Gli influencer del degrado e l’ipocrisia di chi finge di scandalizzarsi

Gli influencer del degrado e l'ipocrisia di chi finge di scandalizzarsi
Una riflessione sull’ipocrisia che circonda i cosiddetti “influencer del degrado”: non il fatto in sé, ma il modo in cui indignazione, visibilità e monetizzazione vengono usate solo quando fanno comodo.

C’è una parola che in questa storia mi pesa più della notizia stessa, più del quartiere coinvolto, più dei nomi messi in mezzo da RomaToday. È una parola che suona indignata, quasi tecnica, ma che in realtà è una condanna morale mascherata da definizione giornalistica: “influencer del degrado”.

Una dicitura che profuma di scandalo, di denuncia, di presa di distanza. Ma che a guardarla bene racconta molto di più di chi la usa che di chi viene descritto. Perché se voglio fare un’analisi onesta, e qui di onestà ce n’è poca in giro, il punto non è San Lorenzo, non è l’attacco al municipio, non sono nemmeno i singoli personaggi coinvolti.

Il punto è la semantica dell’indignazione selettiva. Quella che si attiva solo quando serve prendere le distanze da un fenomeno che, nella sostanza, è identico a tutti gli altri che quotidianamente popolano i nostri feed senza che nessuno ci trovi niente da ridire.

Chi sono davvero gli “influencer del degrado”

Partiamo da una cosa semplice, senza fingere di non sapere come funziona il mondo. Gli influencer del cosiddetto degrado sono persone che da anni frequentano metro, stazioni, quartieri difficili, zone ad alta microcriminalità. Documentano borseggi, truffe, scippi, situazioni borderline. Lo fanno con lo smartphone in mano, con un linguaggio diretto, spesso rozzo, spesso sopra le righe, talvolta discutibile nei modi ma chiarissimo negli obiettivi: mostrare ciò che normalmente viene ignorato.

E qui già capisco dove andrà a parare il discorso, perché il verbo “ignorato” non è casuale. Quelle situazioni esistono da anni. Esistevano prima dei video, esisteranno dopo. La differenza è che adesso qualcuno le filma, le pubblica, le fa circolare. E questo, a quanto pare, è il vero problema.

Non è un format nuovo, non è un’invenzione di TikTok, non è nemmeno figlio dell’algoritmo. È, banalmente, la trasposizione social di un meccanismo che esiste da decenni. Chi ha un minimo di memoria televisiva se lo ricorda benissimo: Vittorio Brumotti faceva esattamente questo, con una bici, una telecamera e il marchio Mediaset stampato sopra.

Andava nelle piazze di spaccio, si beccava spintoni, minacce, inseguimenti. E nessuno, dico nessuno, parlava di “degrado monetizzato”, di “speculazione sul disagio”, di “influencer a caccia di views”. Era servizio pubblico. Era denuncia. Era intrattenimento. A volte tutto insieme, senza troppe “seghe mentali”. Anzi, veniva pure applaudito.

Oggi no. Oggi la stessa identica operazione cambia nome e diventa improvvisamente sospetta. Non perché sia cambiata la sostanza, ma perché è cambiato il controllo del racconto. E soprattutto perché a farlo non è più una troupe televisiva con un budget, una redazione e un direttore, ma gente qualsiasi con uno smartphone e un account social.

Il vero problema non è cosa mostrano, ma chi lo mostra

Qui entra in gioco l’ipocrisia di fondo, quella che attraversa tutto questo discorso e che nessuno vuole ammettere apertamente. Dire che questi creator vanno “a caccia di situazioni borderline per monetizzare” significa scoprire l’acqua calda con un tono scandalizzato che non regge nemmeno cinque secondi.

Ve lo dico chiaro: tutti gli influencer, nessuno escluso, cercano situazioni che funzionano. Tutti cavalcano ciò che genera attenzione. Tutti trasformano l’attenzione in numeri. E tutti, quando i numeri crescono, trasformano quei numeri in denaro, collaborazioni, visibilità, opportunità.

È il loro lavoro. È sempre stato così. Cambiano solo i contesti e gli strumenti. Ma il meccanismo di fondo è lo stesso, identico, immutato.

Il travel influencer cerca il tramonto instagrammabile, quello che fa fermare lo scroll, il food influencer cerca il piatto che fa salivare, possibilmente con il formaggio che cola, il fitness influencer cerca il corpo che performa, magari in controluce con la musica giusta, il political influencer cerca l’indignazione giusta al momento giusto, quella che fa scattare i commenti.

