Premessa doverosa, prima che qualcuno si offenda o si senta chiamato in causa nel modo sbagliato: del romance non mi importa nulla. Non lo leggo, non lo seguo, non ho opinioni sulla qualità di questo o quel titolo, non tifo per nessuna autrice e non ho abbonamenti a nessun blog di lettrici appassionate. Il romance, per me, è un genere letterario come un altro, con il suo pubblico, le sue convenzioni, le sue dinamiche interne, e tutto il rispetto per chi lo scrive e per chi lo legge.
Detto questo, quello di cui voglio parlare oggi non ha niente a che fare con il romance in sé. Ha a che fare con qualcosa di molto più semplice, molto più antico e molto più brutto: il bullismo organizzato, la strumentalizzazione di una piattaforma commerciale come arma, e l’uso distorto di una parola che ha un significato preciso che evidentemente non tutti conoscono, il plagio.
La storia, brevemente
Una scrittrice, Erika Castigliano, autopubblica i propri libri su Amazon da circa dieci anni. Manda il suo romanzo “Come un graffio sul cuore” a un blog di lettrici chiamato Romance Book, come si usa fare in questo ambiente: le autrici self-published inviano le anteprime ai blog di settore, i blog leggono e decidono se recensire o meno. Romance Book decide di non procedere con la promozione del libro, sostenendo che presenti troppe somiglianze con “Un graffio sul cuore” di Ella Kintsugi, un’autrice che è anche contributor del blog stesso.
Le somiglianze citate sono (secondo il blog) titolo simile, struttura temporale analoga, stessi trope narrativi, ambientazione americana, farfalla in copertina. Quello che segue è una valanga di segnalazioni ad Amazon per presunto plagio. Amazon, fedele alla propria politica di togliersi i problemi con la massima velocità e il minimo sforzo, banna prima il libro e poi l’intero account dell’autrice. Dieci anni di lavoro cancellati. Prima di andare avanti con l’articolo vorrei sottolineare che non accuso nessuno se non la tempistica dei fatti che ha dell’incredibile, quando la casualità diventa protagonista.
Bene, mi fermo nel raccontare la cronaca, perché la cronaca non è il punto. Il punto è tutto quello che c’è intorno.
La parola “plagio” non significa quello che pensate
Cominciamo dalle basi, perché mi sembra necessario. Il plagio, nella sua accezione giuridica e letteraria, consiste nella riproduzione sostanziale di un’opera altrui spacciandola per propria. Non è una somiglianza di titolo. Non è la condivisione di un elemento grafico come una farfalla. Non è il fatto che due romanzi usino le stesse convenzioni di genere, gli stessi trope, la stessa struttura narrativa. Il romance ha un repertorio di trope codificatissimo, second chance, forced proximity, enemies to lovers, e chi più ne ha più ne metta, che sono per definizione condivisi da migliaia di opere. È la grammatica del genere, usarli non è plagio, è scrivere romance.
Ma andiamo oltre il romance, perché il problema dei titoli simili e delle trame affini non riguarda certo solo questo genere. Nel cinema ci sono stati due film chiamati Twilight, e nessuno ha segnalato Paul Newman. Crash è uscito nel 1995 e poi di nuovo nel 2004. Bad Boys nel 1983 e nel 1995. Rush è un titolo usato più volte come Heat. Armageddon e Deep Impact sono usciti nello stesso anno, 1998, con una trama praticamente identica: asteroide in rotta di collisione con la Terra, missione suicida per salvare il pianeta. A Bug’s Life e Antz, 1998, stessa premessa, stessa stagione. Nel mondo musicale, Stay è il titolo di brani di Rihanna, Justin Bieber e Lisa Loeb. Hello lo hanno firmato sia Adele che Lionel Richie. Nel mondo dei libri, Twilight è uscito nel 2005 e nel 2006 con autori diversi. The Gift è un titolo condiviso da Lewis Hyde nel 1983 e Danielle Steel nel 1994. The Secret appartiene sia a Rhonda Byrne nel 2006 che a Eva Hoffman nel 2002. Qualcuno ha segnalato Danielle Steel su Amazon? Qualcuno ha organizzato una campagna di report contro Rhonda Byrne?
