Lo slip che fa più chilometri di certe polemiche

Lo slip che fa più chilometri di certe polemiche
Il post virale sulle divise delle staffette azzurre agli Europei racconta una costrizione che non esiste. Il regolamento lascia scegliere. Ecco perché lo slip non è un obbligo ma una preferenza tecnica delle atlete, e chi dice il contrario mente.

Guardo lo screenshot che gira da giorni sui social partito da una pagina Facebook, quello con la scritta “Notate niente?” sopra due foto delle staffette azzurre agli Europei di Birmingham. Sopra, quattro ragazzi con canotta lunga e pantaloncino scuro fino al ginocchio, sotto, quattro ragazze con top corto e uno slip sgambato. Il messaggio implicito è chiaro come il sole di agosto: guardate come costringono le donne a spogliarsi mentre gli uomini restano vestiti. Migliaia di condivisioni, migliaia di commenti indignati, la solita liturgia social fatta di tre punti esclamativi e l’emoji con gli occhi sgranati. Peccato che quel post, letto con un minimo di onestà intellettuale, sia una delle bufale meglio confezionate degli ultimi mesi in tema di sport.

Perché basterebbe controllare e leggere i regolamenti, cosa che a quanto pare in pochi fanno prima di premere condividi, e la realtà smonta pezzo per pezzo la narrazione della costrizione.

Il regolamento che nessuno ha letto

Chi grida alla discriminazione dovrebbe prima aprire il regolamento tecnico di World Athletics, la federazione internazionale che governa l’atletica leggera mondiale. La regola 5.1, quella che disciplina l’abbigliamento da gara, dice sostanzialmente questo: l’abbigliamento deve essere pulito, non trasparente anche se bagnato e indossato in modo da non risultare sconveniente. Non c’è scritto da nessuna parte che le donne devono correre in slip e gli uomini in pantaloncino lungo. Non c’è scritto niente sul taglio, sulla lunghezza, sulla percentuale di pelle scoperta. La regola è talmente generica che, come hanno fatto notare anche testate specializzate internazionali come LetsRun, ci passerebbe sotto un autobus.

Questo significa una cosa semplicissima che il post virale si guarda bene dal dire: non esiste alcun obbligo federale che imponga alle atlete lo slip. Esiste un catalogo, fornito dalla federazione nazionale e dallo sponsor tecnico (nel caso azzurro, On), che mette a disposizione più opzioni. Top corto più slip a vita alta, certo, ma anche canotta classica con pantaloncino ampio come gli uomini, canotta con pantaloncino aderente tipo ciclista, e persino il body integrale a gamba corta o lunga. L’unico vincolo reale, nelle staffette, è che i quattro frazionisti dello stesso sesso indossino la stessa combinazione cromatica e di design, non che indossino per forza il taglio più succinto del catalogo. Se una velocista vuole correre in pantaloncino aderente o in tuta intera, può farlo. Punto e a capo.

Perché allora quasi tutte scelgono lo slip

Qui arriva la parte che il post con la faccina indignata proprio non vuole affrontare, perché smonta l’intero impianto vittimistico: se la maggioranza delle sprinter di vertice sceglie top e slip, lo fa per ragioni tecniche precise, non perché qualcuno gliele infila con la forza.

Il primo motivo è lo sfregamento del tessuto tra le cosce durante la cadenza di corsa, quello che in gergo tecnico si chiama chafing e che chiunque abbia mai corso per più di dieci minuti sa quanto possa rovinare una prestazione o, nei casi peggiori, la pelle stessa. Meno tessuto significa meno superficie di attrito nel punto più sollecitato del corpo durante lo sprint, l’articolazione dell’anca, che nello slip ha la massima libertà di escursione senza resistenza elastica. Il secondo motivo è la termoregolazione: meno tessuto a contatto con la pelle sudata significa dispersione del calore più rapida, un dettaglio che pesa eccome quando si corre sotto il sole di luglio in una gara che dura dieci secondi ma richiede un riscaldamento di quaranta minuti. Il terzo motivo, quello che stupisce sempre chi non segue la parte più tecnica dello sport, riguarda l’aerodinamica: i test in galleria del vento dimostrano che i tessuti a compressione integrale sono addirittura più aerodinamici della pelle nuda, il che spiega perché tanti velocisti maschi e femmine scelgono, quando possono, il body attillato piuttosto che lo slip. Sui 400 metri e sulle distanze veloci l’impatto della resistenza dell’aria pesa meno della preferenza individuale di comfort, ma il punto resta: la scelta ha sempre una base funzionale, non estetica.

