Per sempre sì, per sempre no, per sempre basta

Per sempre sì, per sempre no, per sempre basta
Un post virale su Sanremo trasforma il titolo di una canzone d'amore in prova di propaganda referendaria. Non è critica: è il sintomo di qualcosa di più grave.

C’è un post che circola da qualche giorno sulla pagina di Andrea Scanzi. Lo scrive una certa Brunella, e il ragionamento è, diciamo, lineare nella sua semplicità: siamo a ridosso del voto referendario, Sal Da Vinci porta a Sanremo una canzone che si intitola “Per sempre sì”, e questa cosa a lei non sembra del tutto casuale. Anzi, è convinta che se il titolo avesse contenuto un “no”, qualcuno avrebbe imposto di cambiarlo. E chiude con un invito alla riflessione collettiva su queste “bizzarre coincidenze”.

Ho letto questo post tre volte. Non perché fosse difficile da capire, ma perché ogni volta speravo di aver frainteso qualcosa. Di aver perso un pezzo di ragionamento. Di trovarmi davanti a una provocazione ironica che mi era sfuggita. Invece no: era esattamente quello che sembrava. Il titolo sentimentale di una canzone d’amore a Sanremo, scritto quasi certamente molto prima che si sapesse quando si sarebbe votato un referendum, veniva presentato come possibile strumento di propaganda subliminale politica. E il post raccoglieva centinaia di commenti, molti dei quali annuivano con quella soddisfazione opaca di chi crede di aver visto quello che gli altri non riescono a vedere.

Ecco, è da qui che voglio partire. Non da Sanremo, non dal referendum, non da Sal Da Vinci, che in tutta questa storia ha la colpa gravissima di aver scelto un aggettivo troppo politicamente ambiguo per un suo ritornello. Voglio partire da quello che questo tipo di ragionamento dice di noi, del dibattito pubblico in cui siamo immersi e del livello a cui siamo scivolati senza quasi accorgercene.

La grammatica che abbiamo perso

Ci sono delle categorie mentali di base senza le quali orientarsi nel mondo diventa impossibile. Una di queste è la distinzione tra coincidenza e causalità. Un’altra è la distinzione tra metafora e direttiva. Una terza, forse la più importante, è la distinzione tra ciò che appartiene al linguaggio artistico e ciò che appartiene al linguaggio istituzionale o politico. Queste non sono sottigliezze accademiche: sono gli strumenti minimi per leggere la realtà senza trasformarla in un romanzo di spionaggio scritto male.

Quando una canzone d’amore si intitola “Per sempre sì” e qualcuno ci legge dentro un’agenda politica nascosta, non sta facendo critica culturale. Non sta interpretando. Non sta nemmeno facendo opposizione, che sarebbe legittima. Sta applicando al reale un filtro paranoico che trasforma qualsiasi elemento neutro in prova di qualcosa. E il problema di questo filtro è che è impermeabile alla smentita: se il titolo fosse stato “Per sempre no”, avrebbe confermato un’altra tesi. Se fosse stato “Forse sì”, avrebbe suggerito ambiguità tattica. Se fosse stato “Ti amo e basta”, qualcuno avrebbe detto che il messaggio era nel ritmo, o nei colori del vestito, o nella data in cui è stata scritta.

Questo è il meccanismo del pensiero complottista nella sua forma più elementare: non un’ipotesi che si mette alla prova, ma una certezza che si va a confermare. Tutto diventa evidenza, tutto si incastra, tutto parla. E chi non vede le connessioni è ingenuo, distratto, o complice.

Sanremo come specchio deformante

Capisco che Sanremo sia un territorio simbolicamente sovraccarico. È il festival della canzone italiana, sì, ma è anche molto altro: è rito nazionalpopolare, è specchio del costume, è vetrina del potere soft che si mescola con l’intrattenimento. Negli anni ci sono state polemiche legittime su scelte artistiche condizionate da logiche politiche o commerciali, su ospiti che sembravano omaggi a questo o quel potere, su testi che cavalcavano temi divisivi in modo non del tutto innocente. Non sono un ingenuo: so che l’entertainment non è un’area franca dalla politica.

Ma altra cosa è riconoscere che certi ambienti culturali tendono a esprimere certi orientamenti, altra cosa è costruire la teoria che un titolo di canzone sia stato scelto con l’obiettivo dichiarato di orientare il voto a un referendum. Per fare questo secondo salto, bisogna credere che qualcuno abbia telefonato a Sal Da Vinci, o al suo autore, o alla RAI, dicendo: “Guarda, a giugno si vota, mettici un bel ‘sì’ nel titolo che non si sa mai.” E che tutto questo sia avvenuto nell’ombra, senza che nessuno dei tanti coinvolti nella macchina sanremese abbia detto una parola. Un piano segreto coordinato da decine di persone che però è rimasto ermeticamente segreto, scoperto solo da Brunella sui social di Scanzi.

