Oggi Sergio Mattarella ha dovuto richiamare formalmente il suo ministro della Giustizia per ricordargli, Costituzione alla mano, che la grazia spetta solo al capo dello Stato. Non è un dettaglio da cronaca minore, è la fotografia perfetta di quanto si sia surriscaldato il dibattito attorno a un solo nome, quello di Mario Roggero, mentre altri due casi giudiziari altrettanto gravi, quello di Cinzia Dal Pino e quello dei gestori del bar di Milano Shu Zou e Liu Chongbing, restano relegati a un dibattito social molto più contenuto. Io trovo questa asimmetria interessantissima, perché non racconta tanto la differenza tra i fatti quanto la differenza tra le narrazioni che la politica ha scelto di costruirci sopra. E siccome io sono qui per raccontare come se ne parla, prima ancora che cosa è successo, voglio riscrivere questa analisi partendo esattamente da questo squilibrio, senza però perdere per strada la sostanza giuridica dei tre casi, che resta il punto da cui tutto parte.
Tre condanne, tre gradi di giudizio diversi
Partiamo da un dato tecnico che quasi nessuno sottolinea e che invece è decisivo. Il caso di Cinzia Dal Pino, sessantacinque anni, condannata a diciotto anni dalla Corte di Assise di Lucca per aver travolto con il suv Noureddine Mezgui, il cinquantaduenne marocchino che l’aveva appena derubata della borsa a Viareggio nel settembre del 2024, è una sentenza di primo grado. Il caso dei gestori del bar di viale Cermenate a Milano, Shu Zou di trentatré anni e suo zio Liu Chongbing di cinquantadue, condannati a diciassette anni ciascuno per aver ucciso a coltellate, anzi a forbiciate, Eros Di Ronza, trentasette anni, dopo un tentativo di furto di alcuni gratta e vinci nell’ottobre del 2024, è anch’esso di primo grado, pronunciato dalla Corte d’Assise di Milano, con la possibilità esplicita per gli imputati di presentare ricorso in appello. Il caso Roggero, invece, è tutta un’altra storia processuale: la Cassazione ha reso definitiva la condanna a quattordici anni e nove mesi, respingendo il ricorso presentato dopo l’appello di Torino che già aveva ridotto la pena rispetto ai diciassette anni inflitti in primo grado dalla Corte di Assise di Asti. Roggero ha esaurito ogni grado di giudizio possibile nel nostro ordinamento. Dal Pino e Shu Zou e Liu Chongbing, tecnicamente, no, e le loro pene potrebbero ancora essere riviste, aumentate o ridotte da un giudice d’appello.
Questo dettaglio non è irrilevante. Significa che, mentre per Dal Pino e per Shu Zou e Liu Chongbing esiste ancora, sulla carta, la possibilità che un giudice d’appello riveda pene e qualificazioni giuridiche, per Roggero la partita giudiziaria è chiusa per sempre. Eppure è esattamente il caso concluso, quello su cui non esiste più alcun margine processuale, quello su cui la politica ha deciso di scatenare la propria offensiva più aggressiva. Io lo trovo paradossale solo in apparenza, perché in realtà rivela benissimo la logica che guida questo tipo di mobilitazioni: quando la partita giudiziaria è finita, l’unico terreno rimasto è quello politico e simbolico, ed è lì che si può giocare la battaglia più identitaria, quella che porta consenso vero, quella che non rischia di essere smentita da un secondo grado di giudizio ancora aperto.
L’imprenditore che si difende in casa propria contro l’uomo esasperato
Ed è qui che arriva il punto centrale di questa riflessione, quello che io considero il più interessante dal punto di vista della comunicazione politica. I tre casi raccontano dinamiche molto simili sul piano giuridico, eppure sono stati vestiti con narrazioni completamente diverse.
