Il vostro razzismo non è opinione, è una malattia che vi esce dalla bile

Il vostro razzismo non è opinione, è una malattia che vi esce dalla bile
Sara Curtis nata in Piemonte da padre italiano, eppure c'è chi le nega il record perché ha la pelle scura. Vi dico chiaro: il problema non è la cittadinanza, è il razzismo che vi esce dalla bile ogni volta che un'italiana non ha la faccia che vi aspettate.

Ve lo dico subito, senza giri di parole, perché è così che si comincia quando non si ha nulla da nascondere: avete un problema serio. Non un’opinione discutibile, non è una sensibilità diversa dalla mia, non è un punto di vista legittimo su cui possiamo confrontarci civilmente davanti a un caffè. Un problema vero, grosso e radicato, il tipo di problema che non si cura con un post di scuse il giorno dopo, perché non nasce da un momento di rabbia isolato ma da qualcosa che vi portate nel midollo e che, quando trova l’occasione giusta, vi esce dalla bile in forma di commento sotto un video su Instagram.

Prima Kelly Doualla, poi Fausto Desalu, poi il salto della quaglia, quel meraviglioso trucco di prestigio con cui lo stesso identico pregiudizio cambia bersaglio e si traveste da preoccupazione legittima, passando a Dariya Derkach e Sofiia Yaremchuk. Poi, ieri l’altro, Andy Díaz. E infine, dulcis in fundo, Sara Curtis, che è quella con cui il vostro giocattolo vi si è rotto in mano, in diretta, davanti a tutti. Perché fino a quel momento potevate ancora raccontarvi una storiella di comodo, fingere che il vostro non fosse un problema di pelle ma un problema di documenti, di procedure e di burocrazia dell’identità. Con Sara quella storiella è saltata in aria, e con essa è saltata anche l’ultima maschera decente che vi eravate cuciti addosso.

Il salto della quaglia: come si sposta un pregiudizio senza cambiarlo mai

Fermiamoci un attimo su questa sequenza, perché merita di essere guardata con calma, non perché serva a me ma perché serve a voi, che a quanto pare avete bisogno di vedere messo nero su bianco un meccanismo che altrimenti continuerete a non riconoscere. Kelly Ann Doualla Edimo è nata a Pavia nel 2009, vive nel Lodigiano e si allena in Italia da quando ha imparato a camminare, con genitori originari del Camerun. Fausto Desalu è nato a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, è cresciuto in Italia, ha preso la cittadinanza al compimento della maggiore età e nel frattempo correva già sulle piste italiane con la maglia della sua società. Dariya Derkach è nata in Ucraina, si è trasferita in Campania, a Pagani, nel 2002, quando era una bambina, ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2013 e da allora salta per l’Italia. Sofiia Yaremchuk è nata in Ucraina, vive e si allena a Roma ed è cittadina italiana dal 2021. Andy Díaz è nato a Cuba, è entrato nelle Fiamme Gialle, ha preso il passaporto italiano e ha portato risultati internazionali sotto la bandiera azzurra.

Sono storie diverse tra loro, percorsi diversi, discipline diverse e generazioni diverse, eppure ogni volta torna a bussare la stessa identica domanda, cambiando soltanto il nome del bersaglio: ma questi qui sono davvero italiani? E badate bene, il criterio con cui provate a giustificare il sospetto cambia continuamente, si adatta, si riformula, proprio come fa un virus quando incontra un anticorpo. Prima il problema sembra essere la naturalizzazione, “sì ma è diventato italiano dopo”; va bene, allora qual è il criterio, l’età alla naturalizzazione? “No, perché conosco naturalizzati che per me sono italiani.” E allora cos’è, dove sta la linea? “Deve essere cresciuto qui.” È cresciuto qui. “Sì, però i genitori…” Ed eccoci di nuovo daccapo, in un loop che non ha mai una vera casella di arrivo perché, semplicemente, non è stato progettato per averla. Non è un test. È un rifiuto travestito da test, e se il criterio cambia ogni volta che qualcuno riesce a soddisfarlo, il criterio non esiste: esiste soltanto la volontà di dire no a prescindere, e di trovare ogni volta la scusa più presentabile del momento per non doverlo ammettere ad alta voce.

Sara Curtis: il cortocircuito che vi ha fritto letteralmente il cervello

E qui arriviamo al punto in cui, come dico io, siete andati completamente in corto circuito, in un modo talmente evidente da risultare quasi comico, se non fosse così avvilente. Sara Curtis è nata a Savigliano, provincia di Cuneo, il 19 agosto 2006, figlia di Vincenzo, piemontese di origine laziale, e di Helen una ragazza nigeriana. Punto, non c’è altro da aggiungere perché non serve altro. Eppure qualcuno di voi, davanti ai record italiani stabiliti, medaglie europee e mondiali vinti da questa ragazza nata in Piemonte da padre piemontese, ha avuto il coraggio, o meglio la sfrontatezza intellettuale, di dire che sono record nigeriani e non italiani. Sara stessa lo ha raccontato pubblicamente, con il disgusto di chi si vede negare qualcosa che non dovrebbe nemmeno essere in discussione.