La risposta è no, e la ragione è molto semplice: nessuno di quei casi riguardava una community chiusa, piccola, in cui una delle parti coinvolte era anche una collaboratrice di un blog del settore.
Chi dà il segnale?
Qui arriviamo al punto che mi interessa di più, quello che trovo sociologicamente più rilevante e anche più inquietante. Le segnalazioni massive ad Amazon non avvengono spontaneamente. Non ci si sveglia la mattina e si decide di andare a segnalare il libro di una scrittrice che probabilmente non si conosce nemmeno. Soprattutto quando parliamo di libri che non hanno una distribuzione nazionale, non sono in classifica, non sono discussi sui giornali mainstream. Quella visibilità non c’è. Quello che c’è, invece, è una rete, una community, un gruppo che si muove in modo coordinato. Qualcuno ha dato il segnale. Qualcuno ha detto, in modo diretto o indiretto, “andate a segnalare”. E la gente è andata.
Questo è il meccanismo che mi preoccupa, non la disputa letteraria in sé. È la capacità di una community organizzata di trasformare Amazon in un’arma. Amazon è una piattaforma che gestisce milioni di account e quando arriva una valanga di segnalazioni per “plagio” non ha né il tempo né l’interesse a verificare se le accuse siano fondate. Banna. È più comodo. Il problema si risolve togliendo di mezzo il problema, anche se il problema è una persona che ha lavorato dieci anni per costruire qualcosa su quella piattaforma. Tutto cancellato, nel giro di qualche giorno, sulla base di segnalazioni che, come ho già spiegato, non reggerebbero nemmeno a una prima lettura del significato della parola plagio.
L’insicurezza di chi attacca
C’è un altro aspetto che non riesco a ignorare, ed è quello che riguarda la logica di fondo di tutta questa vicenda. Supponiamo, per un momento e per pura ipotesi, che le somiglianze siano reali e significative quanto sostenuto. Supponiamo che davvero ci sia qualcosa di problematico nel fatto che due libri abbiano un titolo simile, trope simili e una farfalla in copertina. Qual è la risposta proporzionata a questo problema? Declinare la promozione, come ha fatto il blog. Fine. La questione si chiude lì. Nessuno è obbligato a promuovere nessun libro, e il blog ha tutto il diritto di scegliere cosa recensire e cosa no, oppure recensire e dare un parere negativo. Lo devo ricordare che tecnicamente il compito di un blog che recensisce è appunto recensire dando delle opinioni positive o se serve negative?
Quello che non ha senso, quello che rivela qualcosa di molto più profondo e molto meno presentabile, è passare dalla scelta editoriale alla campagna di eliminazione. Perché si arriva lì? Perché si teme che il pubblico, quel pubblico che dovrebbe essere fedele e riconoscente, possa permettersi di leggere anche un altro libro? Perché si percepisce una scrittrice con trope simili non come una collega che lavora nello stesso genere, ma come una minaccia esistenziale? Eppure un lettore non è un automa. Un lettore che ama il romance non sceglie un libro invece di un altro come se stesse comprando uno e un solo smartphone per i prossimi cinque anni. Legge. Legge tanto. Probabilmente avrebbe letto entrambi i libri, se entrambi fossero scritti bene. Avrebbe trovato le differenze, avrebbe avuto le sue preferenze, avrebbe lasciato le sue recensioni. Il mercato avrebbe fatto il suo corso.
Invece no. Si è preferito eliminare la concorrenza. Non batterla, non superarla, non lasciarla al giudizio dei lettori. Eliminarla. E questo racconta molto più di qualsiasi somiglianza di titolo.
Blogger non si diventa
C’è una cosa che voglio dire a margine, e la dico senza troppi giri di parole. C’è una differenza enorme tra chi fa informazione culturale con serietà, con trasparenza, dichiarando i propri legami e i propri conflitti di interesse, e chi costruisce una piccola corte di potere in una nicchia e la usa per decidere chi può esistere e chi no.
Gestire un blog è una cosa bellissima e rispettabilissima. Ma un blog ha anche delle responsabilità, blogger non si diventa per il fatto di avere un blog. Blogger, nel senso più nobile del termine, si nasce quando si è disposti a dire anche le cose scomode, quando si ha l’onestà di dichiarare quando si ha la pelle in gioco, quando si rifiuta di usare la propria piattaforma come uno strumento di regolamento dei conti.
