C’è un tavolo con la tovaglia a quadretti, il piatto di casoncelli ancora fumante, il bicchiere di vino rosso versato per la sagra estiva, e in mezzo a tutto questo, tra le sedie e i camerieri che passano con i vassoi, una bambina di due anni seduta sul vasino, in mezzo ai tavoli di un ristorante di Ponte di Legno, sotto gli occhi di chiunque stesse cercando di finire il pasto senza avere nelle narici quello che normalmente si tiene chiuso in un bagno con la porta socchiusa.
La notizia gira sui social da un paio di giorni, partita da un post su un gruppo Facebook del luogo scritto dalla gestrice del locale, e devo dire che raramente una vicenda di cronaca minima mi ha fatto riflettere così a fondo su quanto si sia allentata, in una fetta di genitorialità contemporanea, la percezione di cosa sia lecito fare in un luogo pubblico. Perché qui il punto non è la bambina, lo dico subito e lo ripeterò per tutto l’articolo: la bambina non c’entra niente, ha due anni, sta imparando a usare il vasino, fa quello che fanno tutti i bambini di due anni quando gli adulti intorno decidono per loro dove, come e quando. Il problema, tutto intero, è nella testa di chi quella scelta l’ha fatta.
La cacca puzza, punto
Partiamo da un dato che non è opinabile e che stranamente sembra sfuggire a chi in queste ore sta difendendo i genitori in questione con l’argomento del “ma è solo una bambina, cosa vuoi che sia”. Le feci puzzano. Puzzano quelle di un neonato, puzzano quelle di un bambino di due anni, puzzano le mie e puzzano le vostre. Non esiste una soglia d’età sotto la quale l’odore delle feci umane diventa gradevole o anche solo neutro, non è una questione di sensibilità estetica ma di chimica organica elementare. Chiunque abbia cambiato un pannolino sa perfettamente che l’odore non è un dettaglio da nulla, è anzi uno dei motivi per cui esistono i bagni, le fasce, i sacchetti richiudibili, tutto un piccolo arsenale di gesti pensati apposta per contenere quell’odore lontano dagli spazi in cui altre persone stanno, per l’appunto, mangiando.
Quindi no, non regge l’argomento per cui trattandosi di una bambina piccola l’episodio perde di gravità, semmai è il contrario. Proprio perché è piccola, perché non ha ancora la minima autonomia di giudizio su cosa sia opportuno o meno, la responsabilità di decidere dove farla sedere su quel vasino ricade interamente, al cento per cento, su chi quella bambina l’ha portata al ristorante e ha deciso che i tavoli altrui potevano tranquillamente diventare l’anticamera di un bagno pubblico.
Il bagno era a pochi metri, non in un altro comune
Quello che rende la vicenda ancora più indigesta, se possibile, è la geografia dei fatti. Secondo il racconto della gestrice del locale, i servizi igienici del ristorante si trovavano a pochi metri dal tavolo. Non stiamo parlando di un rifugio in quota senza bagno, non stiamo parlando di un’emergenza improvvisa in mezzo al nulla dove l’unica soluzione era arrangiarsi. Stiamo parlando di un locale attrezzato, con tanto di servizi igienici funzionanti, a distanza di una manciata di passi. E nonostante questo la scelta è stata quella di posizionare il vasino in mezzo alla sala.
Qui il discorso si allarga e diventa quasi sociologico, perché quando il personale ha chiesto gentilmente ai genitori di spostare la bambina in bagno, la risposta non è stata un imbarazzato “avete ragione, scusate”, ma un risentimento. I genitori si sono sentiti in diritto di controbattere, di far notare che la bambina stava imparando a usare il vasino come se questo giustificasse la location scelta, come se il percorso educativo di un figlio autorizzasse automaticamente a scavalcare le più elementari regole di convivenza in un luogo che non è casa propria. E qui casca l’asino, come si dice dalle mie parti.
Educare un figlio non significa arruolare gli sconosciuti come pubblico
Insegnare a un bambino a usare il vasino è un passaggio delicato, faticoso, pieno di incidenti, di pazienza, di lavaggi improvvisati. Nessuno lo mette in dubbio, ci sono passati tutti i genitori del mondo e ci passeranno tutti quelli che verranno. Ma tra l’insegnare qualcosa a un figlio dentro le mura di casa propria, o al massimo in un bagno pubblico con la porta chiusa, e trasformare la sala di un ristorante pieno di sconosciuti in un’aula di pratica igienica, c’è un abisso che nessuna buona intenzione pedagogica può colmare.
Perché il punto vero, quello che secondo me sfugge a molti commentatori indignati per l’indignazione altrui, non è mai il gesto in sé quanto la visione che quel gesto rivela. Chi decide di far sedere un figlio sul vasino in mezzo ai tavoli di un ristorante non sta semplicemente commettendo una piccola scortesia distratta, sta comunicando, magari senza nemmeno rendersene conto, che lo spazio pubblico è un’estensione dello spazio privato, che gli altri clienti non sono persone con un diritto legittimo a un pasto senza interferenze corporali altrui ma comparse sullo sfondo della propria vita familiare. È una distorsione mentale prima ancora che un errore educativo, ed è proprio per questo che mi preoccupa più della scena in sé.
