Ci sono immagini che durano pochi secondi e riescono a raccontare molto più di quello che mostrano. Martedì sera, in Piazza del Campo, Giovanni Atzeni detto Tittia aveva appena fatto qualcosa che a Siena significa entrare ancora un po’ più profondamente nella storia: aveva vinto il Palio dell’Assunta per il Nicchio, conquistato la sua tredicesima vittoria, completato il cappotto personale dopo il successo di luglio con l’Aquila e riportato il Nicchio alla vittoria dopo ventotto anni. Poi, improvvisamente, la festa si è trasformata in paura. Tittia e Anda e Bola sono finiti a terra dopo il traguardo, travolti nel caos dell’invasione della pista, e il fantino è rimasto immobile sul tufo per alcuni istanti interminabili, quelli in cui la gioia di poco prima lascia spazio a un silenzio diverso, quello che nessuno vorrebbe mai sentire in una piazza piena di gente.
Fortunatamente sappiamo come è andata. Tittia ha riportato un trauma cranico, è stato trasportato all’ospedale Santa Maria alle Scotte, ha trascorso una notte tranquilla e le sue condizioni sono state definite in miglioramento, anche se resterà sotto osservazione per ulteriori accertamenti. Anda e Bola sta bene, e con lui tutti i dieci cavalli che hanno partecipato al Palio, rientrati senza conseguenze nelle rispettive stalle. Possiamo dunque tirare un sospiro di sollievo, per il cavallo e per il fantino. Per l’umanità, invece, io aspetterei ancora un po’, perché mentre Tittia era ancora a terra, mentre nessuno sapeva quali fossero davvero le sue condizioni, mentre qualsiasi persona normalmente dotata di quella cosa antica e ormai apparentemente fuori moda che si chiama empatia avrebbe semplicemente sperato che non fosse successo nulla di grave né all’uomo né all’animale, sui social era già cominciato lo spettacolo parallelo. Ed è quello spettacolo che mi interessa raccontarvi, molto più del Palio in sé.
Prima di parlare del Palio bisognerebbe almeno sapere cosa sia
Io Siena la conosco, il Palio lo conosco, e proprio per questo non ho mai sopportato né la retorica stucchevole di chi pretende che non possa essere discusso né quella, altrettanto insopportabile, di chi arriva due volte l’anno, vede tre giri di Piazza del Campo in televisione e improvvisamente ritiene di avere compreso una realtà che affonda le proprie radici in secoli di storia. Si può essere contrari al Palio, naturalmente, si può discutere dell’impiego degli animali, dei rischi della corsa, della sicurezza della pista, delle curve, delle protezioni, dell’opportunità stessa di mantenere una manifestazione di questo genere nel 2026: anzi, si deve poterlo fare. Ma per discutere seriamente di qualcosa bisognerebbe prima conoscerla, e il Palio non è una corsa di cavalli organizzata due volte l’anno per intrattenere i turisti. Questa è forse la più grande incomprensione di chi guarda Siena da fuori.
Le Contrade non nascono per il Palio. Esistono da secoli e costituiscono ancora oggi una struttura sociale della città, con un territorio, un popolo, sedi, musei, oratori, società di Contrada che accompagnano generazioni di senesi dalla nascita alla morte. L’attuale delimitazione delle diciassette Contrade risale al Bando sui confini del 1729, ma le loro radici documentate sono molto più antiche e affondano almeno nel Quattrocento, mentre le organizzazioni territoriali cittadine da cui derivano hanno origini ancora precedenti. Il Palio stesso non nasce ieri: le sue origini si intrecciano con quelle della città e con le celebrazioni dell’Assunta, e la forma moderna della corsa in Piazza del Campo si consolida nel Seicento. Quello del 16 agosto è il Palio dell’Assunta, mentre quello del 2 luglio è dedicato alla Madonna di Provenzano.