Capisco l’attrazione di questo tipo di narrazione. È seducente, perché dà la sensazione di aver bucato lo schermo, di vedere oltre. Ma la seduzione non è una prova. E la suggestione non è un’analisi.

Il problema non è la polemica, è la qualità del pensiero

Potrei fermarmi qui e concludere che si tratta di un post sui social, che i social sono pieni di sciocchezze e che non vale la pena sprecarci energie. Ma questo sarebbe troppo comodo, e soprattutto non sarebbe onesto. Perché il post in questione non nasce nel vuoto: nasce su una pagina con centinaia di migliaia di follower, ottiene visibilità, genera consenso, viene condiviso come se contenesse una riflessione degna di attenzione. Il contesto amplifica enormemente qualcosa che, in una conversazione privata tra amici al bar, passerebbe per quello che è: una battuta un po’ tirata.

E poi c’è un altro problema, più sottile ma più grave. Questo tipo di ragionamento non è solo sbagliato: è dannoso per chi lo fa, perché impoverisce la capacità critica invece di esercitarla. La vera critica del potere, quella che serve e che ha un senso, si basa su fatti, su documenti, su comportamenti osservabili e verificabili. Si basa su connessioni dimostrabili tra interessi e decisioni. Non si basa su assonanze lessicali tra titoli di canzoni e schede referendarie.

Quando la critica si riduce a caccia di simboli nascosti, smette di essere critica e diventa intrattenimento paranoico. E l’intrattenimento paranoico, per quanto soddisfacente nell’immediato, non cambia nulla, non smonta nulla, non costruisce nulla. Anzi, affatica chi lo pratica, perché richiede uno sforzo cognitivo enorme per mantenere coerente una visione del mondo in cui tutto è connesso e tutto è sospetto.

Una questione di rispetto per la democrazia

Voglio dire un’ultima cosa, che mi sembra la più importante. L’intera costruzione del post che ho letto poggia su un presupposto implicito che trovo francamente offensivo: che le persone siano così malleabili, così suggestionabili, così incapaci di pensiero autonomo da poter essere influenzate nel voto referendario dal titolo di una canzone ascoltata al festival di Sanremo.

Questa non è la difesa della democrazia. È il suo contrario. È l’idea che il corpo elettorale sia una massa amorfa da pilotare attraverso messaggi subliminali, che bastino tre parole in un ritornello per spostare milioni di voti, che le persone non ragionino ma reagiscano come automi a stimoli condizionati. E lo dico a prescindere da come la si pensi sul referendum in questione, da qualunque parte si stia: usare i cittadini come elemento di una teoria del complotto, anche quando si crede di difenderli, è un modo per sminuirli, non per proteggerli.

Se davvero crediamo nella partecipazione democratica, allora dobbiamo anche credere che chi va a votare sia in grado di distinguere una canzone d’amore da un manifesto politico. Se non ci crediamo, allora il problema non è Sal Da Vinci: siamo noi.

Il livello a cui siamo

Resto con questa riflessione finale, che probabilmente non piacerà a molti ma che non riesco a trattenere. Viviamo in un’epoca in cui la sovrabbondanza di informazioni ha prodotto paradossalmente più confusione che chiarezza, più sospetto che consapevolezza. In cui l’ironia si è talmente stratificata che spesso non sappiamo più se stiamo scherzando o se ci crediamo davvero. In cui il click e la condivisione sono diventati la misura del valore di un’idea, indipendentemente dalla qualità di quell’idea.

In questo contesto, il post di Brunella non è un caso isolato e nemmeno un episodio trascurabile. È un sintomo. È la spia di un modo di stare nel dibattito pubblico che rinuncia alla fatica del pensiero complesso in favore della soddisfazione immediata del sospetto. È il segno che stiamo perdendo, o forse abbiamo già perso, la capacità collettiva di fare la distinzione più elementare che esiste: quella tra ciò che è vero e ciò che sembra vero perché ci piacerebbe che lo fosse.

Sanremo tornerà l’anno prossimo. Ci saranno altre canzoni con titoli che conterranno parole come “sempre”, “mai”, “sì”, “no”, “insieme”, “liberi”. E se va avanti così, qualcuno troverà il modo di leggerci dentro l’agenda nascosta del governo, del deep state, di Soros o dei Rettiliani. Con la stessa sicumera, la stessa soddisfazione da detective dilettante, la stessa totale impermeabilità all’evidenza.

Io, nel frattempo, continuerò ad ascoltare le canzoni per quello che sono. Anche quando fanno schifo. Anche quando vincono senza meritarlo. Anche quando si intitolano “Per sempre sì” e non mi piacciono. Perché confondere Sanremo con la propaganda è un’operazione che dice tutto sull’osservatore e niente sulla canzone.