Ora, qui non potete più nemmeno rifugiarvi nel vostro cavallo di battaglia preferito, quello della cittadinanza concessa con troppa leggerezza, dello Stato che regalerebbe passaporti in cambio di medaglie, perché non c’è nessuna naturalizzazione dell’ultimo minuto, non c’è nessuna delle scuse burocratiche che di solito tirate fuori per sentirvi ragionevoli invece che meschini. C’è, semplicemente, lo ius sanguinis, il principio giuridico più elementare, più antico, più radicato nel nostro ordinamento, quello per cui un figlio nato da padre italiano è italiano, senza bisogno di alcuna concessione, di alcun favore e di alcuna clemenza. Andatevelo a studiare, perché a quanto pare in tanti l’avete completamente saltato durante l’educazione civica, ammesso che ve la abbiano mai insegnata con un minimo di attenzione.

E allora se davanti a Sara Curtis, che di documenti da esibire non ne avrebbe nemmeno bisogno, la domanda resta comunque se sia davvero italiana, smettetela una volta per tutte di raccontarci che il vostro problema è la procedura di acquisizione della cittadinanza. Non lo è, non riguarda lo ius soli, non riguarda gli anni di residenza, non riguarda l’integrazione, non riguarda nemmeno il luogo di nascita, perché lei a Savigliano c’è nata per davvero. Riguarda una cosa sola, semplicissima da dire e imbarazzante da ammettere: il colore della pelle, che arriva prima di tutto il resto, prima dei documenti, prima dell’anagrafe, prima della Costituzione. Guardate Sara Curtis e alcuni di voi vedono, prima ancora della nuotatrice, una ragazza di colore. Il resto arriva dopo, se arriva.

“Sono razzista solo con gli irregolari”: la scusa che ormai fa acqua da tutte le parti

C’è una frase poi che sento ripetere in loop da anni, come un mantra difensivo, e che ogni volta trovo più stanca e più vuota della precedente: “io non sono razzista, ce l’ho solo con gli irregolari, con quelli che vengono qui a delinquere”. Bene, allora spiegatemi cosa c’entra Sara Curtis, nata a Savigliano, cosa c’entra Kelly Doualla, nata a Pavia, cosa c’entra Fausto Desalu, cresciuto a Casalmaggiore, che ha vinto l’oro olimpico nella 4×100 a Tokyo con la maglia azzurra sulle spalle. Cosa c’entrano con l’immigrazione clandestina, con la sicurezza delle periferie, con la criminalità di cui vi riempite la bocca ogni volta che serve una copertura rispettabile: assolutamente nulla. Sono ragazzi e ragazze cresciuti nelle nostre scuole, allenati nelle nostre società sportive, cittadini italiani a tutti gli effetti, alcuni nati qui, altri naturalizzati secondo le regole che lo Stato italiano ha stabilito e che a voi, evidentemente, non sta bene che vengano rispettate quando il risultato non vi piace.

E allora, caro somaro che ti nascondi dietro “sono contro gli irregolari”, se il tuo bersaglio reale fosse davvero l’irregolarità, davanti a un passaporto italiano la discussione dovrebbe chiudersi immediatamente. Invece non si chiude mai, continua, si riapre, trova un nuovo appiglio, e continua perché, molto semplicemente, l’immigrazione irregolare è diventata il paravento più presentabile dietro cui nascondere un rifiuto molto più antico e molto più profondo, quello per il diverso in quanto tale, a prescindere da qualunque documento porti in tasca. Non sto dicendo che chiunque chieda controlli alle frontiere o discuta di rimpatri sia automaticamente un razzista, sarebbe una scemenza uguale e contraria: si può discutere di politiche migratorie senza essere beceri. Ma se dopo aver proclamato che ce l’hai solo con gli irregolari ti ritrovi a contestare l’italianità di una ragazza nata a Savigliano da padre piemontese, allora qualcosa nel tuo ragionamento si è rotto, e non è un dettaglio da poco.