Attorno a Roggero si è costruita, fin dal primo giorno, l’immagine del cittadino perbene che difende ciò che è suo, il negozio, la famiglia, una vita di lavoro, contro chi arriva da fuori a portargli via tutto con la violenza. È la cornice del “a casa mia comando io, a casa mia non entri”, la stessa retorica sicuritaria che negli anni alcuni partiti politici hanno coltivato con costanza, fin dalla riforma della legittima difesa del 2019 voluta dalla Lega che lo stesso Salvini rivendica come propria bandiera politica. Roggero viene presentato non come un uomo che ha inseguito e sparato a persone già in fuga verso un’automobile, ma come un padre, un marito, un nonno, un lavoratore incensurato di settantadue anni. Salvini lo ha detto esplicitamente, chiedendo che l’intero centrodestra si facesse promotore della grazia perché, parole sue, non è possibile avere un nonno in carcere invece che con i nipotini, mentre in cella dovrebbero starci i delinquenti veri. Tajani e Gasparri si sono accodati definendolo una vittima, il governatore piemontese Cirio si è schierato pubblicamente, e Vannacci, con Futuro Nazionale, ha organizzato sit-in davanti alla Cassazione e distribuito magliette col nome del gioielliere, trasformandolo apertamente in un simbolo elettorale. È stata avviata una raccolta firme trasversale tra i capigruppo di Camera e Senato di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati per sollecitare la grazia, e il deputato Edoardo Ziello ha presentato un emendamento che punta a superare proprio il criterio della proporzionalità tra difesa e offesa, dare più peso alla percezione soggettiva del pericolo da parte di chi reagisce, e limitare i risarcimenti dovuti alle famiglie di chi viene ucciso o ferito durante una rapina.
Su Shu Zou e Liu Chongbing gestori del bar milanese e su Cinzia Dal Pino, invece, la narrazione pubblica è stata molto più timida, costruita più che altro sul registro dell’esasperazione personale, del gesto quasi comprensibile di chi ha subito l’ennesimo torto, senza mai raggiungere la stessa intensità di mobilitazione istituzionale. Nessuna raccolta firme trasversale, nessun ministro che apre un’istruttoria per la grazia, nessun sit-in davanti ai tribunali, nessuna maglietta con il nome di Cinzia Dal Pino o dei due gestori del bar. Eppure, sul piano dei fatti, le dinamiche non sono così diverse: anche lì un pericolo ormai cessato, anche lì una reazione sproporzionata, anche lì persone morte per un furto e non per un’aggressione alla propria incolumità ancora in corso. Io credo che la differenza stia proprio nella cornice narrativa che si presta meglio alla propaganda: il piccolo imprenditore che difende la sua attività contro il crimine predatorio è un’immagine identitaria potentissima, perfettamente coerente con la battaglia securitaria che il centrodestra porta avanti da anni e che rischia oggi di essere scavalcata a destra proprio da Vannacci, in un momento in cui si parla di elezioni politiche anticipate e il tema della sicurezza torna centrale nella competizione persino tra gli stessi alleati di governo.
Il braccio di ferro istituzionale tra Nordio e il Quirinale
Il livello di scontro è salito ulteriormente quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha formalmente avviato l’istruttoria per la concessione della grazia a Roggero, sull’onda della mobilitazione parlamentare del centrodestra. Mattarella lo ha ricevuto al Quirinale nel pomeriggio per ribadire con chiarezza che la concessione della grazia è una prerogativa esclusiva del presidente della Repubblica, come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza numero duecento del 2006, e ha fatto notare, attraverso fonti del Quirinale, che la discussione appare quantomeno prematura visto che non sono ancora state depositate le motivazioni della sentenza della Cassazione. È un richiamo istituzionale netto, arrivato peraltro a pochissima distanza da un altro caso di grazia controverso che aveva già acceso polemiche simili tra governo e Colle.
Il difensore di Roggero, l’avvocato Sergio Novani, ha colto l’occasione per spostare la responsabilità politica sul governo stesso, sostenendo che se la maggioranza avesse davvero voluto incidere sul caso concreto avrebbe dovuto approvare per tempo una riforma della legittima difesa più incisiva, invece di rincorrere ora la clemenza dopo che la strada legislativa non è stata percorsa fino in fondo. È una critica che espone bene la contraddizione di fondo di questa vicenda: si invoca la grazia con toni quasi da emergenza nazionale proprio mentre si ammette, tra le righe, che sul piano legislativo non si è fatto abbastanza in tempo utile. Dall’altra parte del campo, il Movimento 5 Stelle e la deputata Chiara Appendino hanno parlato apertamente di operazione di propaganda, ribadendo che nel caso Roggero i presupposti della legittima difesa non ricorrevano perché i rapinatori erano già in fuga, e invocando piuttosto un rafforzamento della presenza dello Stato sul territorio invece di quello che Appendino ha definito, con parole nette, un inneggiamento al Far West. Anche da Alleanza Verdi e Sinistra è arrivata una critica pungente rivolta al governatore Cirio, accusato di schierarsi per la grazia al gioielliere mentre resta silenzioso sulle condizioni dei minori reclusi nelle carceri italiane, un’ipocrisia selettiva che io trovo, va detto con onestà, argomento tutt’altro che campato in aria.
