Ci sono fatti di cronaca che sono talmente violenti, talmente definitivi, da non aver bisogno di niente altro. Nessuna cornice, nessuna amplificazione, nessuna morale da social network. Dovrebbero imporre silenzio, tempo, rispetto. Invece accade quasi sempre l’opposto. È successo ad Anguillara Sabazia, ed è successo in modo esemplare, nel senso peggiore del termine.
Un femminicidio brutale, ventitré coltellate, un corpo nascosto, un bambino che perde la madre, un uomo che confessa, una famiglia che crolla e, pochi giorni dopo, due genitori che si tolgono la vita. Una sequenza che non è solo una tragedia familiare, ma una frattura morale, una valanga che travolge tutto quello che incontra. Eppure, invece di fermarci davanti a questa voragine, abbiamo fatto quello che sappiamo fare meglio: parlare, commentare, giudicare, scandagliare, cercare colpe ovunque, possibilmente a distanza di sicurezza, dietro una tastiera.
Io parlo da uomo della strada. Non da magistrato, non da sociologo, non da opinionista da salotto televisivo. Parlo come uno che legge, ascolta, osserva, e a un certo punto non riesce più a fare finta di niente davanti al modo in cui una tragedia viene trasformata in spettacolo permanente.
Il fatto, nudo e crudele, basterebbe già da solo
La storia, nei suoi elementi essenziali, è chiara ed è agghiacciante. Federica Torzullo scompare. Un paese si stringe, cerca, aspetta. Poi emerge la verità: il marito, Claudio Carlomagno, la uccide durante una lite legata alla separazione e all’affidamento del figlio. Ventitré coltellate non sono un gesto d’impeto, sono un annientamento. Il corpo viene nascosto, il cellulare distrutto, il tentativo di depistaggio è goffo e disperato. Alla fine l’uomo crolla, confessa, viene arrestato.
Già qui ci sarebbe abbastanza da fermare chiunque. Una donna ammazzata in casa, un bambino che rimane senza madre, una violenza che nasce dentro una relazione, come accade troppo spesso. Ma la cronaca non si ferma mai al punto in cui dovrebbe iniziare il rispetto. La cronaca, oggi, è un trampolino. Da lì si salta subito altrove.
La comunità e il bisogno compulsivo di “fare qualcosa”
Subito dopo il fatto, ad Anguillara qualcuno organizza una fiaccolata. Spontanea, dicono. Animata da buone intenzioni, si suppone. Peccato che la famiglia non fosse stata coinvolta, che il sindaco abbia poi chiesto ufficialmente di non farla perché la volontà dei familiari era quella di evitare ulteriore esposizione, ulteriore rumore, ulteriore spettacolarizzazione.
E già qui si vede una prima crepa, che in realtà è una voragine. Questa necessità continua di “fare qualcosa”, di mettersi al centro anche quando il centro dovrebbe essere il dolore altrui. Il protagonismo emotivo, quello che ti fa sentire parte di una storia tragica anche se non lo sei, quello che ti permette di esistere sui social attraverso il lutto degli altri. È una malattia silenziosa, ma diffusissima. E fa danni enormi.
Dai fatti alle persone: quando la colpa diventa ereditaria
Poi accade il passaggio più tossico. Non ci si accontenta più del responsabile diretto. No. Si allarga il cerchio. Si cercano le famiglie, le origini, le biografie, le idee politiche, le frasi dette anni prima. Si scava, si setaccia, si fruga come se ogni tragedia dovesse per forza dimostrare una tesi preesistente.
I genitori di Claudio Carlomagno finiscono nel mirino. Maria Messenio, ex poliziotta, assessora alla sicurezza, legata politicamente a Lega e Forza Italia. Ed ecco che il caso smette di essere un femminicidio e diventa qualcos’altro. Una narrazione perfetta per chi vive di slogan: la punizione divina, il contrappasso, il karma che colpisce chi aveva certe idee su immigrati, rom e sicurezza.
Si rispolverano dichiarazioni passate, si estrapolano frasi, si costruisce una linea narrativa che non ha più niente a che vedere con Federica Torzullo e con la sua morte. Diventa una storia simbolica, una favola morale per adulti cinici. Chi ha sbagliato, paga. E paga tutta la famiglia, perché così funziona nel tribunale permanente dei social.
I commenti: il punto più basso della discussione pubblica
I commenti che arrivano sotto i post, sotto gli articoli, sotto le notizie, sono di una violenza che non ha bisogno di aggettivi. Offese, accuse, insulti, sarcasmo feroce. Gente che brinda metaforicamente al dolore altrui. Gente che invoca la giustizia divina come se fosse un hashtag. Gente che confonde il diritto di parola con il diritto di infierire.
