Sto vedendo in questi giorni su TikTok un’invasione di video sugli “Epstein files” e, più che scandalizzarmi per il tema in sé, mi preoccupa il meccanismo con cui viene trattato, perché è lo specchio perfetto di come funzionano oggi i social: non per capire, non per contestualizzare, ma per arrivare primi sul trend, anche quando non si ha la minima idea di cosa si stia maneggiando.
Non è “la notizia del momento”: è solo diventata virale adesso
La prima cosa che voglio mettere sul tavolo è semplice: non siamo davanti a una rivelazione improvvisa. Chi segue da tempo il caso Epstein sa benissimo che dell’esistenza di email, documenti, contatti e materiali si parla da mesi, in alcuni casi da anni; non è esploso nulla dal nulla, è solo diventato “spendibile” adesso, e quando qualcosa diventa spendibile sui social scatta la corsa all’oro, con la differenza che qui non si sta parlando di un trend innocuo ma di una vicenda complessa, torbida, piena di implicazioni giudiziarie e mediatiche.
Il problema non è parlarne: è improvvisarsi esperti perché lo chiede l’algoritmo
E qui arrivo al punto che mi fa davvero storcere il naso: vedo creator che fino a ieri facevano contenuti su make up, outfit, videogame, reaction e trend audio che oggi si svegliano improvvisamente analisti di un dossier internazionale. Sia chiaro, non sto dicendo che uno debba restare “chiuso” nel proprio recinto, anzi, ma certi argomenti richiedono studio, tempo, contesto, e soprattutto richiedono una cosa che sui social è diventata rarissima: la capacità di dire “non lo so”.
Parlare di Epstein non è come commentare una patch di un videogioco o una nuova palette; è una materia che incrocia potere, soldi, relazioni opache, silenzi, inchieste, possibili depistaggi, e provare a ridurla a un video da 30 secondi con musica drammatica sotto significa fare una cosa sola: semplificare fino a distorcere, e quando distorci, non informi, disinformi.
“C’è anche lui/lei nei file”: la scorciatoia perfetta per creare gogna digitale
La parte più grave, però, è quella in cui alcuni tiktoker “prestati” alla politica (stranamente sempre quando conviene al feed) iniziano con la formula magica: “c’è anche lui”, “c’è anche lei”, “quel nome compare nei file”, buttandola lì senza contesto, senza spiegare cosa significhi davvero “comparire”, in quale forma, con quale peso, con quale attendibilità e soprattutto con quale rilevanza.
Perché questa è la distinzione basilare che sembra essersi persa: citato non vuol dire coinvolto, coinvolto non vuol dire colpevole. Saltare questi passaggi non è una svista, è un modo per far scattare l’associazione mentale che genera commenti, rabbia, schieramenti e condivisioni, cioè esattamente il carburante che l’algoritmo adora.
E qui dobbiamo fermarci un attimo e dire le cose come stanno: cosa succede quando un nome finisce in uno di quei video? Succede che quella persona, anche se completamente estranea ai fatti, diventa “quella degli Epstein files” per sempre. Puoi anche essere assolto, puoi non essere mai stato indagato, puoi essere citato in un documento per ragioni banali tipo aver condiviso un volo charter o essere stato ospite a un evento pubblico, ma la macchia resta. Per sempre.
E questa non è “cancel culture” nel senso in cui la intendono i piagnoni del politicamente corretto: è distruzione reputazionale irreversibile senza processo, senza contraddittorio, senza possibilità di difesa. È un meccanismo da Ancien Régime applicato con la tecnologia del 2025, e dovremmo chiamarlo per quello che è: gogna pubblica con gli strumenti digitali.
Lo dico con un esempio volutamente paradossale, proprio per far capire quanto sia fragile questo metodo: si legge che Epstein ha chiesto i migliori ristoranti di Fregene, non per questo Fregene sarebbe da “radere al suolo” o da etichettare come territorio compromesso. Eppure il ragionamento che vedo fare online è spesso lo stesso, solo applicato alle persone: prendo un nome, lo isolo, lo sbatto in copertina, lo faccio diventare un gancio emotivo e lascio che il pubblico completi il puzzle con la fantasia, e il gioco è fatto.
Quando fai un video del genere non stai “informando”, stai emettendo una sentenza sociale definitiva. E questo dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia un minimo di senso di responsabilità. Ma evidentemente su TikTok il senso di responsabilità è un optional che nessuno ha scelto di installare.
Il vuoto che nessuno nomina: le piattaforme ci guadagnano sempre
Ma facciamo un passo indietro, perché c’è un elefante nella stanza che tutti vedono e nessuno nomina: chi ci guadagna davvero da tutto questo?