No, l’Italia non è un paese innocente, e ripetercelo non lo rende vero

Poi c’è l’altra frase preferita, quella pronunciata con l’orgoglio di chi crede di stare difendendo il proprio Paese: l’Italia non è un paese razzista. Io non so nemmeno più bene cosa dovrebbe voler dire, detta così, buttata lì come uno scudo. Sessanta milioni di persone non si possono chiudere dentro un aggettivo unico, ovviamente, esistono italiani accoglienti e italiani intolleranti, città aperte e ambienti chiusi, esattamente come in qualunque altra nazione del pianeta. Ma usare questa banalità per negare che esista un problema culturale profondo significa semplicemente nascondersi dietro un dito, e nemmeno troppo grande.

Il razzismo in Italia esiste nella sua forma volgare ed esplicita, quella che almeno si riconosce a colpo d’occhio, ma esiste soprattutto nella sua forma più subdola e più interessante da osservare, la fatica quasi fisica di accettare che l’italianità, oggi, non abbia più un solo volto, una sola pronuncia e un solo colore. L’Italia del 2026 non è l’Italia del 1946, e non lo è per fortuna: le città sono cambiate, le scuole sono cambiate, le famiglie sono cambiate, le squadre nazionali sono cambiate. Milano, Roma, Torino, Bologna, Napoli sono spazi cosmopoliti in cui provenienze, lingue e storie familiari diverse si intrecciano ogni giorno, che vi piaccia o no, che ve ne siate accorti o no, e questa realtà non si può cancellare soltanto perché disturba la fotografia color seppia che qualcuno continua a portarsi in testa come unico modello valido di nazione. La società va avanti da sola, senza chiedervi il permesso, produce figli, cultura, imprese, ricerca e produce anche atleti che si chiamano Curtis, Doualla, Desalu, Derkach, Yaremchuk, Díaz. Quando questi ragazzi salgono su un podio con ITALIA scritto sul petto non stanno ottenendo una concessione dalla nostra generosità: sono, molto più semplicemente, una parte di quello che siamo diventati.

Italiano è chi porta la bandiera ai vertici, non chi supera il vostro esame del sangue

E veniamo al punto che, per me, chiude definitivamente il discorso: italiano è chiunque porti la nostra bandiera con orgoglio. Punto. Non ci sono sottocategorie, non ci sono gradi di purezza, non esiste un tesserino segreto che certifichi quanto uno sia abbastanza italiano rispetto a un altro. Il bello, se così si può dire, è che molti di voi che contestate l’italianità di questi ragazzi vi dichiarate patrioti convinti, amate l’Italia, difendete l’Italia, proteggete l’identità italiana, dite, e poi arriva qualcuno che vince per l’Italia e cominciate a controllare il paese di origine della madre, arriva qualcuno che porta il tricolore su un podio internazionale e aprite l’anagrafe come fosse un fascicolo giudiziario. È una concezione piuttosto bizzarra dell’amor di patria, quella che si attiva soltanto per restringere, mai per includere.

Sara Curtis non deve dimostrare niente a nessuno, non deve l’approvazione a un commentatore anonimo, non deve superare l’esame del patriota da tastiera, non deve nemmeno usare i propri record come lasciapassare: è italiana perché è italiana, non perché vince, e il cronometro non la rende più cittadina di quanto un ultimo posto renderebbe meno italiano chiunque altro. Lo stesso vale per Doualla, per Desalu, per Derkach, per Yaremchuk, per Díaz. Lo sport, semmai, rende soltanto visibile una realtà che esisteva già prima e che continuerà a esistere molto dopo che avrete smesso di controllare i cognomi sotto ogni video.

Per anni ci hanno raccontato l’integrazione come un percorso a senso unico, un compito che spettava sempre agli altri, imparare la lingua, rispettare le regole, frequentare le scuole, lavorare, integrarsi. Molti lo hanno fatto, e altri non hanno nemmeno dovuto farlo, perché sono nati qui. E allora forse è arrivato il momento di dirlo chiaramente: quelli che devono ancora integrarsi nell’Italia del 2026 non sono loro. Siete voi. Un paese in cui una ragazza nata in Piemonte da padre piemontese deve ancora giustificare pubblicamente perché il suo record sia italiano non ha soltanto un problema con il razzismo, ha un problema con la realtà, punto e basta, perché continua a usare categorie del secolo scorso per interpretare una società che nel frattempo è già diventata un’altra cosa, con o senza il vostro consenso.

Sara Curtis esiste, Kelly Doualla esiste, Fausto Desalu esiste, Dariya Derkach esiste, Sofiia Yaremchuk esiste, Andy Díaz esiste, e potete continuare a controllare cognomi e carnagioni per i prossimi trent’anni, se proprio volete passare così il vostro tempo libero: il risultato non cambierà di una virgola. Perché quando Sara Curtis entra in acqua con il tricolore addosso, il problema non è mai stato stabilire se lei sia abbastanza italiana per rappresentare noi.

Il problema, semmai, è chiedersi se noi meritiamo ancora di essere rappresentati da lei.