L’origine del divario visivo, quella vera

Non voglio fare il finto equidistante col teorema del tutto giustificato a prescindere, perché la falsa equidistanza è proprio quello che questo spazio rifiuta. Il divario visivo tra le uniformi maschili e femminili nell’atletica esiste davvero, ed è figlio di una storia precisa che parte dagli anni Ottanta e Novanta, quando i marchi sportivi hanno iniziato a promuovere kit femminili sempre più minimali ed elasticizzati, costruendo uno standard estetico che le atlete hanno interiorizzato fin dalle categorie giovanili. È marketing, è tradizione, è un’abitudine di spogliatoio che si tramanda da una generazione di velociste all’altra fino a diventare, per la maggior parte di loro, la divisa standard associata a leggerezza e comodità. Su questo la critica storica e culturale ci sta, eccome. Quello che non ci sta, quello che mi fa saltare i nervi ogni volta che lo leggo sotto forma di meme indignato, è il salto logico che trasforma un’abitudine consolidata, frutto di decenni di scelte individuali e collettive delle atlete stesse, in una costrizione imposta dall’alto contro la loro volontà.

Chi urla alla costrizione mente sapendo di mentire

E qui arrivo al punto vero di questo pezzo, perché di analisi tecniche se ne trovano tante in giro, ma di gente disposta a dire le cose come stanno ce n’è poca. Chi pubblica quel post con “Notate niente?” sta costruendo un messaggio deliberatamente fuorviante. Sta facendo passare l’idea che le atlete siano costrette a spogliarsi mentre gli uomini restano coperti per pudore o per libertà di scelta, quando la realtà è che sia gli uomini sia le donne hanno esattamente lo stesso catalogo di opzioni a disposizione, e la differenza nasce da preferenze individuali maturate su basi tecniche e di abitudine, non da un’imposizione di genere. È una manipolazione bella e buona, del tipo che funziona benissimo sui social perché sfrutta l’indignazione facile, quella che non richiede di aprire un regolamento o di fare una ricerca di dieci minuti prima di condividere.

E se dall’altra parte c’è chi grida alla costrizione ignorando i fatti, dall’altra ancora c’è chi commenta dicendo che le atlete indossano lo slip per scelta puramente estetica, per piacere, per esibizionismo. Anche questa lettura è fuori di testa, e la trovo altrettanto irritante della prima. Suggerire che una ventenne che si allena due volte al giorno per anni, che sacrifica weekend e vacanze per correre i quattrocento metri in meno di cinquantatré secondi, scelga la propria uniforme da gara pensando a come apparire su Instagram piuttosto che a come correre più veloce, è un’offesa mascherata da complimento. È lo stesso meccanismo mentale di chi guarda una nuotatrice in costume aderente e pensa alla forma del corpo invece che alla resistenza idrodinamica. Se un’atleta sceglie un capo, e ha decine di alternative tra cui scegliere, la spiegazione più probabile e più rispettosa della sua intelligenza è che quel capo funzioni meglio per la sua gara, non che le piaccia mostrarsi.

Il capitolo che il dibattito social ignora del tutto

C’è poi un pezzo di questa storia che il dibattito da bacheca social non tocca mai, forse perché complica troppo la narrazione binaria vittima-carnefice, ed è quello della libertà religiosa. Il regolamento di World Athletics, proprio perché lascia ampio margine sulla foggia dell’abbigliamento, permette da tempo alle atlete musulmane di gareggiare con un outfit coerente con il proprio credo, coprendo braccia, gambe e capo con tessuti tecnici pensati apposta per la performance sportiva. Esistono linee di hijab sportivi specificamente progettati per la corsa, e il caso della velocista americana Noor Alexandria Abukaram, squalificata da una gara scolastica di corsa campestre proprio per aver indossato l’hijab senza un’apposita autorizzazione, ha aperto un dibattito internazionale che ha portato diverse federazioni a rivedere quelle regole assurde. In Francia, per fare un altro esempio che ha fatto discutere fino ai Giochi Olimpici, il divieto nazionale di indossare simboli religiosi visibili durante le competizioni interne ha messo in difficoltà atlete come la velocista Sounkamba Sylla, che ha dovuto rinunciare all’hijab per gareggiare sotto la bandiera francese mentre altre atlete straniere lo indossavano tranquillamente nello stesso stadio. Ecco, se vogliamo parlare seriamente di libertà di scelta nell’abbigliamento sportivo, il vero terreno di scontro è questo, non lo slip delle velociste che nessuno le obbliga a indossare.

La domanda che nessuno si fa davvero

Alla fine il problema non è mai stato il tessuto. Il problema è che siamo diventati bravissimi a indignarci per la prima immagine che ci passa sotto il pollice, senza fare lo sforzo minimo di andare a verificare se dietro quell’immagine ci sia effettivamente una costrizione o solo una scelta tecnica raccontata male. Le atlete italiane che hanno vinto quella medaglia a Birmingham non stavano subendo niente. Stavano correndo nel modo più efficiente possibile, con l’uniforme che loro stesse, o i loro tecnici, hanno scelto tra decine di alternative disponibili. Chi continua a raccontarla come un sopruso di genere non sta difendendo le donne. Sta solo usando le donne per fare un po’ di numeri sui social, ed è esattamente il tipo di strumentalizzazione contro cui varrebbe la pena indignarsi per davvero.