E l’influencer del degrado cerca il degrado. Fine. Non perché sia moralmente superiore, non perché sia un paladino della verità, ma perché è quello che funziona per il suo pubblico. Perché c’è domanda. Perché la gente vuole vedere, commentare, indignarsi e condividere.

Fingere di scoprirlo oggi, solo perché la cornice è un quartiere romano e non una spiaggia balinese, è una presa in giro intellettuale. È dire: va bene monetizzare l’attenzione, purché sia l’attenzione giusta. Quella che non disturba, quella che non mette in imbarazzo, quella che non costringe nessuno a rispondere di niente.

La parola “degrado” come alibi morale

C’è poi un altro livello, più sottile e più interessante. La parola “degrado” viene usata come se fosse un’entità astratta, quasi metafisica, qualcosa che esiste solo quando qualcuno la inquadra. Come se premendo “rec” su un telefono si evocasse una realtà parallela che prima non c’era.

Ma io ‘sto giochino non lo reggo, il degrado non nasce con un video, non si materializza quando parte una diretta Instagram. Non è un effetto speciale, esiste già, da anni, ed è sotto gli occhi di chi ci vive e di chi lo attraversa ogni giorno. È la normalità quotidiana per pendolari, studenti, residenti e commercianti. È la metro che prendi la mattina, la stazione dove aspetti il treno, la piazza dove passi per andare a casa.

Il problema, semmai, è che finché resta invisibile va bene. Finché è una routine accettata, un fastidio privato, un’esperienza individuale che non diventa racconto collettivo, non fa notizia. Non disturba. Non costringe nessuno a prendere posizione.

Quando invece diventa contenuto virale, quando gira, quando viene commentato, condiviso, discusso, allora scatta il fastidio istituzionale e mediatico. Non perché il problema venga raccontato male, ma perché viene raccontato fuori controllo.

Non passa più dai canali tradizionali, non è mediato. non è filtrato, non è addomesticato e non c’è un giornalista che contestualizza, un esperto che spiega, un politico che rassicura. C’è solo la realtà nuda, filmata male, commentata peggio, ma tremendamente efficace proprio per questo.

E questo, evidentemente, dà fastidio. Perché smonta la retorica del “stiamo lavorando”, del “siamo consapevoli”, del “è in corso un intervento”. Mostra che no, non è vero. O almeno, non abbastanza.

Il municipio che dice “non abbiamo bisogno di certa gente”

La frase del municipio poi mi ha fatto sorridere per quanto è emblematica, quasi didascalica nella sua sincerità involontaria. “Non abbiamo bisogno di certa gente.”

Che tradotto significa: non abbiamo bisogno di chi racconta queste cose senza chiedere permesso. Non abbiamo bisogno di chi entra, filma, pubblica e se ne va, non abbiamo bisogno di chi mostra senza mediare, di chi denuncia senza proporre soluzioni, di chi disturba senza avere titoli per farlo.

Non è una difesa del quartiere. È una difesa del racconto ufficiale. È il tentativo di dire: lasciate fare a noi, lasciate che siamo noi a stabilire cosa è accettabile mostrare e cosa no, cosa è degno di attenzione e cosa deve restare nell’ombra.

Peccato che questo meccanismo sia saltato da tempo. I social non chiedono autorizzazioni, non aspettano conferenze stampa, non rispettano le narrative istituzionali. Pubblicano, basta. E il pubblico decide cosa guardare, cosa condividere, cosa far diventare caso.

E questo dà fastidio, soprattutto quando a raccontare non sono giornalisti con un tesserino, ma persone “qualsiasi”, magari sgraziate, magari eccessive, magari lontane anni luce dalla retorica progressista da salotto o dall’understatement istituzionale.

Perché il sottotesto è sempre lo stesso: se devi parlare di degrado, fallo nel modo giusto. Con il tono giusto. Nei luoghi giusti. Altrimenti diventi parte del problema.

Epstein come cartina tornasole del meccanismo

Il parallelo con il caso Epstein lo voglio fare perché smaschera l’ipocrisia in modo chirurgico, senza possibilità di difesa.

Nel giro di 48 ore, come ha già raccontato nell’articolo precedente, feed di Instagram e TikTok invasi da contenuti su file, liste, nomi, teorie, ricostruzioni. Tutti a parlarne. Tutti improvvisamente esperti di traffici internazionali, di poteri occulti, di collegamenti tra personaggi. Tutti con la faccia seria e la voce impostata, come se stessero conducendo un’inchiesta giornalistica di alto profilo.

