Un aereo che torna indietro al gate. Portelloni già chiusi, motori quasi accesi, e improvvisamente l’inversione di marcia più assurda che si possa immaginare in un aeroporto. Non un guasto tecnico, non un allarme della torre di controllo, non un passeggero che sta male. La causa è un bambino in piedi sul sedile che rifiuta di allacciarsi la cintura, tra calci, urla e manate che nessuno riesce a fermare. È successo a Victoria, in Canada, su un volo Porter Airlines diretto a Toronto, la sera di giovedì 6 agosto. Il ritardo accumulato ha fatto sforare il coprifuoco dell’aeroporto e il volo è stato cancellato del tutto, con decine di passeggeri rispediti a terra e la partenza rimandata al giorno dopo. Io lo leggo e non mi stupisco per niente, ed è proprio questo il problema.
Perché la notizia in sé, presa isolata, potrebbe sembrare un fatto curioso, uno di quegli episodi da raccontare al bar per la sua assurdità. Ma io non ci casco, perché questa storia non è un caso isolato. È l’ennesimo tassello di un mosaico che si sta componendo da anni sotto i nostri occhi, e che ormai è talmente ampio da non poter più essere ignorato o derubricato a episodio singolo. Io lo vedo, lo vedete anche voi, e lo sappiamo tutti perfettamente anche se in pochi hanno il coraggio di dirlo apertamente.
Non è un aereo, è lo specchio di una generazione di genitori
Quello che mi colpisce di questa vicenda non è il capriccio del bambino, perché i bambini fanno i capricci da quando esiste l’umanità, e questo fa parte della crescita. Quello che mi colpisce, e che trovo francamente inquietante, è l’incapacità totale degli adulti di gestire la situazione. Un genitore, davanti a un rifiuto netto e a una scena di quel tipo, dovrebbe avere gli strumenti, l’autorità e soprattutto la lucidità per intervenire con fermezza. Invece quello che emerge da episodi come questo è un vuoto educativo che si allarga sempre di più, un’assenza di argine che permette al bambino di dettare le regole del gioco anche in un contesto dove le regole non sono negoziabili, perché parliamo di sicurezza aerea, non di un capriccio al supermercato per un pacchetto di caramelle.
Io non voglio fare il pedagogista, perché non ne ho le competenze e nemmeno la presunzione di averle. Ma non serve una laurea in psicologia dell’età evolutiva per capire che quando un bambino di pochi anni riesce a paralizzare un aereo intero, qualcosa a monte si è rotto. E quel qualcosa non riguarda il bambino, che è soltanto lo specchio inconsapevole di un modello educativo che negli ultimi vent’anni ha cambiato completamente forma, spesso in peggio.
La stessa scena, mille volte, nei ristoranti e nei locali
Quello che leggo su questo episodio in aereo io lo vedo replicato ogni settimana nella vita reale, e credo che chiunque legga queste righe abbia vissuto almeno una volta la stessa identica scena. Siete al ristorante, seduti tranquillamente al vostro tavolo, e a un certo punto un bambino inizia a correre urlando tra i tavoli, magari sfiorando i camerieri con i vassoi in mano, magari urtando le sedie degli altri clienti. E i genitori, seduti al proprio tavolo, non intervengono. Non alzano lo sguardo, non richiamano il figlio, continuano la loro conversazione come se quella scena non li riguardasse minimamente.
E guai, dico davvero guai, a farlo notare. Ho letto diversi casi di cronaca in cui un cliente che si è permesso di far presente la situazione a un genitore distratto si è ritrovato coinvolto in una lite, con tanto di spintoni e in certi casi anche di pugni. Questo la dice lunga su quanto il concetto di limite educativo si sia sgretolato, ma dice ancora di più su quanto sia diventato tabù, socialmente pericoloso, anche solo accennare a un genitore che forse dovrebbe intervenire. Siamo arrivati al punto in cui far notare un comportamento sbagliato di un minore equivale quasi a un’aggressione verso la famiglia, e questo capovolgimento dei ruoli mi sembra uno dei sintomi più gravi di questa deriva.
La scuola sotto assedio, i carabinieri come clava
Il discorso, se lo si vuole affrontare con onestà intellettuale, non può fermarsi al ristorante o all’aereo. Bisogna allargare lo sguardo anche alla scuola, dove insegnanti e maestri si trovano sempre più spesso a dover gestire non tanto i bambini quanto i genitori dei bambini. Perché quando un docente prova a rimproverare un alunno per un comportamento scorretto, oppure semplicemente ad applicare una regola disciplinare minima, il rischio concreto è quello di ritrovarsi il genitore sotto scuola a protestare, se non addirittura a minacciare provvedimenti legali.