Che cosa dice davvero la legge, requisito per requisito
Io lo ripeto perché è il cuore giuridico di tutta questa vicenda e nessuna narrazione politica, di destra o di sinistra, può cambiarlo. L’articolo 52 del codice penale, in vigore dal 1930 e modificato solo nel 2006 e nel 2019 senza mai toccarne l’impianto fondamentale, stabilisce che non è punibile chi ha commesso un fatto perché costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa. Dentro questa frase convivono tre condizioni che devono sussistere tutte insieme, nello stesso istante, senza eccezioni.
La prima è l’attualità del pericolo: la minaccia deve essere concreta e in corso proprio nel momento in cui si reagisce, non un torto già subito e concluso. La seconda è la necessità della reazione: bisogna dimostrare che non esisteva altra via percorribile, che scappare, barricarsi o chiamare le forze dell’ordine non erano opzioni disponibili. La terza è la proporzionalità tra offesa e difesa: non si può rispondere a un danno patrimoniale con la morte o il ferimento grave di una persona, perché il valore giuridico della vita umana resta, nella gerarchia costituzionale dei nostri valori, incommensurabilmente superiore al valore di un bene materiale.
Nel caso Roggero, come nel caso Dal Pino e in quello del bar milanese, il pericolo si era già esaurito nel momento della reazione fatale: i rapinatori di Grinzane Cavour stavano fuggendo in auto, uno già al posto di guida e due che stavano salendo, il ladro che aveva scippato Dal Pino si stava allontanando a piedi, Eros Di Ronza stava scappando dal bar dopo aver forzato la saracinesca. In nessuno dei tre casi esisteva più un’aggressione in corso da respingere. Le immagini delle telecamere di sorveglianza, nel caso Roggero, riprese sia dall’impianto del negozio sia da quello di un vicino ufficio postale, hanno documentato con precisione quella sequenza, togliendo qualsiasi margine di ambiguità interpretativa: il gioielliere avrebbe potuto chiudersi nel negozio, che disponeva di porte e vetri blindati, e attendere le forze dell’ordine, invece ha scelto di inseguire i tre rapinatori in strada e sparare numerosi colpi.
Il nostro codice penale, all’articolo 90, stabilisce inoltre che gli stati emotivi e passionali, la rabbia, la paura, l’esasperazione accumulata dopo rapine precedenti, non riducono né cancellano la responsabilità penale, salvo il caso estremo, qui non ricorrente in nessuno dei tre processi, di una totale incapacità di intendere e di volere dimostrata da perizie psichiatriche rigorose. Questo vale identico per Roggero, per Dal Pino e per Shu Zou e Liu Chongbing, indipendentemente da quanto la loro storia personale si presti a essere raccontata con più o meno empatia mediatica. Ed è per questo che, sul piano strettamente giuridico, la pena di Roggero, pur già ridotta rispetto al minimo edittale di ventun anni previsto per l’omicidio volontario grazie alle attenuanti generiche e della provocazione, resta una condanna coerente con l’impianto normativo vigente, tanto quanto lo sono quelle, ancora non definitive, di Dal Pino e di Shu Zou e Liu Chongbing.