E qui la distinzione la faccio io, con precisione. Chi segue quel caso da anni, chi lo studia, chi lo analizza con strumenti adeguati, chi ha dedicato tempo a capire dinamiche, contesti, implicazioni, ha tutto il diritto di parlarne. Anzi, deve farlo.

Ma quando vedo gente che fino al giorno prima vendeva auto online, faceva sketch comici, recensiva ristoranti o parlava di outfit, improvvisarsi analista geopolitico con tono da inchiesta, io non ci sto. Non è informazione. È opportunismo algoritmico. È cavalcare l’onda del momento perché porta views, engagement, crescita di follower.

Ed è esattamente, perfettamente, identicamente lo stesso meccanismo che oggi viene imputato agli influencer del degrado. Con una differenza sostanziale: nel caso Epstein nessuno si è sognato di fare titoli moralizzatori del tipo “i creator del complottismo” o “gli influencer della pedofilia monetizzata”. Nessuno ha detto “sfruttano il dolore delle vittime per fare numeri”.

Perché? Perché quella narrazione faceva comodo. Generava traffico, engagement, dibattito. Faceva sentire tutti parte di qualcosa, informati, consapevoli. E soprattutto, non metteva in imbarazzo nessuna istituzione locale che poi dovesse rispondere di qualcosa.

Quindi il criterio non è etico. Non è morale. Non è nemmeno giornalistico. È pura convenienza narrativa.

Il vero scandalo non è monetizzare, ma fingere di non farlo

Alla fine, il punto centrale lo dico io, ed è così semplice che sembra banale: tutti monetizzano l’attenzione. Tutti. Senza eccezioni. Senza distinguo.

Chi lo fa apertamente, magari pure con un certo cinismo, viene accusato di sfruttamento, speculazione, caccia alle views, chi lo fa con il bollino “informazione” viene assolto, anzi celebrato come servizio pubblico, chi lo fa con il bollino “attivismo” viene persino osannato come esempio virtuoso di citizen journalism.

Ma la sostanza non cambia. Cambia solo il linguaggio con cui ci raccontiamo di essere diversi, migliori, più puliti. Cambia la cornice, il tono e l’imballaggio. Il contenuto resta identico: trasformare attenzione in valore, in qualsiasi forma quel valore si manifesti.

E quindi no, per me il problema non sono gli influencer del degrado. Il problema è un sistema che accetta la spettacolarizzazione solo quando è gestita dai soggetti giusti, con il tono giusto, nel perimetro giusto, attraverso i canali giusti.

Tutto il resto diventa improvvisamente “sfruttamento”, “caccia alle views”, “speculazione sul disagio”. Come se esistesse un modo nobile di fare visualizzazioni e un modo ignobile. Come se il confine fosse morale e non semplicemente estetico, di classe, di linguaggio.

È una distinzione comoda, rassicurante, profondamente falsa, serve solo a mantenere il controllo su chi ha diritto di raccontare cosa e in che modo. Il resto è narrazione.

Quello che penso davvero

Se vogliamo essere onesti fino in fondo, dovremmo smettere di fingere che esistano influencer buoni e influencer cattivi in base al contesto che raccontano o al modo in cui lo fanno.

Io la vedo così: esistono solo contenuti che funzionano e persone che li producono. Il resto sono categorie morali appiccicate a posteriori per giustificare fastidi che hanno altre radici.

Il degrado non nasce dai video. Non nasce dalle dirette, dai reel, dalle stories. Nasce dall’abbandono, dall’incapacità, dall’indifferenza, dalla mancanza di soluzioni vere. Nasce da scelte politiche, da priorità sbagliate, da risorse male distribuite.

I video, semmai, lo rendono visibile. Lo trasformano da esperienza individuale a fenomeno collettivo. Lo mettono sotto gli occhi di chi preferiva non guardare. E questo, a quanto pare, dà più fastidio del problema stesso.

Perché quando una società si scandalizza più per chi accende una telecamera che per ciò che quella telecamera mostra, io mi faccio una domanda, forse il degrado vero non è quello inquadrato. È quello che preferiamo non vedere, non nominare e non riconoscere.

Ed è esattamente lì, in quello spazio di rimozione volontaria, che si annida l’ipocrisia più grande. Quella che fa finta di indignarsi per chi mostra, mentre chiude gli occhi su chi ha lasciato che le cose arrivassero a quel punto.