Ridurre tutto questo a dieci cavalli costretti a correre per divertire la gente non è una posizione animalista, è semplicemente una descrizione culturalmente povera di un fenomeno enormemente più complesso. Questo non rende il Palio intoccabile, lo rende soltanto degno di essere discusso conoscendo ciò di cui si parla. E questa differenza, nell’epoca dei social, sembra essere diventata rivoluzionaria.
Il Palio dell’Assunta che non voleva partire
Quello del 2026, oltretutto, è stato un Palio particolare ancora prima della corsa. La Carriera prevista per il 16 agosto è stata rinviata a causa del maltempo, poi rinviata di nuovo: una doppia sospensione fuori dal comune, di quelle che si contano sulle dita di una mano negli ultimi decenni. Alla fine si è corso il 18 agosto, e ha vinto il Nicchio. Giovanni Atzeni, Tittia, in sella ad Anda e Bola, ha dominato la corsa regalando alla Contrada dei Pispini una vittoria che mancava dal 1998, il tredicesimo successo in Piazza del Campo per lui, uno soltanto in meno rispetto alle quattordici vittorie di Andrea Degortes, Aceto. Ma la storia sportiva è stata inghiottita in pochi secondi dall’immagine della caduta, e lì si è aperto il solito tribunale social. Solo che questa volta, almeno per quanto mi riguarda, qualcosa è andato oltre il livello di guardia.
“Il cavallo come sta? Del fantino non me ne frega niente”
La domanda sulle condizioni di Anda e Bola era sacrosanta, e lo scrivo lentamente perché conosco già il meccanismo per cui qualcuno proverà a leggere ciò che non ho scritto. Era giusto preoccuparsi del cavallo, era giusto chiedere immediatamente se fosse ferito, era giusto pretendere informazioni. Era giusto, allo stesso modo, preoccuparsi contemporaneamente di Tittia. Quello che non è normale è guardare un uomo immobile a terra e scrivere, più o meno esplicitamente, che di lui non importa nulla purché il cavallo stia bene, e ancora meno normale è augurargli di morire. Perché a quel punto non stiamo più parlando di animalismo, stiamo parlando di qualcosa che assomiglia terribilmente all’odio travestito da superiorità morale, e questa cosa dovremmo avere il coraggio di dircela.
Se per dimostrare quanto ami un animale hai bisogno di augurare la morte a un essere umano, non stai mostrando quanto sia grande il tuo amore. Stai mostrando quanto possa essere grande il tuo odio. Il cavallo non ha bisogno che tu desideri la morte del fantino, gli animali non hanno bisogno della nostra cattiveria per essere difesi, e non esiste nessuna bilancia morale sulla quale la compassione concessa a un cavallo debba essere sottratta a quella destinata a un uomo. E invece sui social sembra essersi costruita questa mostruosa competizione dell’empatia, nella quale bisogna scegliere chi meriti pietà e chi invece possa tranquillamente crepare. È questo che trovo agghiacciante: non chiedere come stia il cavallo, ma aggiungere, sostanzialmente, che dell’uomo non importi niente a nessuno.
Gli animalisti del 2 luglio e del 16 agosto
Poi ci sono loro, quelli che puntualmente, due volte l’anno, scoprono il Palio di Siena. È quasi un rito parallelo alla Carriera: escono i cavalli dall’Entrone e loro escono dalle timeline, e per qualche ora diventano esperti di equitazione, veterinaria, anatomia equina, tradizioni popolari, storia senese, sicurezza degli ippodromi e comportamento animale. Spiegano ai senesi come trattano i cavalli, spiegano ai veterinari come dovrebbero visitarli, spiegano a chi frequenta le Contrade che cosa succede nelle stalle. Poi passa il Palio, e molti scompaiono, fino al prossimo.