Ed è qui che secondo me si supera una soglia. Perché non si tratta più di criticare idee politiche, ruoli pubblici, responsabilità istituzionali. Si tratta di accanimento. Di una violenza verbale che non ha nulla di civile e che, guarda caso, colpisce sempre chi è già a terra.
Quando poi quei due genitori si tolgono la vita, la reazione non è unitaria. C’è chi si ferma, chi abbassa lo sguardo, chi finalmente tace. E c’è chi raddoppia. Chi parla di “vergogna che non hanno retto”. Chi continua a usare parole come se nulla fosse successo. Come se due corpi appesi in una casa non fossero abbastanza per imporre un limite.
Il ruolo dei media: benzina sul fuoco, sempre
Qui arriva il punto che più mi riguarda come lettore, prima ancora che come commentatore. Il ruolo dei media. Perché va bene prendersela con i commentatori da tastiera, ma qualcuno quel terreno lo prepara. E spesso lo fa consapevolmente.
Titoli al condizionale, articoli pieni di “potrebbe”, “sarebbe”, “forse”. Ipotesi buttate lì, lasciate marcire nel web anche quando vengono smentite. Ricostruzioni parziali, insinuazioni mascherate da prudenza giornalistica. Tutto materiale perfetto per chi vuole complottare, indignarsi, urlare.
Il problema è che quando poi arrivano le conferme ufficiali, le smentite, le rettifiche, nessuno ci torna sopra. Il danno è fatto. Il commento è già stato scritto, condiviso, interiorizzato. E nessuno risponde più delle conseguenze.
La gogna come forma di partecipazione civile
C’è una frase che mi torna spesso in testa leggendo certe cose: “almeno Maria ha capito”. Capito cosa, esattamente? Che il mondo è crudele? Che il giudizio sociale non ha freni? Che la vergogna pubblica può diventare insostenibile?
Qui si scambia la gogna per giustizia. Si confonde l’analisi con la punizione simbolica. Si pretende di assegnare colpe morali retroattive, come se la tragedia fosse una lezione da impartire. E in tutto questo si dimentica una cosa fondamentale: le persone non sono personaggi, e il dolore non è un dispositivo narrativo.
Il bambino, sempre fuori campo
In tutta questa storia, c’è una figura che rimane sempre sullo sfondo, come se desse fastidio. Il figlio di Federica e Claudio. Un bambino che in pochi giorni perde la madre, i nonni, e di fatto anche il padre. Un bambino che crescerà con un vuoto che nessun commento indignato potrà mai colmare.
Ogni parola scritta senza pensare a lui è una parola di troppo. Ogni giudizio lanciato nel vuoto è un macigno che qualcuno dovrà portarsi dietro per anni. Ma questo non interessa quasi a nessuno, perché non fa engagement.
Non è censura, è responsabilità
Qualcuno dirà che tutto questo è libertà di espressione. Che non si può chiedere alla gente di tacere. Che i social sono questo. Io non sto chiedendo il silenzio imposto. Sto parlando di responsabilità. Di autocontrollo. Di quella cosa antica che si chiama decenza.
Non tutto quello che si può dire, va detto. Non tutto quello che si pensa, va scritto. Non tutto quello che è vero, va sbattuto in faccia a chi è già devastato. Questa non è ipocrisia, è civiltà.
Quando il confine si perde
Anguillara non è solo il luogo di un femminicidio. È diventata il laboratorio di un cortocircuito collettivo. Cronaca, politica, social, media, tutto mescolato in un frullatore che non distingue più tra responsabilità individuale e colpa collettiva, tra critica e linciaggio, tra informazione e intrattenimento.
E il problema è che non ci accorgiamo nemmeno più di aver perso il confine. Anzi, lo rivendichiamo. Ci sentiamo dalla parte giusta, sempre. Anche quando stiamo calpestando macerie umane.
L’ultima cosa che resta da dire
Io non assolvo nessuno. Non il marito assassino, non le idee politiche discutibili, non i media che speculano, non chi commenta senza pensare. Ma non mi unisco nemmeno al coro di chi trasforma una tragedia in una morale da affiggere sui social.
Questa storia non ha vincitori. Non ha lezioni edificanti. Ha solo morti, dolore e un bambino che pagherà per tutti. E forse, se c’è una cosa che dovremmo imparare, è che a volte la cosa più giusta da fare non è dire qualcosa. È fermarsi prima. E capire che il silenzio, in certi casi, non è vigliaccheria. È rispetto.




