condivisione facile. Ma se ci fermiamo lì, se ci limitiamo a indignarci per il gesto in sé, stiamo guardando il sintomo e ignorando la malattia. Il problema non è che alcuni ragazzi abbiano fatto un gesto volgare in un vagone della metropolitana. Il problema è tutto quello che è successo prima, dentro le loro teste, nei mesi e negli anni che hanno preceduto quel viaggio, e che li ha portati a considerare normale, o quantomeno accettabile, rispondere in quel modo a una richiesta educata.
E qui arrivo al primo punto che voglio sviluppare con calma, perché è quello che considero il cuore della vicenda: l’ignoranza. Non uso questa parola in senso offensivo, la uso nel suo significato più letterale, cioè la mancanza di conoscenza. Quando si organizza un viaggio in un Paese straniero, soprattutto quando quel viaggio coinvolge minorenni e ha una finalità dichiaratamente educativa, il primo dovere di chi lo organizza dovrebbe essere quello di preparare i ragazzi a quello che troveranno. Non parlo solo di cultura in senso ampio, di templi, di cibo, di storia, parlo di qualcosa di molto più pratico e concreto: le norme di comportamento, scritte e non scritte, che regolano la vita quotidiana in quel Paese.
In Oriente, e la Thailandia non fa eccezione, esistono codici comportamentali che per noi occidentali sono spesso invisibili, ma che per chi ci vive sono fondamentali. Il rispetto per gli spazi condivisi, il controllo del tono di voce nei mezzi pubblici, l’attenzione a non disturbare, non sono semplici convenzioni sociali di cui si può fare a meno se si è di fretta o se si è in vacanza. Sono parte integrante di un sistema di valori che regge la convivenza in società con densità abitative molto più alte delle nostre, dove il rispetto reciproco negli spazi pubblici non è un vezzo culturale ma una necessità concreta. Chi viaggia in quei Paesi senza sapere nulla di tutto questo non sta semplicemente commettendo una gaffe, sta dimostrando una superficialità che, quando si trasforma in comportamento aggressivo di fronte a un richiamo legittimo, diventa qualcosa di molto più grave di una semplice ingenuità giovanile.
Chi doveva insegnarglielo, e non lo ha fatto
E arrivo così al secondo punto, che riguarda direttamente gli adulti, perché i ragazzi minorenni, per quanto possano avere responsabilità individuali nelle proprie azioni, non viaggiano da soli. Ci sono accompagnatori, ci sono insegnanti, ci sono figure di riferimento che dovrebbero avere il compito, prima ancora di partire, di preparare il gruppo a quello che troverà. Il content creator Pierfelice Menga, che ha contribuito a diffondere la vicenda in Italia, ha toccato un punto che condivido pienamente quando ha detto di non sapere se la persona presente durante l’alterco fosse un insegnante o un genitore, ma di trovare comunque assurdo che, invece di calmare la situazione, quella figura adulta abbia in qualche modo istigato ulteriormente i ragazzi.
Questo è forse l’aspetto più desolante di tutta la vicenda. Perché se un adolescente sbaglia, se reagisce male, se non ha ancora gli strumenti per gestire una situazione di tensione con la maturità necessaria, è quasi comprensibile, per quanto sbagliato. Ma se un adulto, che dovrebbe essere lì proprio per correggere e guidare, invece di intervenire per riportare la calma alimenta la tensione, allora il problema non è più solo educativo, diventa un fallimento totale del ruolo che quella persona avrebbe dovuto ricoprire. Un accompagnatore che porta un gruppo di minorenni all’estero ha una responsabilità enorme, non solo dal punto di vista della sicurezza fisica, ma anche da quello della rappresentanza. In quel momento, quei ragazzi non sono semplicemente turisti, sono l’immagine che un intero Paese offre di sé, e chi li accompagna dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.
Mi chiedo, e lo chiedo davvero senza retorica, quante ore siano state dedicate, prima della partenza, a spiegare ai ragazzi come comportarsi in un Paese straniero. Quante volte gli sia stato detto che alzare la voce sui mezzi pubblici in Thailandia non è come farlo su un autobus in una città italiana. Quante volte gli sia stato ricordato che, quando si è ospiti in casa d’altri, non si può pretendere che le regole siano quelle di casa propria. Ho il sospetto, purtroppo fondato dai fatti che abbiamo davanti, che la risposta a queste domande sia scoraggiante.
Il vero peccato originale: non sapersi scusare quando conta davvero
Il terzo punto che voglio affrontare, e che considero altrettanto importante dei primi due, riguarda il momento della reazione. Perché al netto dell’ignoranza culturale, al netto della mancanza di preparazione da parte degli accompagnatori, c’è un momento preciso in cui tutto avrebbe potuto essere risolto con dignità, ed è proprio quello in cui la passeggera thailandese ha chiesto, con educazione, di abbassare la voce.
In quel momento, la reazione giusta, l’unica reazione accettabile da parte di persone civili che si trovano ospiti in un Paese che non è il loro, sarebbe stata scusarsi. Semplicemente scusarsi. Non serviva nemmeno una grande elaborazione culturale per capirlo, sarebbe bastato il buon senso più elementare, quello che si insegna fin da bambini prima ancora di sapere cosa sia il rispetto interculturale: se qualcuno ti fa notare che stai disturbando, ti scusi, abbassi la voce, e vai avanti. Punto. Invece la risposta è stata un attacco, prima verbale e poi gestuale, costruito su un’arroganza che ha una radice profondamente sbagliata, quella secondo cui il fatto di spendere soldi in un Paese dia in qualche modo diritto a comportarsi come si vuole, senza doversi adattare a nulla e senza dover rispetto a nessuno.