E qui voglio essere chiaro su una cosa, perché non voglio che questo ragionamento venga letto come un attacco a un blog specifico. Non lo è. È un discorso che faccio sul mondo dei blogger in generale, un mondo che conosco bene, e lo dico senza presunzione ma con la cognizione di chi ci lavora da anni, di chi ha costruito e lanciato decine di piattaforme, di chi sa cosa vuol dire fare questo mestiere sul serio.
E proprio per questo mi irrita profondamente sentire chiunque dire “sono un blogger”, “sono una blogger”, come se bastasse aprire un sito o un profilo per acquisire un titolo e con quel titolo un’autorità. No, non funziona così. O almeno, non dovrebbe. Perché dietro la parola blogger, quella vera, c’è qualcosa che si chiama etica e c’è qualcosa che si chiama deontologia, che è la parola più sconosciuta dell’intero vocabolario digitale.
La deontologia non è una formalità burocratica, è la bussola che dovrebbe guidare chiunque si metta nella posizione di influenzare l’opinione altrui, di promuovere o affossare il lavoro di qualcuno, di costruire una community intorno alla propria voce. Senza quella bussola non sei un blogger. Sei qualcuno con un sito.
Il bullismo ha sempre lo stesso schema
Quello che è successo a Erika Castigliano ha un nome preciso: bullismo. Non nell’accezione vaga e abusata con cui questa parola viene usata oggi per descrivere qualsiasi disagio interpersonale, ma in quella tecnica e specifica: un soggetto più vulnerabile, una scrittrice indipendente senza casa editrice alle spalle, senza ufficio stampa, senza avvocati, viene presa di mira da un gruppo organizzato che usa il suo peso numerico per causarle un danno concreto e misurabile. Il danno è reale: un account cancellato, dieci anni di lavoro polverizzati, un’entrata economica azzerata. Non è una lite sui social. È un attacco coordinato con conseguenze materiali.
E lo schema è quello classico: si trova una giustificazione che suona ragionevole, in questo caso la somiglianza tra i libri, la si amplifica, la si trasforma in una causa collettiva, e poi si colpisce. La giustificazione non deve essere vera. Deve solo essere abbastanza credibile da far sentire il gruppo al sicuro sul piano morale. “Segnalo perché c’è stato un plagio” suona meglio di “segnalo perché qualcuno mi ha detto di farlo” o peggio ancora di “segnalo perché quella scrittrice è diventata scomoda per qualcuno che seguo”.
Vale la pena ricordare, a questo punto, che Amazon su richiesta può fornire informazioni sulle segnalazioni ricevute. Non è detto che lo faccia sempre, non è detto che le informazioni siano esaustive, ma la possibilità esiste. Chiunque si trovi in una situazione simile dovrebbe sapere che non è necessariamente senza strumenti.
Cosa ci dice questa storia
Questa storia mi interessa non per il romanzo, non per il titolo, non per la farfalla sulla copertina. Mi interessa perché è uno specchio perfetto di come funzionano oggi certi meccanismi di potere nelle community digitali di nicchia. Sono mondi piccoli, con le loro gerarchie, i loro influencer di riferimento, le loro regole non scritte. E in quei mondi piccoli, paradossalmente, il potere di fare danni reali a persone reali è sproporzionato rispetto alle dimensioni della scena. Non servono milioni di follower per distruggere il lavoro di anni di una persona. Ne bastano qualche centinaio, coordinati bene, con un algoritmo di segnalazione che non fa domande.
Quello che trovo più inquietante non è neanche il singolo episodio, è la normalizzazione. È il fatto che in certi ambienti questa dinamica sia considerata accettabile, quasi fisiologica, come se la colpa fosse della vittima. Come se avere un titolo che assomiglia a un altro titolo, cosa che, ho già dimostrato, accade in ogni forma d’arte in ogni epoca della storia, fosse una giustificazione sufficiente per organizzare una caccia alle streghe digitale.
Non lo è e non lo sarà mai. E chi partecipa a queste campagne, magari convinto di diendere qualcosa di giusto, dovrebbe chiedersi se sta davvero valutando i fatti o se sta semplicemente seguendo il segnale di qualcuno che aveva tutto l’interesse a darglielo.