Chi si occupa seriamente di tutela animale tutto l’anno merita un discorso completamente diverso. Esistono associazioni, volontari e semplici cittadini che dedicano tempo, soldi, energie e spesso pezzi enormi della propria vita agli animali abbandonati, maltrattati o feriti, e con queste persone si può essere d’accordo oppure no sul Palio, ma esiste almeno un terreno serio sul quale confrontarsi. Io parlo dell’animalismo da tastiera, quello che ha bisogno dell’evento mediatico, quello che si accende quando ci sono le telecamere e si spegne quando il problema è un gatto abbandonato vicino a un cassonetto, un cane lasciato per ore sotto il sole o un animale ferito sul ciglio di una strada. Perché indignarsi sotto un video virale costa niente, occuparsi davvero di un animale costa tempo, e questa differenza sui social non si vede mai.
Varenne al Palio di Siena: quando l’indignazione corre più veloce del cervello
Poi ieri abbiamo raggiunto una vetta che meriterebbe di essere conservata negli archivi della sociologia digitale. È morto Varenne, il Capitano, uno dei cavalli più straordinari della storia dello sport italiano e mondiale. Varenne aveva trentuno anni: per un cavallo è un’età straordinaria. Era nato nel 1995, ha avuto una carriera irripetibile nel trotto, vincendo 62 delle 73 corse disputate e collezionando innumerevoli vittorie nei Gran Premi più prestigiosi del mondo, in Italia, in Francia, negli Stati Uniti e in mezzo mondo. Era diventato qualcosa che andava persino oltre l’ippica, uno di quei rarissimi animali capaci di diventare patrimonio dell’immaginario collettivo. È morto per un attacco cardiaco dopo trentuno anni di vita.
Eppure, nella meravigliosa centrifuga cognitiva dei social, qualcuno è riuscito ad associare la sua morte al Palio, come se Varenne fosse morto a Siena, come se avesse corso il Palio, come se la sua morte fosse in qualche modo la dimostrazione definitiva della crudeltà della manifestazione senese. Varenne era un trottatore. Il Palio non c’entrava assolutamente nulla, ma ormai il fatto è diventato secondario rispetto alla necessità di indignarsi. Prima scegliamo la posizione morale, poi, eventualmente, cerchiamo le informazioni, e se le informazioni contraddicono la posizione, tanto peggio per le informazioni.
Ma i cavalli di Siena come vengono trattati davvero?
Qui tocchiamo un altro punto sul quale la discussione diventa immediatamente tossica, perché raccontare che intorno ai cavalli del Palio esiste un sistema di controlli veterinari non significa sostenere che il rischio sia zero. Non lo è. Una corsa comporta un rischio, il Palio ha avuto incidenti nella propria storia e negarlo sarebbe semplicemente disonesto. Ma altrettanto disonesto è raccontare l’immagine di cavalli raccattati chissà dove, buttati in Piazza e costretti a correre senza controlli perché a Siena sarebbero tutti indifferenti alla loro salute.
Il Comune di Siena prevede un Protocollo per l’addestramento dei cavalli da Palio: i soggetti iscritti vengono sottoposti a verifiche sanitarie da parte della Commissione Tecnica Comunale, sono previsti controlli sui requisiti morfologici, screening farmacologici e ulteriori visite veterinarie anche senza preavviso, e prima del Palio i cavalli devono essere selezionati come fisicamente idonei. Possiamo discutere se tutto questo sia sufficiente, possiamo chiedere ancora maggiore sicurezza, possiamo pretendere modifiche, possiamo persino arrivare alla posizione secondo cui, nonostante ogni precauzione possibile, una corsa di questo tipo non dovrebbe più svolgersi. È una posizione legittima. Ma almeno discutiamo della realtà, perché io Siena l’ho vista, ho visto il rapporto che esiste con quei cavalli, e chi immagina che per un contradaiolo il cavallo sia semplicemente un attrezzo sportivo usa e getta dimostra soltanto di non avere compreso nulla del Palio. Si può contestare quella cultura, prima però bisognerebbe conoscerla.