Questa mentalità, che purtroppo non è isolata e non riguarda solo quel gruppo di ragazzi, meriterebbe una riflessione a parte. È l’idea, tossica e diffusa, secondo cui essere turisti, cioè portare denaro in un’economia locale, equivalga automaticamente a un lasciapassare per fare tutto ciò che si vuole, ignorando le regole, le sensibilità e le abitudini del posto che si sta visitando. È una logica che confonde il turismo con una sorta di diritto di conquista temporaneo, dove il denaro speso giustificherebbe qualsiasi comportamento. Ed è proprio questa logica, quando viene sbandierata con tanto di dito medio, a trasformare un piccolo episodio di maleducazione in un caso diplomatico internazionale.
La coerenza che pretendiamo dagli altri, e che dovremmo pretendere anche da noi
E qui arrivo al punto che considero forse il più scomodo di tutti, quello che vorrei che chi legge portasse con sé anche dopo aver chiuso questo articolo. Noi italiani, come qualsiasi altro popolo, siamo abituati a pretendere un certo rigore da chi arriva nel nostro Paese. Quante volte abbiamo letto commenti, articoli, discussioni accese sui social riguardo al comportamento di turisti stranieri nelle nostre città d’arte, nei nostri centri storici, nei nostri musei. Quante volte abbiamo espresso indignazione, giustamente, di fronte a episodi di maleducazione, di mancanza di rispetto per i nostri luoghi, per le nostre tradizioni, per il nostro decoro urbano. Abbiamo intere sezioni di giornali dedicate a raccontare gli scempi commessi da chi visita l’Italia senza il minimo rispetto per quello che trova.
Ecco, se pretendiamo questo rigore da chi viene da noi, non possiamo permetterci di essere diversi quando siamo noi gli ospiti. Non funziona la logica del due pesi e due misure, non può funzionare, perché sarebbe semplicemente ipocrisia. Se un turista straniero che si comporta male in Italia merita la nostra indignazione, allora un gruppo di italiani che si comporta male all’estero merita esattamente la stessa indignazione, senza sconti, senza giustificazioni legate all’età, senza minimizzazioni del tipo “sono ragazzi, sono in vacanza, hanno esagerato”. Perché se accettiamo quella minimizzazione per noi stessi, allora dovremmo accettarla anche per gli altri, e in quel caso l’intero impianto delle nostre lamentele sul turismo maleducato che invade le nostre città crollerebbe su se stesso.
Questo non significa che dobbiamo essere più severi con noi stessi solo per una forma di masochismo nazionale, significa semplicemente essere coerenti. La coerenza è uno dei valori più difficili da mantenere, perché richiede di applicare gli stessi criteri di giudizio indipendentemente da chi si trova dall’altra parte dello specchio. E in questa vicenda, la coerenza ci impone di dire, senza sconti, che quel comportamento è stato sbagliato, gravemente sbagliato, esattamente come lo sarebbe stato se a compierlo fosse stato un gruppo di turisti stranieri in una delle nostre piazze.
Cosa resta, dopo le scuse e il rientro in Italia
Le scuse sono arrivate, come sempre arrivano quando ormai il danno d’immagine è fatto e non resta altro da fare se non cercare di limitarlo. L’Ambasciata ha fatto il suo dovere istituzionale, il tour operator ha fatto il suo, e persino i ragazzi coinvolti hanno pubblicato un video di scuse formali, ammettendo l’errore e riconoscendo che i soldi non comprano il rispetto. Sono parole giuste, sono parole che vanno nella direzione corretta, ma restano parole pronunciate dopo, quando ormai il video aveva già fatto il giro del mondo e la pressione social aveva reso quelle scuse quasi obbligate più che spontanee.
Quello che mi interessa davvero, però, non è tanto giudicare la sincerità di queste scuse tardive, quanto interrogarmi su cosa cambierà davvero dopo questo episodio. I ragazzi coinvolti torneranno in Italia, la vicenda si sgonfierà come si sgonfiano tutte le polemiche social nel giro di qualche settimana, e tra un mese quasi nessuno se ne ricorderà più, se non i thailandesi coinvolti direttamente e la passeggera che si è vista insultare per aver semplicemente chiesto un po’ di silenzio.
Ma il problema di fondo, quello dell’ignoranza culturale diffusa tra i giovanissimi, quello della mancanza di preparazione da parte di chi organizza questi viaggi, quello dell’incapacità di scusarsi al momento giusto invece che solo quando si viene messi alla gogna pubblica, quel problema resterà lì, intatto, pronto a riproporsi al prossimo gruppo di studenti che partirà per un altro Paese senza aver ricevuto la minima preparazione su cosa significhi essere ospiti in una cultura diversa dalla propria. E finché continueremo a considerare questi episodi come casi isolati, come semplici scivoloni di ragazzi esuberanti, invece che come il sintomo di un vuoto educativo molto più profondo, continueremo a vedere lo stesso copione ripetersi, magari con protagonisti diversi ma con la stessa, identica, desolante sostanza.