Il rischio reale di allargare ancora i paletti
L’emendamento Ziello, che punta a superare il criterio della proporzionalità e a dare peso prevalente alla percezione soggettiva del pericolo, mi sembra la sintesi perfetta del rischio che corriamo se si continua su questa strada. Se la valutazione della legittima difesa si sposta dal piano oggettivo, quello che un giudice accerta guardando fatti, telecamere, tempistiche, al piano puramente soggettivo di quanto si è sentito minacciato chi ha reagito, si apre una porta pericolosissima. Chiunque può dichiarare di essersi sentito in pericolo di vita anche davanti a un ladro che sta scappando con un pacchetto di gratta e vinci, e a quel punto la proporzionalità tra un danno patrimoniale e una vita umana evapora del tutto. Aggiungere a questo la proposta di eliminare i risarcimenti dovuti alle famiglie di chi viene ucciso o ferito significa, di fatto, disincentivare qualunque cautela nella reazione, perché si toglie anche l’ultimo argine economico che oggi impone una riflessione, per quanto tardiva, sulla proporzione della violenza usata.
Vale la pena ricordare che l’Italia non ha, per scelta costituzionale precisa, una cultura delle armi diffusa come quella statunitense: l’uso legittimo della forza resta un monopolio dello Stato esercitato dalle forze dell’ordine, non un diritto individuale sancito da un secondo emendamento che qui semplicemente non esiste. Allargare ulteriormente i paletti della legittima difesa non significherebbe proteggere meglio i cittadini onesti, significherebbe autorizzare implicitamente una escalation di violenza privata in cui a pagare il prezzo più alto, prima o poi, sarebbe anche chi si difende, non solo chi delinque. Io non credo che l’Italia abbia bisogno di cittadini più armati e più legittimati a sparare, credo che abbia bisogno di uno Stato più presente sul territorio, esattamente il punto sollevato da Appendino, che per una volta condivido senza remore.
Il vero fallimento è un altro, e nessuno lo cavalca politicamente
Mentre la politica si accapiglia sulla grazia a un solo uomo, resta fuori dal dibattito il tema che io considero davvero decisivo: che cosa succede a chi entra in carcere in Italia, chiunque esso sia. L’articolo 27 della Costituzione impone che le pene tendano alla rieducazione del condannato, non alla punizione fine a se stessa, non alla vendetta sociale mascherata da giustizia. Ma i numeri raccontano un sistema che tradisce sistematicamente questo principio. Il tasso di recidiva stimato dal Cnel si attesta intorno al sessantotto per cento, il sovraffollamento reale nelle carceri italiane supera stabilmente il centotrenta per cento della capienza regolamentare, con istituti che toccano punte oltre il duecento per cento, e i dati dell’associazione Antigone mostrano che, tra le decine di migliaia di detenuti presenti negli istituti italiani, poco più del quaranta per cento si trova alla prima carcerazione: tutti gli altri sono già passati da lì, molti dalle una alle quattro volte, altri tra cinque e nove volte, una quota non trascurabile addirittura oltre dieci volte.
Solo una minoranza dei detenuti lavora davvero durante la detenzione, meno di un terzo del totale, e la stragrande maggioranza di questi lo fa alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria stessa, spesso in mansioni con scarsissima spendibilità una volta fuori. Appena una piccola percentuale frequenta corsi di formazione professionale realmente utili, e solo una minima parte arriva a percorsi scolastici o universitari. Le misure alternative alla detenzione, quelle che tutti gli studi indicano come le più efficaci contro la recidiva perché consentono percorsi di reinserimento reale, sono in calo anziché in crescita negli ultimi anni, nonostante costino meno allo Stato e producano risultati migliori sul piano della sicurezza collettiva.
Roggero, settantadue anni, entrerà probabilmente in carcere solo per un periodo limitato prima di ottenere i domiciliari grazie all’età avanzata, come consente l’ordinamento penitenziario per chi ha superato i settant’anni. Ma il punto non è lui: il punto è che se davvero si vuole ridurre il numero di rapine, furti e scippi che scatenano queste tragedie a catena, la soluzione non è armare simbolicamente e giuridicamente i cittadini, è rendere finalmente efficace un sistema penitenziario che oggi restituisce alla società, nella maggioranza dei casi, esattamente le stesse persone che vi sono entrate, spesso peggiorate dall’esperienza detentiva invece che recuperate. Su questo, però, non vedo raccolte firme, non vedo sit-in, non vedo magliette con nomi e slogan. Perché non porta voti, porta solo fatica. E la pancia degli italiani, lo sappiamo tutti benissimo, la fatica non la vuole mai.