Poi sono andato a vedere chi scriveva
Ed è qui che per me la storia diventa ancora più interessante. Perché davanti a una quantità di commenti violentissimi ho fatto una cosa banalissima: ho aperto alcuni profili pubblici, non per schedare nessuno, non per fare nomi e cognomi e neppure per trasformare privati cittadini in bersagli, cosa che considero esattamente parte del problema che sto denunciando, ma semplicemente per capire. Chi è una persona che guarda un uomo immobile a terra e riesce a scrivere che potrebbe anche morire? Chi è una persona che augura la morte ai senesi perché partecipano a una tradizione che lei considera crudele?
E lì si è aperto un piccolo campionario delle nostre contraddizioni. Ho trovato, tra i profili che ho controllato, chi nello stesso spazio digitale nel quale mostrava una sensibilità apparentemente infinita verso i cavalli riversava poi parole violentissime contro migranti e persone di colore. Ho trovato chi si indignava per il Palio e altrove utilizzava toni feroci contro atleti italiani per il colore della loro pelle. Ho trovato chi pretendeva di impartire lezioni di umanità ai senesi e contemporaneamente, parlando di Gaza e dei palestinesi, utilizzava parole che evocavano la cancellazione di un’intera popolazione. E allora permettetemi una domanda: ma di quale sensibilità stiamo parlando?
L’empatia à la carte
Perché il problema è questo: abbiamo inventato l’empatia à la carte. Prendiamo quella che ci piace, scartiamo quella che ci disturba. Amiamo il cavallo e odiamo il fantino, difendiamo il cane e disprezziamo il migrante, piangiamo per l’animale ferito e insultiamo una persona per il colore della pelle. Mettiamo il cuore sotto il post del gattino e cinque minuti dopo scriviamo che una popolazione dovrebbe essere cancellata, e continuiamo persino a considerarci persone sensibili. Questa non è sensibilità. È tribalismo morale, significa avere costruito un sistema nel quale l’altro merita umanità soltanto quando appartiene alla categoria che abbiamo deciso di proteggere, ed è probabilmente una delle conseguenze più devastanti della comunicazione social degli ultimi anni.
Non discutiamo più di ciò che accade, dobbiamo immediatamente scegliere una squadra. Palio? O con Siena o contro Siena. Migranti? O santi o invasori. Gaza? O con gli uni o con gli altri, e chiunque provi a ricordare che esistono esseri umani da entrambe le parti diventa sospetto. Persino davanti a un uomo steso a terra dobbiamo stabilire se appartenga alla categoria giusta per meritare la nostra preoccupazione. È folle.
Essere contro il Palio non autorizza a diventare peggiori del Palio che si denuncia
Io non pretendo di convincere nessuno ad amare il Palio, anzi: chi ritiene che debba essere abolito continui a chiederne l’abolizione, porti dati, studi gli incidenti, analizzi i protocolli, contesti le misure di sicurezza, chieda modifiche normative, organizzi campagne, manifesti, faccia pressione sulle istituzioni. È così che funziona una società civile. Ma nel momento in cui scrivi che speri muoia il fantino hai perso qualsiasi superiorità morale tu pensassi di possedere, e nel momento in cui auguri la morte ai senesi non stai difendendo gli animali, stai soltanto usando gli animali come giustificazione socialmente accettabile per sfogare odio. La differenza è enorme.
Non puoi denunciare una manifestazione perché la consideri disumana e contemporaneamente comportarti in maniera disumana. Non puoi sostenere di avere sviluppato una sensibilità superiore e poi gioire davanti alla possibilità che qualcuno si sia fatto seriamente male. Non puoi chiedere rispetto per ogni essere senziente e introdurre immediatamente una clausola, tranne quelli che mi stanno sul caxxo, perché allora non è più un principio. È una preferenza.