Ho letto casi in cui si è arrivati fino ai carabinieri, con tanto di esposti e querele contro insegnanti colpevoli soltanto di aver fatto il proprio lavoro. E sappiamo perfettamente come vanno a finire il novantanove virgola nove per cento di questi procedimenti, archiviati perché non c’è nulla di penalmente rilevante. Ma nel frattempo il danno è fatto due volte. Prima perché un sistema giudiziario già oberato si ritrova a dover processare denunce pretestuose che intasano ulteriormente le procure. E poi perché ogni docente che vive sulla propria pelle un episodio del genere impara la lezione sbagliata, cioè che è meglio non intervenire, meglio lasciar correre, meglio evitare lo scontro con la famiglia piuttosto che rischiare di trovarsi in un’aula di tribunale per aver semplicemente fatto rispettare una regola. Il risultato è una scuola che ha dovuto ammorbidire i propri metodi educativi non per scelta pedagogica, ma per pura autodifesa istituzionale.
Il tablet in mano a quattro anni e il vuoto che riempie
C’è poi un altro fenomeno che osservo ogni volta che entro in un ristorante o in un bar, ed è quello di bambini piccolissimi, quattro o cinque anni, completamente imbambolati davanti a un tablet mentre i genitori consumano il pasto in santa pace. Io non sono certo un integralista su questo tema, perché da adolescente ho passato pomeriggi interi davanti al Commodore 64 e all’Amiga, e ho consumato una quantità industriale di videogiochi. Ma la differenza, e credo sia una differenza sostanziale, è che quelle ore davanti allo schermo si alternavano a moltissime altre ore passate all’aria aperta, in cortile, in strada, a giocare con altri bambini senza la mediazione di un dispositivo.
Oggi invece il tablet non è più un momento ricreativo tra tanti, è diventato lo strumento primario di gestione del bambino, il modo più rapido ed efficace per farlo stare tranquillo e in silenzio mentre gli adulti fanno altro. È una scorciatoia comprensibile, lo capisco perfettamente, la vita è frenetica e i genitori sono stanchi. Ma è anche una scorciatoia che ha un prezzo, perché delega a uno schermo un compito che dovrebbe essere educativo, cioè insegnare al bambino a stare seduto, ad aspettare, a interagire con chi ha intorno anche quando si annoia.
Sui social non voglio nemmeno entrare, ma un accenno lo faccio
Non voglio aprire in questo articolo il capitolo di quello che si vede sui social, da TikTok ai reel di Instagram, perché altrimenti non ne usciremmo più e servirebbe un pezzo a parte, forse più di uno. Ma un accenno lo faccio comunque, perché lì secondo me si vede in forma ancora più estrema lo stesso identico problema. Si vede quanto il permissivismo totale, l’assenza di argini, la logica del tutto è concesso purché faccia numeri, stia creando dei modelli comportamentali che poi si riversano nella vita reale, sia nei bambini che li guardano sia negli adulti che li producono o li tollerano.
I bambini di oggi senza regole diventeranno gli adulti di domani senza regole
Chiudo con un pensiero che considero la vera chiave di lettura di tutto questo discorso, e che purtroppo non è confortante. I bambini che oggi crescono senza argini, senza un no pronunciato con fermezza, senza la percezione che esistano delle conseguenze quando si sbaglia, non rimarranno bambini per sempre. Diventeranno gli adulti di domani, e saranno adulti cresciuti nella convinzione che le regole siano un optional negoziabile, che il limite sia sempre un abuso nei propri confronti, che qualunque richiamo vada respinto con rabbia invece che accolto come un’indicazione utile.
Non sto dicendo che la colpa sia sempre e comunque dei genitori, sarebbe una scorciatoia facile e anche ingenerosa, perché il contesto sociale in cui si cresce un figlio oggi è oggettivamente diverso, più complesso, più esposto a pressioni esterne di ogni tipo. Ma dire che il metodo educativo si sia progressivamente sgretolato negli ultimi decenni, questo per me è un fatto evidente, ed è un fatto che episodi come quello dell’aereo cancellato in Canada continuano a certificare uno dopo l’altro. Ne riparleremo, perché purtroppo su questo tema non mancherà mai occasione per tornare a scrivere.