TikTok non è un terreno neutro dove casualmente le cose diventano virali: è un sistema costruito apposta per spingere certi contenuti, e guarda caso i contenuti che spinge sono sempre quelli emotivamente carichi, divisivi, semplificati al massimo, quelli che ti fanno fermare lo scroll, reagire, commentare, condividere. L’algoritmo non è un fenomeno naturale come la pioggia: è una scelta imprenditoriale. È un meccanismo progettato a tavolino per massimizzare il tempo che passi sulla piattaforma, e se per farlo deve premiare la disinformazione ben confezionata rispetto al giornalismo serio, lo fa senza battere ciglio.
E mentre i creator si beccano le critiche (giuste, per carità), ByteDance incassa miliardi, e nessuno gli chiede conto di aver costruito una macchina che premia strutturalmente la distorsione della realtà. Perché altrimenti rischiamo di fare la solita sceneggiata: prendiamocela con i pesci piccoli mentre i grossi continuano a nuotare indisturbati.
Non è solo colpa di chi fa il video: è colpa di chi ha costruito il meccanismo per cui fare quel video conviene più di fare informazione seria. È colpa di chi ha progettato un sistema in cui dire “non lo so” equivale a un suicidio algoritmico, mentre sparare sentenze a caso ti porta in homepage.
Dove sono i giornali mentre succede questo?
E poi c’è l’altro grande assente di questa storia: il giornalismo tradizionale. Perché se il tema Epstein esplode su TikTok con video da 30 secondi fatti da gente che ieri parlava di skincare, significa che i giornali hanno fallito nel presidiare lo spazio. O meglio: hanno scelto di non presidiarlo, perché costa fatica, perché richiede competenze, perché un’inchiesta seria non rende abbastanza in termini di click immediati rispetto a un titolo acchiappa-rabbia su qualsiasi altra cosa.
E quindi cosa succede? Che il vuoto lo riempie chi non ha né gli strumenti né l’onestà intellettuale per farlo, ma ha il tempo e la voglia di inseguire la viralità. Il risultato è che oggi la percezione pubblica di un caso giudiziario internazionale si forma su una piattaforma dove la verifica delle fonti è un concetto alieno e dove la ritrattazione semplicemente non esiste.
Il giornalismo tradizionale, quello che si lamenta sempre di “come i social rovinano tutto”, è complice di questa deriva perché ha abdicato al suo ruolo. Non puoi lamentarti che la gente si informa male se tu per primo hai smesso di informarla bene. Non puoi piangere sulla morte del fact-checking se hai scelto di investire tutto sui contenuti veloci, sui video brevi, sulle reaction ai trend, cercando di copiare TikTok invece di fare quello che dovresti fare: giornalismo.
“Fate parlare chi conosce”: la cosa più rivoluzionaria che si possa dire oggi
Il punto, per me, non è “non parlatene”. Il punto è: parlatene bene oppure lasciate spazio a chi lo segue davvero. Temi del genere dovrebbero essere raccontati da persone che conoscono le carte, che sanno distinguere un fatto da un’ipotesi, una prova da una citazione marginale, un documento da un frammento decontestualizzato, perché altrimenti si produce solo rumore, e il rumore oggi fa numeri, ma domani lascia macerie: sfiducia, confusione, cinismo, e la sensazione che “tanto è tutto uguale”.
Il vero problema: oggi tutto deve diventare contenuto, anche quando non dovrebbe
La dinamica che mi inquieta di più è questa: sui social sembra che qualsiasi cosa debba passare dal feed, anche ciò che richiederebbe tempo, cautela, competenza e responsabilità. Ma non tutto è adatto al formato, e soprattutto non tutto è adatto a chiunque; non perché ci siano “eletti”, ma perché ci sono livelli di complessità che non si improvvisano, e quando li improvvisi crei danni reali a persone reali.
Il punto finale: la scelta più onesta è ammettere i propri limiti
Forse oggi l’atto più controcorrente non è parlare di tutto. È scegliere di cosa parlare davvero e farlo con serietà; è dire “non è il mio campo”, è dire “non ho gli strumenti”, è capire che un video fatto solo per inseguire l’algoritmo può sembrare innocuo, ma quando tratta cose delicate diventa tossico.
Ecco perché lo dico senza giri di parole: se non sai, non parlare, oppure informati davvero prima di aprire bocca. Perché il silenzio, a volte, è molto più onesto di una narrazione fatta solo per far salire le visualizzazioni.
E se proprio vuoi parlarne, chiediti prima: sto aggiungendo qualcosa, o sto solo aggiungendo rumore? Sto informando, o sto rovinando la vita a qualcuno? Perché le parole hanno conseguenze, anche quando le butti lì in 30 secondi con una base trap sotto. Anzi, soprattutto in quel caso.