E mentre gli adulti vomitano odio, i ragazzi leggono
C’è infine una cosa che trovo ancora più grave. Noi continuiamo a parlare dei giovani come se vivessero su un pianeta separato, ci chiediamo perché siano aggressivi online, perché insultino, perché facciano cyberbullismo, perché considerino normale umiliare pubblicamente qualcuno, perché davanti a una tragedia tirino fuori il telefono invece di fermarsi. Poi basta aprire Facebook, Instagram, TikTok o X e guardare gli adulti. Guardare noi. Persone di quaranta, cinquanta, sessanta, settant’anni che sotto un video di un incidente scrivono che qualcuno dovrebbe morire, che insultano sconosciuti, che augurano tumori, che trasformano ogni discussione in una guerra, che parlano di rispetto e cinque minuti dopo chiamano qualcuno con un epiteto razzista, che pretendono di insegnare educazione alle nuove generazioni mentre utilizzano i social come una latrina emotiva.
E poi ci stupiamo dei ragazzi. Ma quale esempio pensiamo di dare? Davvero crediamo che basti dire loro che certe cose non si fanno, mentre ci vedono fare esattamente quello? I ragazzi non imparano soltanto dalle lezioni che impartiamo, imparano soprattutto dai comportamenti che normalizziamo, e noi stiamo normalizzando l’idea che l’odio sia accettabile quando riteniamo giusta la causa per cui odiamo. Questa è la parte che dovrebbe terrorizzarci.
Abbiamo raschiato il barile. Adesso stiamo scavando sotto
Io non so se tra cinquant’anni il Palio di Siena esisterà ancora nella forma in cui lo conosciamo oggi. Le tradizioni cambiano, le società cambiano, la sensibilità nei confronti degli animali cambia, ed è giusto che anche tradizioni secolari vengano continuamente interrogate, discusse e, quando necessario, modificate. Niente dovrebbe essere sottratto alla critica soltanto perché antico. Ma nemmeno tutto ciò che è antico diventa automaticamente barbarie perché noi siamo nati dopo.
Quello che so è che ieri un cavallo è caduto, un uomo è caduto. Il cavallo fortunatamente sta bene, l’uomo ha riportato un trauma cranico ma, fortunatamente, sta migliorando. Questa avrebbe dovuto essere la parte semplice, essere contenti che entrambi fossero vivi. Poi avremmo potuto discutere per giorni del Palio, litigare persino: io avrei difeso alcune cose, altri le avrebbero contestate, qualcuno avrebbe portato numeri, qualcuno storia, qualcuno veterinaria, qualcuno etica. Questo si chiama dibattito. Invece abbiamo avuto persone che davanti a un uomo immobile hanno sentito il bisogno di precisare che di lui non importava nulla. Abbiamo avuto gente che ha augurato la morte. Abbiamo avuto persone che hanno utilizzato persino Varenne, morto a trentuno anni dopo una vita da leggenda del trotto mondiale, per alimentare una polemica con una manifestazione alla quale non aveva nulla a che fare. Abbiamo avuto sedicenti paladini della sensibilità che, andando poco più indietro nei loro stessi profili, mostravano una concezione dell’umanità sorprendentemente meno generosa quando cambiavano il colore della pelle, la provenienza o il popolo di cui si stava parlando.
Ed è per questo che oggi non mi interessa chiedermi se il Palio sia abbastanza umano. Mi interessa chiederlo a noi. Perché il Palio di Siena esiste da secoli, ha attraversato repubbliche, granduchi, guerre, epidemie, monarchie, fascismo, democrazia, televisione e internet, e continueremo a discuterne, probabilmente è persino sano che sia così. Ma questa capacità di trasformare qualsiasi cosa in un’occasione per odiare qualcuno è molto più recente e, forse, molto più pericolosa.
Pensavamo di avere raschiato il fondo del barile.
Mi sbagliavo.
Il fondo lo abbiamo superato da un pezzo. Adesso stiamo scavando, e la cosa peggiore è che continuiamo a farlo convinti di essere dalla parte giusta.