Il fastidio non è cattiveria, è la normalità che si ribella
Sui social, come sempre, si sono formate due fazioni. Da una parte chi difende i genitori dicendo che i bambini piccoli fanno queste cose e che chi si lamenta è solo un adulto scorbutico senza pazienza per l’infanzia. Dall’altra chi, come me, trova la scena semplicemente fuori luogo e la reazione dei genitori ancora più fuori luogo della scena stessa. Non credo sia un caso che la maggior parte delle persone, leggendo la notizia, abbia avuto la stessa reazione istintiva di disagio, quella pancia che si stringe leggermente pensando “ma dai, non è possibile”. Quel disagio diffuso e trasversale, che non ha bisogno di essere spiegato a chi lo prova, è la prova migliore che non stiamo parlando di un’opinione bizzarra o di un moralismo d’altri tempi, ma del semplice buonsenso che ancora, per fortuna, resiste nella maggioranza silenziosa delle persone.
Ed è proprio quella maggioranza silenziosa che poi si ritrova, come sempre accade in questi casi, a dover subire l’accusa di essere insensibile, giudicante, poco comprensiva verso la genitorialità. Come se mettere un limite, dire “no, questo non si fa qui”, fosse un atto di crudeltà verso un bambino di due anni invece che, molto più semplicemente, un atto di rispetto verso chiunque altro stia condividendo quello spazio.
Quando la mamma solleva la bambina e la pulisce lì, tra i tavoli
C’è un dettaglio nel racconto della gestrice che, se possibile, rende tutto ancora più surreale, ed è quello della mamma che solleva la bambina dal vasino e la pulisce, sempre lì, in mezzo alla sala. Non parliamo più di un episodio isolato di scarsa attenzione, di un momento di distrazione capitato in un contesto altrimenti normale. Parliamo di una sequenza completa, dall’inizio alla fine, gestita come se il ristorante fosse il salotto di casa, con la stessa disinvoltura, la stessa naturalezza, la stessa totale assenza di percezione del contesto.
Ed è qui che la storia smette di essere solo un aneddoto buffo da raccontare al bar e diventa, ai miei occhi, il sintomo di qualcosa di più ampio. Perché se un genitore arriva a compiere l’intera sequenza igienica di un figlio, dal posizionamento sul vasino fino alla pulizia finale, senza che in nessun momento scatti il pensiero “forse è meglio spostarsi”, significa che quel pensiero semplicemente non è previsto nel suo repertorio mentale. Non è mancanza di tempo, non è emergenza, è assenza totale del filtro che normalmente separa ciò che si fa in privato da ciò che si fa davanti agli altri.
La difesa a oltranza che fa più rumore dell’episodio
Il capitolo più indicativo di tutta la vicenda, però, arriva dopo, quando invece di scusarsi con la gestrice e con gli altri clienti, i genitori hanno trovato addirittura da ridire sulla richiesta di spostare la bambina in bagno. Questo passaggio, per me, è quello decisivo, quello che trasforma un episodio imbarazzante in un caso da manuale di autoassoluzione genitoriale contemporanea. Perché una cosa è sbagliare, capita a tutti, un’altra è sbagliare e poi arrabbiarsi con chi fa notare l’errore.
Viviamo in un tempo in cui sembra essersi diffusa una convinzione tossica secondo cui qualsiasi osservazione rivolta a un genitore riguardo al comportamento del figlio equivale automaticamente a un attacco personale, a un giudizio sulla propria capacità genitoriale, a una violenza da respingere con sdegno. E così si perde completamente la distinzione tra chi critica in modo gratuito e cattivo un genitore e chi, molto più banalmente, fa notare che no, il vasino in mezzo ai tavoli di un ristorante pieno di gente che sta mangiando non va bene, indipendentemente da quanto sia carina la bambina o quanto sia comprensibile la fatica di crescere un figlio.
Essere genitori non è un diritto acquisito a prescindere
Arrivo quindi alla domanda che mi frulla in testa da quando ho letto per la prima volta questa storia, e la pongo senza girarci troppo intorno perché non sono abituato a farlo: davanti a episodi come questo, non dovremmo forse interrogarci sul fatto che fare i genitori, quello vero, quello fatto di responsabilità quotidiane verso i propri figli ma anche verso il mondo che li circonda, non è per tutti scontato allo stesso modo? Non parlo di patenti, non parlo di esami, sarebbe una provocazione sterile e nemmeno praticabile. Parlo del fatto che avere un figlio non trasforma automaticamente chiunque in una persona capace di leggere il contesto, di percepire il confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è, di anteporre il rispetto per gli altri alla comodità del momento.
Perché la genitorialità, quella buona, non si misura solo nell’amore che si prova per un figlio, quello ce l’hanno praticamente tutti, si misura anche e soprattutto nella capacità di trasmettere a quel figlio, fin da piccolissimo, che il mondo non gira solo intorno ai suoi bisogni immediati e che esistono altre persone, con altrettanto diritto a vivere la propria giornata senza doverne fare le spese. Un bambino di due anni non può saperlo da solo. Ma un adulto sì, o almeno dovrebbe.
E allora la prossima volta che qualcuno mi dirà che sto esagerando per un vasino, gli chiederò semplicemente se si sarebbe seduto volentieri al tavolo accanto, forchetta di casoncelli a mezz’aria, con quello spettacolo a due metri dal proprio piatto. Aspetto ancora una risposta onesta.




